GABRIELE D'ANNUNZIO LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI Alle Pleiadi e ai Fati Gloria al Latin che disse: «Navigare è necessario; non è necessario vivere». A lui sia gloria in tutto il Mare! O Mare, accenderò sul solitario monte che addenta e artiglia te (leone sculto da qual Ciclope statuario?) un salso rogo estrutto col timone e la polèna della nave rotta, che ha la tortile forma del Tritone. Il ricurvo timon per cui condotta fu la nave nell'ultima procella con la barra tra l'una e l'altra scotta, la divina figura onde fu bella contra il flutto la prua sotto il baleno della nube che vinto avea la Stella, ardere voglio avverso il Mar Tirreno, l'ornamento superbo e il rude ordegno, le Pleiadi invocando al ciel sereno. Crepiterà nel fuoco il salso legno, su la cervice del leon proteso; e taluno vedrà di lungi il segno insolito e dirà: «Qual mano acceso ha il rogo audace? Quale iddio su l'erte rupi nel cuore della fiamma è atteso?». Non un iddio ma il figlio di Laerte qual dallo scoglio il peregrin d'Inferno con le pupille di martìri esperte vide tristo crollarsi per l'interno della fiamma cornuta che si feo voce d'eroe santissima in eterno. «Né dolcezza di figlio...» O Galileo, men vali tu che nel dantesco fuoco il piloto re d'Itaca Odisseo. Troppo il tuo verbo al paragone è fioco e debile il tuo gesto. Eccita i forti quei che forò la gola al molle proco. L'àncora che s'affonda ne' tuoi porti non giova a noi. Disdegna la salute chi mette sé nel turbo delle sorti. Ei naviga alle terre sconosciute, spirito insonne. Morde, àncora sola, i gorghi del suo cor la sua virtute. Di latin sangue sorse la parola degna del Re pelasgo; e il sacro Dante le diede più grand'ala, onde più vola. Re del Mediterraneo, parlante nel maggior corno della fiamma antica, parlami in questo rogo fiammeggiante! Questo vigile fuoco ti nutrica il mio vóto, e il timone e la polèna del vascel cui Fortuna fa nimica, o tu che col tuo cor la tua carena contra i perigli spignere fosti uso dietro l'anima tua fatta Sirena, infin che il Mar fu sopra te richiuso! L'annunzio Udite, udite, o figli della terra, udite il grande annunzio ch'io vi reco sopra il vento palpitante con la mia bocca forte! Udite, o agricoltori, alzati nei diritti solchi, e voi che contro la possa dei giovenchi, o bifolchi, tendete le corde ritorte come quelle del suono tese nelle antiche lire, e voi, femmine possenti in oprare e partorite, alzate su le porte, e voi nella luce floridi, e voi nell'ombra curvi, fanciulli loquaci, vecchi taciturni, o vita, o morte, uditemi! Udite l'annunziatore di lontano che reca l'annunzio del prodigio meridiano onde fu pieno tutto quanto il cielo nell'ora ardente! V'empirò di meraviglia; v'infiammerò di gioia; vi trarrò dalle ciglia il riso e il pianto. Salirà dai profondi cuori un grido immenso come quel che improvviso tonò nel silenzio del giorno santo. Ornate di purpuree bende il giogo oneroso, delle più fresche erbe gli alari che il fuoco ha róso nel fervido camino; sospendete alla trave arida la ghirlanda aulente, coronate la fronte del toro, il vaso lucente, la pietra del confino. La bellezza del mondo sopita si ridesta. Il mio canto vi chiama a una divina festa. Nelle vostre rene rudi, ecco, il mio canto versa un sangue divino. Udite, udite, o figli del Mare, udite il grande annunzio ch'io vi reco sopra il vento giubilante con la mia bocca sonora, nudi nell'ombra cerula delle vele mentre vibra come nella selva il curvo legno per ogni fibra da poppa a prora e il pino dischiomato che per l'alto sal viaggia pur anco geme in lunghe lacrime la selvaggia gomma onde il cuor gli odora, uditemi! Io vi dirò quel che da voi s'attende, le vostre sorti