ANNA BANTI ANNA BANTI, pseudonimo di Lucia Longhi Lopresti, è nata a Firenze da famiglia calabrese con ascendenza settentrionale. Laureata in storia dell'arte fu collaboratrice dell'illustre critico Roberto Longhi, che divenne poi suo marito. Non contagiata da tendenze e mode letterarie, s'interessa essenzialmente a personaggi femminili, col loro bagaglio di amarezza e la loro esigenza di riscatto. Esordì nel '37 con Itinerario di Paolina; seguirono Il coraggio delle donne nel '40, nel quale la Banti raggiunse la sua maturità stilistica; Artemisia, nel '47, dal quale l'autrice ha tratto, nel '60, un lavoro teatrale, Corte Savella; Le donne muoiono (premio Viareggio '52); Il bastardo nel '53 (ristampato col titolo La casa piccola); Allarme sul lago nel '54 (premio Marzotto '55); La monaca di Sciangai (premio Veillon '57); Campi elisi, uscito nel '63, Noi credevamo (premio Asti d'Appello '69) e infine, nel '71, Je vous écris d'un pays lointain, cui è stato recentemente assegnato il premio Bagutta. Anna Banti ha avuto un notevole successo sia di pubblico sia di critica, le sue opere sono state pubblicate anche all'estero. Attualmente, oltre che di letteratura, si occupa di cinema e dirige Paragone, la rivista di arti figurative e di letteratura fondata da Roberto Longhi. FINE. LA LIBERTà DI GIACINTA di ANNA BANTI VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO REVISIONE DI AMEDEO MARCHINI Sullo sfondo di salotti ottocenteschi, che portano le ultime tracce di uno splendore in disfacimento; in locali umili e ristretti, rischiarati da oggetti teneri e inutili, pizzi, fiori di stoffa, si muovono patetiche figure di donne. Riemerge in queste pagine l'atmosfera un po' nebbiosa e sfumata della Torino di un secolo fa l'angustia di certi destini femminili, condannati a una lotta spossante con la vita, o a una resa umiliante, ma sempre sorretti da una forza interiore, che li riscatta e li sublima. Con amorevolezza e sensibilità, Anna Banti ricrea questi drammi oscuri, chiusi nella morsa di lunghe, grigie giornate, in un affresco tenue raffinato, privo di spigoli polemici, reale e poetico nella sua dolente umanità. Fino ai cinquant'anni Giacinta Cavalli abitò la casa dov'era nata, e fu infelice. Quando, la mattina alle sei, estate come inverno, lisciava col pettine le bende precocemente brizzolate dei suoi capelli d'ebano, lo specchio si appannava del suo sospiro: un'altra giornata di lavoro. Scivolava poi sui suoi sottanoni che radevano la terra, stando bene attenta che la sorella Marietta non avesse a svegliarsi, nervosa com'era, e con tanto bisogno di sonno. Adesso erano sette in famiglia, cinque ragazze e i genitori, delle figlie lei era la più anziana. Ma erano stati nove, due maschi mancavano, malmaritati e maledetti, che nessuno si azzardava più a nominarli. Le figlie, tutte nubili, salvo che Marietta, secondogenita, dopo un lungo amore contrastato e finito male, stava adesso per accettare un gentiluomo di Calabria, lei trentott'anni, lui cinquantaquattro: gran sacrifici si sarebbero fatti per un corredo adeguato, ché di dote non c'era da parlare. L'angelica Luigia, terzogenita, bella fino alla vita, si può dire che non ha gambe, Dio gliele ha fornite distrattamente, lei cammina come le riesce, sciancata per giunta. Segue Celestina che nelle lettere ai nobili parenti sempre si nomina "del tutto rimessa", la poverina sputa sangue da un anno all'altro. L'ultima è Giovanna, nata e rimasta innocente, ma a cucire ha imparato. Corre l'anno 1860, Torino, via Dora Grossa 15, piano nobile. Nobile casato, nobili costumi, madre e figlie vestono di seta rigida e di seta portano anche il grembiule, come a dimostrare che a loro non serve. Con quel grembiule spazzano, cucinano, ricamano, neppure una domestica le aiuta, e tutto riluce di nettezza quel che in casa è rimasto dei bei mobili francesi, gloria della nonna marchesa. E a che mai dovrebbe impiegarsi un povero gentiluomo decaduto, carico di famiglia, se non come commissaire priseur di una mercanzia che in casa