auguste, la deità che in voi splende e il Mar che è divino ancóra. Gittate le reti su i giardini del Mare ove rose voraci s'aprono tra il fluttuare dell'erbe confuse; cogliete il ramo vivo nella selva dei coralli ove fremono eretti gli ippocampi, cavalli esigui, e le meduse trapassano in torme leni come in aere nube; cogliete i fiori equorei, molli come le piume, dolci come le ciglia chiuse; fioritene ogni albero, fioritene ogni antenna, il timoniere alla barra, il gabbiere alla penna, e il piloto che sa i cieli, e i bracci dell'àncora tenace che sa gli abissi, e le escubie, occhi della nave aperti e fissi verso i lontani veli ove s'asconde l'isola felice o la tempesta! Il mio canto vi chiama a una divina festa. La bellezza del mondo sopita si ridesta come ai dì sereni. Mentì, mentì la voce dinanzi alle dentate Echìnadi tonante nella calma d'estate verso la nave. Il giorno spegneasi entro quell'acque, fumido; come una pira ardea Paxo; Achelòo, pensoso di Deianira e del divelto corno dalla forza d'Eràcle nell'iterata lotta, respirava per la sua vasta bocca nel mare e sola la sua brama era intorno. O padre fecondatore dei piani, re violento, atroce sposo, testimonio eterno sei tu. Mentì la voce che gridò: «Pan è morto!». Ma pieno era il giorno, ma era a sommo del cerchio il Sole, il maestro dell'opre eccellenti, lo specchio infaticabile degli umani, l'amico delle fonti, la chiara faccia, il puro occhio che vede tutte le cose (udite, udite!); e tutto il silenzio dei piani l'adorava offerendo al suo fuoco le messi altrici delle stirpi, i mietitori genuflessi dalle consacrate mani, e le falci terribili, e i vasi d'argilla proni onde l'acqua trasuda, simili alle fronti madide nella fatica, tramandati dai padri nella forma immortale, e i rossi carri aspettanti il peso cereale fermi presso la bica, e le chiome delle femmine seguaci, e le criniere dei cavalli furibondi sotto la sferza crudele e la schiuma di quel furore, e le preghiere grandi su l'opra antica. Pieno era il giorno, o figli, era il Sole imminente; e tutto il silenzio dei mari l'adorava offerendo al suo fuoco l'aroma del sale purificante, la felicità dell'onda, della rupe immobile, dell'alga vagabonda, della ferrea prora, il promontorio fulvo come leone in agguato con proteso l'artiglio, il golfo dominato dalla città che dolora nelle sue mura ansiosa, e i vitrei meandri delle correnti, e i gemmei limitari degli antri che solo il vento esplora. Tutto era silenzio, luce, forza, desìo. L'attesa del prodigio gonfiava questo mio cuore come il cuor del mondo. Era questa carne mortale impaziente di risplendere, come se d'un sangue fulgente l'astro ne rigasse il pondo. La sostanza del Sole era la mia sostanza. Erano in me i cieli infiniti, l'abondanza dei piani, il Mar profondo. E dal culmine dei cieli alle radici del Mare balenò, risonò la parola solare: «Il gran Pan non è morto!». Tremarono le mie vene, i miei capelli, e le selve, le messi, le acque, le rupi, i fuochi, i fiori, le belve. «Il gran Pan non è morto!» Tutte le creature tremarono come una sola foglia, come una sola goccia, come una sola favilla, sotto il lampo e il tuono della parola. «Il gran Pan non è morto!» E il terrore sacro si propagò ai confini dell'Universo. Ma gli uomini non tremarono, chini sotto le consuete onte. Tutte le creature udirono la voce vivente; ma non gli uomini cui l'ombra d'una croce umiliò la fronte. Ed io, che l'udii solo, stetti con le tremanti creature muto. E il dio mi disse: «O tu che canti, io son l'Eterna Fonte. Canta le mie laudi eterne». Parvemi ch'io morissi e ch'io rinascessi. O Morte, o Vita, o Eternità! E dissi: «Canterò, Signore». Dissi: «Canterò i tuoi mille nomi e le tue membra innumerevoli, perocché la fiamma e la semenza, l'alveare ed il gregge, l'oceano e la luna, la montagna ed il pomo son le tue membra, Signore; e l'opera dell'uomo è retta dalla tua legge. Canterò l'uomo che ara, che naviga, che combatte, che trae dalla rupe il ferro, dalla mammella il latte, il suono dalle avene. Canterò la grandezza dei mari e degli eroi, la guerra delle stirpi, la pazienza dei buoi, l'antichità del giogo, l'atto magnifico di colui che intride la farina e di colui che versa nel vaso l'olio d'oliva e di colui che accende il fuoco; perocché i cuori umani, come per un lungo esiglio, hanno obliato queste tue glorie, Signore, e che il giglio dei campi è un gaudio eterno». E il dio mi disse: «O figlio, canta anche il tuo alloro». °***°***°***°***° LIBRO PRIMO MAIA Laus vitae I. O Vita, o Vita, dono terribile del dio, come una spada fedele, come una ruggente face, come la gorgóna, come la centàurea veste; o Vita, o Vita, dono d'oblìo, offerta agreste, come un'acqua chiara, come una corona, come un fiale, come il miele che la bocca separa dalla cera tenace; o Vita, o Vita, dono dell'Immortale alla mia sete crudele, alla mia fame vorace, alla mia sete e alla mia fame d'un giorno, non dirò io tutta la tua bellezza? Chi t'amò su la terra con questo furore? Chi ti attese in ogni attimo con ansie mai paghe? Chi riconobbe le tue ore sorelle de' suoi sogni? Chi più larghe piaghe s'ebbe nella tua guerra? E chi ferì con daghe di più sottili tempre? Chi di te gioì sempre come s'ei fosse per dipartirsi? Ah, tutti i suoi tirsi il mio desiderio scosse verso di te, o Vita dai mille e mille vólti, a ogni tua apparita, come un Tìaso di rosse Tìadi in boschi folti, tutti i suoi tirsi! Nessuna cosa mi fu aliena; nessuna mi sarà mai, mentre comprendo, mondo Laudata sii, Diversità delle creature, sirena del mondo! Talor non elessi perché parvemi che eleggendo io t'escludessi, o Diversità, meraviglia sempiterna, e che la rosa bianca e la vermiglia fosser dovute entrambe alla mia brama, e tutte le pasture co' lor sapori, tutte le cose pure e impure ai miei amori; però ch'io son colui che t'ama, o Diversità, sirena del mondo, io son colui che t'ama. Vigile a ogni soffio, intenta a ogni baleno, sempre in ascolto, sempre in attesa, pronta a ghermire, pronta a donare, pregna di veleno o di balsamo, tòrta nelle sue spire possenti o tesa come un arco, dietro la porta angusta o sul limitare dell'immensa foresta, ovunque, giorno e notte, al sereno e alla tempesta, in ogni luogo, in ogni evento, la mia anima visse come diecimila! È curva la Mira che fila, poi che d'oro e di ferro pesa lo stame come quel d'Ulisse. Tutto fu ambìto e tutto fu tentato. Ah perché non è infinito come il desiderio, il potere umano? Ogni gesto armonioso e rude mi fu d'esempio; ogni arte mi piacque, mi sedusse ogni dottrina, m'attrasse ogni lavoro. Invidiai l'uomo che erige un tempio e l'uomo che aggioga un toro, e colui che trae dall'antica forza dell'acque le forze novelle, e colui che distingue i corsi delle stelle, e colui che nei muti segni ode sonar le lingue dei regni perduti. Tutto fu ambìto e tutto fu tentato. Quel che non fu fatto io lo sognai; e tanto era l'ardore che il sogno eguagliò l'atto. Laudato sii, potere del sogno ond'io m'incorono imperialmente sopra le mie sorti e ascendo il trono della mia speranza, io che nacqui in una stanza di porpora e per nutrice ebbi una grande e taciturna donna discesa da una rupe roggia! Laudato sii intanto, o tu che apri il mio petto troppo angusto pel respiro della mia anima! E avrai da me un altro canto. II. Io nacqui ogni mattina. Ogni mio risveglio fu come un'improvvisa nascita nella luce: attoniti i miei occhi miravano la