gli si è diradata sotto gli occhi? Papà Cavalli valuta miniature, smalti, commodes firmate, tapisseries, orfèvreries: batte il martelletto di avorio con un colpo discreto che spesso è un addio a un oggetto di famiglia. Nessuno, togliendosi la tuba, saluta le dame con la sua grazia. Maman, bellissima donna, domina il suo gregge femminile da regina, le figlie non cessano di ricamare blonda, e di comporre fiori di seta nelle tinte e forme più naturali. Tanti squisiti lavori non servono a ornare le cinque damigelle, esse li vendono attraverso una rete fidatissima di devoti alla casa, vecchie guardarobiere, vecchi valets de chambre. Arredato nobilmente di bergères e tavolini da giuoco, il salotto di maman somiglia tuttavia a un laboratorio di convento, cinque lavoranti, e una lettrice. Legge Marietta, che ha una bella voce e odia l'ago, tira la gugliata con tanta violenza che il tulle si strappa: la migliore operaia è Luigia, una poltrona speciale e una bella coperta ricamata dissimulano le sue gambe contraffatte, è un piacere veder quella bella testa china sul lavoro delicato. Ma la lettura non è pia, maman e figlie Cavalli amano i romanzi: solo Giacinta non ascolta, glielo impedisce la stanchezza, quando finalmente si siede. Otto ore di lavoro servile: spezza anche la legna, ma le sue mani rimangono morbide e bianche. è un dovere, non una vanità. Così, quando a cinquant'anni Giacinta ebbe solo Luigia da curare perché maman era morta, Celestina era morta, Giovanna era morta (papà riprese subito moglie, una pas grande chose con dote, che entrò in casa con la cameriera), cominciò a riflettere sulla sua sorte di figliastra e intravide qualcosa come la libertà. A Marietta, da otto anni sposa e sempre gravida malgrado l'età, scriveva lettere colme di allusioni coperte e di furbizie da educanda scontenta; queste lettere non partivano senza passare al visto di papà. Solo una volta, andando a messa, Giacinta osò impostare una lettera clandestina. Neppure in questa la confidenza trionfava del tutto sulla cautela e la discrezione, ma del senso non si poteva dubitare. "Sogniamo" diceva, "di ritirarci sole, Luigia ed io. Una casa piccina costa poco, e noi abbiamo sempre lavorato. Cento lire al mese, forse cinquanta ci basteranno: mangiamo pochissimo e abbiamo tutto il guardaroba della cara maman. I mobili ce li presta madame Loubé che ne ha d'avanzo. Ma bisogna studiare il modo che nessuno se ne accorga (il 'nessuno' era sottolineato due volte). Ti raccomando il silenzio assoluto, fai mostra di niente..." Nel suo palazzo di Monte Calvario, donna Marietta, fatta napoletana per forza, si compiaceva di questo carteggio, vagheggiando segretamente un così romantico progetto, mentre con cautele tanto diplomatiche quanto superflue provvedeva a sottrarre al suo spillatico gli scudi giudicati necessari a favorirlo. Ma questa iniziativa, anch'essa romanzesca, non era destinata al successo, perché la fermò il primo telegramma che Giacinta avesse mai spedito in vita sua. Morto all'improvviso il canonico Brizio, zio materno, un ricordino testamentario di lire cinquemila smascherava i disegni della Provvidenza e troncava dubbi e indugi. "Segue lettera" aggiunse in ultimo Giacinta, non senza stupire della propria (colpevole?) disinvoltura. Nella lettera le notizie fioccavano. Trovato l'alloggio piccino, comprati i mobili, ringraziata madame Loubé: e Marietta socchiudeva gli occhi per meglio figurarsi una Giacinta tutta fuoco che esce e rientra rossa, senza chiedere licenza né inventare pretesti, dica il mondo quel che vuole dire. In fondo al cuore Marietta la invidiava, e cogli scudi risparmiati non si fece scrupolo di ordinare dal libraio tutti i romanzi di George Sand, Paris, Hachette. Dallo scalone di via Dora Grossa scesero dunque una mattina, balde e lacrimose, le due damigelle: l'infermità di Luigia fece di quella discesa un'agonia. Ma quando furono sul marciapiede e si avviarono con l'aria in faccia, non erano diverse da due vecchine in capote, una diritta diritta e una nana