luce e il mondo. Chiedea l'ignaro: «Perché ti meravigli?». Attonito io rimirava la luce e il mondo. Quanti furono i miei giacigli! Giacqui su la bica flava udendo sotto il mio peso stridere l'aride ariste. Giacqui su i fragranti fieni, su le sabbie calde, su i carri, su i navigli, nelle logge di marmo, sotto le pergole, sotto le tende, sotto le querci. Dove giacqui, rinacqui. Mi persuase i sonni il canto della trebbia, il canto dei marinai, il canto delle sartie al vento, l'odore della pece, l'odore degli otri, l'odore dei rosai, il gemitìo del siero giù dai vimini sospesi nella cascina, la vece delle spole nei telai notturna, il ruggir cupo dei forni accesi, il favellar leggero dell'acque pei botri, il battere della maciulla nell'aia. E parvemi talora su quei familiari suoni farsi un alto silenzio e riudire il lontano canto della mia culla. Mi destò il Sole raggiandomi la faccia. Vidi per le trame delle mie palpebre il fulgore del mio sangue. Il mozzo pendulo dal cordame gittò a me supino il suo grido, il suo grido annunziatore; e rise il lieve lido come un labbro su la bonaccia. Le secchie all'alba nel pozzo traboccanti d'acqua ghiaccia con lor croscio argentino suscitaron nel mio vigore nudo il brivido salubre del lavacro mattutino. Le allodole gloriose in alto in alto in alto dalla rocca dell'Azzurro mi chiamarono al grande assalto. I poledri violenti su la prateria molle, irsuti il pel selvaggio, coperti di rugiade come i bruchi villosi in fondo alle corolle, m'annitrirono su i vènti che parean recarmi il sentore degli ippòmani favolosi forte come un beveraggio. Cantò: «Ben venga maggio!» dal colle di ginestre chiaro la teoria coronata di canestre votive, e per le contrade e per l'anima mia trionfò Prosèrpina in veste tosca obliando Ade. Quante voci, quanti richiami, quanti inviti nell'aurore belle! Ma ebbi altri risvegli. Ebbi un letto vasto, sacro all'amor cieco e al perspicace odio; vasto sì che giacersi potessero con meco e con la mia donna la forza e la grazia, la crudeltà e la froda, la voluttà e la morte. Tra l'una e l'altra colonna pendeva una cortina grave che copria d'ombra il rito infecondo e la carne sazia, quando la concubina seduta su la proda mi guatava in silenzio con i suoi occhi instrutti nella cui notte ingombra io vedea passar gli antichi mostri e gli eterni lutti. Io t'abbandonai, O mia carne, t'abbandonai come un re imberbe abbandona il suo reame alla guerriera che s'avanza in armi tremenda e bella, ond'ei teme e spera. Ella s'avanza vittoriosa, tra moltitudini in festa che di tutti i lor beni fan conviti al suo passare. Attonito trasale il re dolce, e la sua speranza ride al suo timore; ché non sapea di tanta gioia e di tanta fame ricchi i suoi schiavi, non sé tanto possente né di tanto feroci spini pieno il suo dolce cuore. Io ti saziai, o mia carne, ti saziai come l'alluvione sazia la terra che più non la riceve ed è sommersa. Fiumi perigliosi precipitarono ruggendo sopra di te perduta. Fosti talora come uva premuta da fiammei piedi; talora come neve segnata di vestigia cruente, d'impronte oscure; talora come inerte gleba; e parvemi ch'io sentissi in te serpere ignote radici e udissi lunge stridere su la cote forse una scure. Furonvi donne serene con chiari occhi, infinite nel lor silenzio come le contrade piane ove scorre un fiume; furonvi donne per lume d'oro emule dell'estate e dell'incendio, simili a biade lussurianti che non toccò la falce ma che divora il fuoco degli astri sotto un cielo immite; furonvi donne sì lievi che una parola le fece schiave come una coppa riversa tiene prigione un'ape; furonvi altre con mani smorte che spensero ogni pensier forte senza romore; altre con mani esigue e pieghevoli, il cui gioco lento parea s'insinuasse a dividere le vene quasi fili di matasse tinte in oltremarino; altre, pallide e lasse, devastate dai baci, riarse d'amore sino alle midolle, perdute il cocente viso entro le chiome, con le nari come inquiete alette, con le labbra come parole dette, con le palpebre come le violette. E vi furono altre ancóra; e meravigliosamente io le conobbi. Conobbi il corpo ignudo alla voce, al riso, al passo, al profumo. Il suono d'un passo sconosciuto mi fece ansioso quasi melodìa che s'oda giungere nella remota stanza per chiuse porte a quando a quando, e il cuore anela. Risa belle, io già dissi il vostro numero, io vi lodai diverse come le sorgenti della terra, come le piogge nelle stagioni! Io dissi la vostra essenza invisibile, profumi, le vostre mute effusioni che pur vincono i torrenti nella rapina! Ma la voce avrà da me un canto più glorioso. Furonvi città soavi su colli ermi, concluse nel lor silenzio come chi adora; furonvi palagi snelli su logge aperte ad accoglier l'aria come chi respira, sacri alle Muse; furonvi orti irrigui, paradisi recinti come labirinti con una porta sola e mille ambagi, ove l'aura piega ogni stelo e s'invola come chi fa ghirlande e non le lega; vi furono bevande, frutti, musiche pe' nostri agi; e le melancolie. III. O notte d'estate fra l'altre memoranda per la bellezza indicibile onde rifulse nell'ombra la mia persona mortale, quasi fosse in lei espressa l'effigie divina del Desiderio, sotto i muti baleni che facean del cielo estremo una fucina ardente! Nessuno comprenderà mai perché nel semplice atto umano io mi sentissi così bello per tutto l'esser mio: l'eguale dei Giovini trasfigurati nei miti eterni della grande Ellade. Per un'ora fui l'eguale dei trasfigurati Giovini alle soglie dei boschi e sul margine delle fonti: nell'ombra calda e sotto i muti lampi bello indicibilmente. La luna era trascorsa; dietro le opache cime vanito era il suo breve incanto. L'orrore medusèo parve impietrare la faccia sublime della notte. Non canto, non grido s'udiva. Rare gemevan l'aure. Boote guardava l'Orsa; e lacrimava il coro delle Pleiadi belle ai ginocchi del Toro; ed Orione in corsa veniva armato d'oro su le tristi sorelle; ed Erigone pura, in disparte e con elle, versava anche il suo pianto. Così viveva la gran notte, qual la mirò dai monti Orfeo. Viveva d'una vita altissima taciturna e sacra, come quando l'apollinea prole invocò: «M'odi, o iddia, desiderabile, di negro peplo vestita, cinta di astri, inspiratrice degli inni, madre dei sogni, urania e terrestre, generatrice di tutte le cose, ricchissima, oblìo delle cure, persuasiva, m'odi!». Eran nel mio petto gli inni. Ma intenti i miei occhi erano all'orizzonte ultimo che fervea come se vi sfavillasse ignìto e vivido su la vulcania incude un cuor di titano con un palpito immenso. «O cuore titanico» dissi «formidabile, palpitante al confine del cielo, te anche arde e torce il desiderio onde anelo come s'io morissi? Per quale amante? Per quale dominio? Per quale morte? Che vuoi? che vuoi? Ovunque il tuo affanno apre solchi d'arsura che all'alba le rugiade non addolciranno. Ah che anch'io questa notte saprei morir come gli eroi, uccidere un re nel suo letto o tra le spade, sciogliere una cintura forte come quella che alla Terra cingono gli antichi mari!» Immobile su la soglia io guatava con occhi arsi, sentendo in me parole alzarsi confuse, come chi delira. Dietro di me la casa umana, spenta e di cure ingombra, ove dormivano i servi, gemeva a quando a quando vana come una lira senza nervi. E parve a un tratto, lontana con la sua doglia senza ritorno, lasciarmi nella solitudine solo. Il mio palpito stesso e la rapidità