che si appendeva col braccio teso al braccio della sorella. Fu un viaggio e finì, nella casetta nuova, con un tripudio smarrito da bambine pioniere, Luigia pallida e senza fiato guardava Giacinta che andava attorno per darsi un contegno. A mezzogiorno la piccola colazione non fu toccata, alle cinque del pomeriggio le due sorelle andarono a letto e cominciarono a rimescolarsi, senza parlare, rispettose l'una del riposo dell'altra. Tutta la notte rimasero sveglie, all'alba si alzarono e Giacinta attese con impazienza l'ora di scendere per il latte. C'era, in quel primo gesto autonomo e necessario, il sapore di un sacrilegio: povere sempre, mai le Cavalli avevano esposto il viso in una bottega alimentare e se fungevano da serve in casa, a usci chiusi mai s'eran mostrate in istrada in altra veste che di nobildonne, modeste sì, ma ignare delle necessità quotidiane. Dopo il lattaio, Giacinta affrontò il fornaio e camminando svelta svelta buttò uno sguardo impaurito allo sporto del macellaio. Fino alla domenica le damigelle tennero duro con uova ed erbaggi comprati al crepuscolo. La domenica mattina, dopo messa, entrarono deliberatamente e insieme fra i quarti di bue: Luigia aveva preteso, come per capriccio, di dividere l'avventura e l'umiliazione. Fu ricompensata. Piccola come era, non toccava a lei contrattare ma fece del suo meglio, stringendo più del solito il braccio di Giacinta che aspettava il suo turno; e, alzando il faccino angelico, fissava dolcemente le altre compratrici, povere donnette per cui non era vergogna mangiar carne solo la domenica. Anche loro vestite di nero e pulitine anche loro più piccole di Giacinta, e chiedevano tutte il lesso. Disse Giacinta con voce tremula: « Tre etti e non più, magro, per piacere ». Quando il cartoccio fu porto la bella mano col mezzo guanto tremava nel viso affocato si capiva che gli occhi vedevano cose e persone in una nebbia. Luigia, invece, non era affatto arrossita, il suo sguardo di bambina gentile non aveva perduto una fisionomia né un gesto in tutta la bottega. In istrada volle portare lei l'involto e senza lagnarsi che Giacinta, ancor confusa, allungava troppo il passo, arrancava ripetendo: « Hai visto, hai visto? » Fece il capriccio di comprare dalla fioraia dell'angolo un mazzo di violette di Parma. A casa non smetteva di raccontare quasi fosse stata al teatro. Aveva scoperto che la sposina bionda, quella che aveva chiesto cervello per il bambino ammalato, abitava nel loro stesso casamento, al secondo piano. La cassiera, quella bella donna alta che pareva una signora, era stata tanto gentile, le aveva promesso un gattino; non aveva sentito Giacinta? Le guance di Giacinta erano tornate pallide, essa si affaccendava al piccolo focolare e, a un tratto, osservò con compiacenza che mai aveva veduto un taglio di lesso più scelto e di peso così vantaggioso. Dalla saletta si sentiva il gorgoglio della piccola pentola che cominciava a bollire, il canarino, sul balcone di sopra, cantava e Luigia concluse: «Proprio brava gente». Giacinta non disse nulla. Di brava gente il mondo si mise a pullulare, quasi una ondata di passerotti loquaci e domestici fosse calata dal cielo. Non occorrevano più romanzi alle sieste delle due sorelle, esse ora congetturavano benignamente sui casi dei vicini che, dal saluto rispettoso per le scale al servizietto offerto e reso con la miglior buonagrazia, non cessavano di introdursi nelle loro vite e di ricamarvi un tessuto di piccole storie. Erano storie incantevoli, soprattutto di donne: uomini, nel fondo, manovravano silenziosamente sorprese, ricompense, inganni, disgrazie: come incarnazioni di destini invisibili e potenti dalle cui maglie valore e devozione, perseveranza e bontà, riuscivano a liberare le protagoniste. Le quali, coi loro piccoli mestieri di donne mal compensate, cominciavano dolcemente a invadere la casa delle damigelle, ridotte, ormai, operaie palesi. Erano sartine, pellicciaie, modiste e mercantine e persino stiratrici e lavandaie, senza contare quelle che saltavano dall'uno all'altro lavoro, come uccelli inquieti, contenti dell'ultima briciola. Giacinta non ebbe più bisogno di scendere le scale ogni giorno: col pretesto delle commissioni, la porta delle madamine si apriva spesso e i ringraziamenti furono avvalorati da cinque minuti di conversazione nella saletta: dove Luigia si lasciava cadere in grembo la seta leggera delle rose e le pinze da fiorista per ascoltare i discorsetti della carbonaia o i sospiri della tintora. Esse parlavano a meraviglia: mai le damigelle avevano inteso ragioni più convincenti e di miglior senso, tutte legate dalla comune congiura della lunga pazienza, per il salvataggio del pane quotidiano, dall'alba al tramonto. Parla parla: e scaturivano i pochi soldi indispensabili, dietro l'uscio ben chiuso si inventavano un pasto o un cappotto, viveva un caro pentolino, si accendeva un miracoloso fornello. Intente e quiete le damigelle imparavano finalmente il senso del loro mondo e il mezzo di non vergognarsene, liberandosi dal vizio di chiudersi fra quattro mura, in cui nessuno potesse inquisire. Ai nuovi piaceri delle quotidiane conversazioni Giacinta tentava di resistere, al contrario di Luigia che ci si abbandonava tutta. La vita l'aveva finalmente accolta, le pareva di star sulla riva di un fiume pieno di barchette, tutti le passavano davanti e, anche se non si fermavano, sapevano che lei era lì, colle sue pinzette e il suo fil di ferro, il grembo fiorito di rose appena sbocciate dalle sue mani. Che sollievo; non dover più nascondersi né dir la bugia ridicola del lavoro di agrément. Con grazia appena un po' più manierosa di un'operaia professionale, Luigia offriva un fiore: che una di queste belle tote se ne adorni, la domenica. Questo avveniva nel primo anno che le damigelle avevan messo casa e c'era ancora, nella tabacchiera d'argento, un resto dell'eredita provvidenziale. Il secondo anno andò peggio, i risparmi erano finiti e per di più la moda del fiori e delle blonde accennava a tramontare: precipitosamente le due sorelle accettarono fazzoletti da cifrare e ordinazioni di corpettini, cuffiette, bavaglini. Si consolarono che questo era quasi un divertimento, pareva loro di giocare alla bambola, da piccole avevano giocato tanto poco. Ma cominciarono a mangiare sempre asciutto, abolirono la minestra, pane e un po' di companatico bastava, sicché non valeva la pena di stendere la tovaglia. Allora Luigia principiò a soffrir di dolori, intere notti rimaneva sveglia, appena sospirava, e i decotti e le frizioni di Giacinta non servivano. Non voleva il medico, se appena glielo proponevano buttava in terra quelle sue povere gambe gonfie ed eccola seduta a tavolino col lavoro in mano, come niente fosse, diceva che era guarita. A letto, il lavoro lo prendeva lo stesso, sollevata su quattro cuscini cuciva: dopo quella dei fiori era passata anche la richiesta dei ricami, sicché, strette dal bisogno, le damigelle avevano accettato mutande da cucire, roba per i soldati, poveretti, che scorticava le dita. Ma all'avvilimento c'era un compenso, questo lavoro lo dovevano alla vecchia Rosina, era lei che lo aveva procurato. Era dunque più naturale che si sedesse: mentre Giacinta preparava l'involto, lei tirava la sedia accanto al letto di Luigla e raccontava. Miserie, si capisce, ma con quella blanda allegria che al carattere di Luigia si confaceva a meraviglia. E poi, così povera, mai che si presentasse a mani vuote: un mazzo di violette, due frittelle dolci, camomilla fresca e tiglio per le tisane e una volta persino un bel braccio di Bruxelles autentico per la cuffia da notte di madamigella Luigia. Spiegò: un regalo della povera padrona, la marchesa Brizio di Castellazzo. Fu un colpo di scena, la marchesa era parente ai Cavalli, proprio una cugina della cara maman; scoprendo in Rosina una sua cameriera le due sorelle piansero di gioia. Luigia l'abbracciò, Giacinta, intenerita, stette a guardare. Da quel giorno le chiacchiere divennero diffuse e minuziose, punteggiate di continue esclamazioni: Rosina disse di ricordare madama Cavalli, bellissima, con una bambina per mano. Era Giacinta, era Marietta? Si sorridevano eccitate, ammiccando come complici, tuttavia mai si parlò di papà Cavalli, così vecchio, rimasto in via Dora Grossa con la seconda moglie, Rosina dovette crederlo morto. Contenta morì Luigia nel suo lettino di ferro, stringendo con la destra la mano di Giacinta, con la sinistra la mano di Rosina. Fino all'ultimo le piacque la vita come l'aveva conosciuta nel casamento di brava gente: e domandava sempre gli orari di lavoro e di scuola, il colore del vestito nuovo delle ragazze e se era uscito di prigione quel giovanotto, il figlio della mercantina, messo dentro per sbaglio un giorno di fiera a Moncalieri. Pochi mesi abitò ancora Giacinta nella piccola casa: avrebbe forse potuto conservarla, ma ci si trovava, più che melanconica, impicciata. Ai funerali, preparati con tanto affetto dai vicini, s'eran veduti landò e vittorie di casata, in una il vecchissimo padre con la matrigna, lui in tuba, lei in capote di crespo nero. E non importa che fosse di nolo, essa faceva senso, e i vicini, in chiesa, eran rimasti accanto alla porta, un piccolo gruppo mortificato: al cimitero poi non osarono passare i cancelli del mausoleo gentilizio. Tornata a casa in carrozza, Giacinta non parve più ai loro occhi quella di prima, così affabile, sebbene un po' sostenuta. Luigia avrebbe saputo spiegare le cose alla buona e raccontare che lo sfarzo era tutto di parata, una elemosina, e che l'offerta di ospitalità nella casa paterna era stata di pura forma e inaccettabile. Lei non sapeva, non aveva mai imparato quella divina semplicità, quel gusto di ascoltare e rispondere senza false vergogne. Si struggeva al pensiero di sembrare altera, dopo i primi giorni le vicine eran ritornate in soggezione e raramente bussavano alla sua porta: persino Rosina adesso la trattava come avrebbe fatto in casa Castellazzo, col titolo e ogni cosa. Talché Giacinta passò mesi in solitudine, scordandosi di mangiare e poco lavorando, le pareva di non aver più bisogno di nulla, mai accendeva il fuoco, sui mobili la polvere non cadeva, lei rimaneva incantata sotto la sua cuffietta nera, impiegando gran tempo nella cura dei vasi del balcone; perché aveva le dita fatate, qualunque rametto prendeva radice sotto le sue dita e la bellezza dei suoi gerani faceva, nel cortile, meraviglia. Si riscosse, quando, trascorso il semestre, s'avvide che le mancava il denaro per la pigione. Allora si confidò con Rosina e fu una consolazione risentirsi povera fra poveri; nel casamento la credevano adesso provvista dai nobili parenti. Come per miracolo ritrovò i modi di Luigia, le sue parole giuste e Rosina le suggerì di ricorrere per consiglio alla matrigna: perché la superbia non sta bene in famiglia. Docile Giacinta indossò il vestito di faglia nera della cara maman, salì le scale dimenticate di via Dora Grossa e si lasciò trattare da scapata e peggio. Non le si offerse accoglienza, casa Cavalli era tutta occupata dai parenti di madama Margherita: ma qualcuno si sarebbe interessato a farla accettare, se era possibile, in quel bell'istituto, il Ricovero delle Povere Dame: nessun pensiero e la vecchiaia sicura. Non fu quell'ospizio che l'accolse, bensì un altro assai più umile, fra le vecchie delle Piccole Suore dei Poveri: e lei non ricusò di entrarci. Le erano compagne vecchie portiere, vecchie domestiche abbandonate, contadine spaesate senza più famiglia, poverette rattrappite e ottuse, ognuna col suo vizietto segreto e meschinello, la gola, il tabacco, il gioco del lotto. Da principio le fu duro scopare e dare lo straccio in terra, così alla presenza di tutti e quasi in piazza, poi non ci fece più caso, sebbene soltanto un letto ora le appartenesse e meno male che era provvisto di cortine. Alta, giovanile nella figura, con quelle due bende di capelli che non si decidevano a incanutire del tutto, sotto la cuffietta di pizzo nero, non era amata dalle compagne, pure non si trovava male perché, anche lei, prendeva interesse ai piccoli fatti della povera gente che piacevano tanto a sua sorella. Peccato che queste vecchiette stiano sempre complottando e difendano i loro segreti come tesori sicché riesce difficile aiutarle, esse credono che lei tenga dalle suore e non si fidano. Ma la domenica viene Rosina, vengono le antiche casigliane con sorprese di ciambelle e pastiglie, ricambiate da lavoretti a maglia e ricamini: la settimana passa presto al pensiero dei loro guai e delle loro speranze lunghe. Fu un bell'imbarazzo quando Marietta, vedova, e Francesco, uno dei fratelli malmaritati, scrissero a un tratto scandalizzandosi che la sorella vivesse all'ospizio dei poveri. Lettere fulminanti, lettere sdegnate e accusatrici; hai potuto abbassarti così, dimenticarti di noi. Perfino i nipoti, maschi e femmine, si dichiaravano offesi. Smarrita, contristata, Giacinta si sentiva colpevole, pianse di tenerezza, ma assai più di sgomento. Le offrivano ospitalità in termini magnanimi e stranamente indeterminati. Giacinta prese la penna per difendersi e anche per chiedere perdono, un perdono che le fu accordato avaramente, mentre le offerte si mantenevano imprecise, e, come pareva, soffocate da un'amarezza incancellabile. Concludevano asciutte: venisse quando voleva. Quando voleva? La volontà di Giacinta, dopo il colpo di testa di uscir dalla casa paterna, non aveva più fiato e fu con affanno grandissimo che si rimise in moto. Propose una prova: eran contenti di fare una prova? Intanto si decideva per Genova, sede della famiglia di Francesco: la casa patrizia di Marietta le dava soggezione. Partì infatti e si trovò che nessuna delle ricoverate, che eran parse tanto ritrose, trattenne l'abbraccio, le lacrime. Dapprincipio fu un divertimento, per le nipoti di Genova, questa linda zia, gran dama e poveretta: la spiavano dal buco della serratura, che, prima di coricarsi, si spazzolava a lungo i capelli e li chiudeva nella cuffietta da notte. Provvisoriamente l'avevano sistemata nella stanzetta della donna: per caso assente, dicevano. Come non offrire aiuto alla cognata, in quelle circostanze? Così Giacinta prese a faticare peggio che in via Dora Grossa quando era giovane, e s'accorse anche che le nipoti la canzonavano, la credevano sorda. Fu necessario dunque "far mostra di niente", soltanto non si sfogava come prima nelle lettere a Marietta. Anche Marietta aveva figli giovani, e Giacinta cominciava ad avere paura dei parenti. Scoprirono che complottava con le donne a mezzo servizio, con le sartine che praticavano in casa, ingraziandosele con regalucci. « Questa vecchia ipocrita» borbottavano: perché Giacinta appariva sempre sorridente e servizievole. In verità le sue piccole chiacchiere, i suoi piccoli sotterfugi, erano dei più innocenti e procedevano da un bisogno di confidenza che i parenti non potevano soddisfare e neppure immaginare. Finché Pepita, la maggiore delle nipoti, ragazza nervosa, disse al padre, chiaro e tondo, che preferiva la famiglia di sua madre, gente di commercio e schietta, a questa zia aristocratica che faceva comunella colle serve. Urlava: « Le serve », e così forte che Giacinta, anche passando per sorda, non poté fingere di non sentire. Le toccò dunque assistere alla prima scenata della sua vita e gliene rimase un tremito che faceva oscillare penosamente i nastri violetti della sua cuffia. Di notte, come una ladra, partì nascostamente da quella casa, non sapeva neppure se aveva abbastanza soldi per il biglietto di terza: le parve un miracolo ritrovarsi nella sua Torino, e nel dormitorio delle suore tutte le fecero festa. La domenica seguente disse a Rosina: sono tornata a casa. Rosina avrebbe voluto saperne di più, domandava come, perché: fu quella l'unica volta che Giacinta si astenne dalla confidenza. Il fatto è che non trovava la via di ripetere quella parola, "serve", che gonfiava la voce di Pepita. Era una parola che le sembrava di dover tradurre da una lingua rozza e forestiera in un'altra domestica e civile, inadatta alle scortesie. FINE.