dei lampi si confusero allora; furono una forza concorde che lottò con la più alta ombra, toccò Galassia e i campi, agitò il sonno dell'Aurora, svegliò tutte le corde. E io dissi: «O mondo, sei mio! Ti coglierò come un pomo, ti spremerò alla mia sete, alla mia sete perenne». E d'essere un uomo più non mi sovvenne, poi che il mio cuor palpitava su la terra e nel cielo con un palpito sì grande. E io dissi: «O figlie d'Atlante, Atlantidi, corona ardente delle Pleiadi, o Taigete, o Elettra, o Celeno, Merope fosca, e tu, Maia dall'affocata faccia, Asterope, Alcyone, scendete ai miei giardini!». E così dicea vanamente per tendere le braccia, per volontà di chiamare, per amor dei nomi divini. Il silenzio era vivo come un'anima sparsa che ascolti e attenda senza respiro. Un'ala si mosse, una foglia cadde, un calice si schiuse, traboccò una fonte, una lingua lambì l'acqua, un'orma calcò l'erba, un balzo ruppe uno stelo, un foco vano rigò l'aria, un odor si diffuse umido nella caldura. Tutti i miei sensi vigilavano, nell'attesa della gioia oscura. Una bellezza indicibile io sentìa spandersi per le mie membra, come chi trasfigura. «Che vuoi? che vuoi?» Immobile stetti come i simulacri esangui; poiché ogni cosa attraeva il mio gesto ma il mondo parea vanire. «Che vuoi? che vuoi?» Dalle mie stesse vene pareami essere attorta l'anima come da mille angui con torride e gelide spire, «Che vuoi? che vuoi?» E un lampo discoperse la vite meravigliosa, gravida di grandi grappoli, frondosa di fosche fronde, con le radici immerse nelle virtù profonde. «Morire o gioire! Gioire o morire!» Ah, poter di côrre dal ciel più lontano un pugno d'astri pareami fosse nella mia mano fatta onnipossente dal cor che in me fervea! E il grappolo più grande colsi avidamente, che pesava d'ambrosia come la mammella ineffabile d'una dea data all'adolescente per gioire e morir quivi. Gli acini eran vivi d'inesausto calore alle mie dita di gelo. Sentii ne' precordii l'odore del pampino lacerato come d'un velo arcano che si fendesse. O Vita, quel parvemi il primo e l'ultimo tuo dono, e che i miei giovini denti mai polpa d'opimo frutto avesser morso né mai bevuto agreste sorso le mie labbra sanguigne. L'odore di tutte le vigne sentii ne' precordii capaci e di tutti i mosti il sapore, ebbi le vendemmie spumanti di tutti gli autunni feraci nel cuore, e le feste i canti l'urto dei piè danzanti il suono dei flauti frigi, e Lesbo rossa di faci pel natale del vino e l'onda corale e il passo del lidio coturno, o Vita, quando la mia bocca vergine di baci diedi al tuo grappolo notturno. Allora, come una statua dalla voluttà della Notte espressa, una forma silenziosa biancheggiò nell'ombra terribile; e trasalii. Una luce fatua sorse come una colonna tremante nell'ombra soffocata; e trasalii. Non dissi: «O donna, chi sei tu?». Non chiesi: «D'onde venuta, di quali iddii messaggera?». Ma la conobbi subitamente, muta ed eloquente. Per sentieri profondi tratta me l'avea sola dall'armonia dei mondi il Desiderio. Non dissi: «Parla!». Ma mi volsi a ghermire il suo corpo discinto, che fresco sentii quasi fosse balzato da polle rupestri. Né per baciarla la bocca detersi dal succo del grappolo molle; ché il divino Istinto mi volle dei due beni diversi comporre una gioia infinita. O Vita, o Vita! O notte d'estate fra l'altre memoranda, in cui la mia carne compì l'umano atto fugace sotto la specie dell'Eterno! O notte in cui viver mi parve figurato nel violento mito che divennemi un segno sacro per le vie della terra ove tolsi tutti i miei beni! IV. E come l'esule torna alla cuna dei padri su la nave leggera: il suo cor ferve innovato nell'onda prodiera, la sua tristezza dilegua nella scìa lunga virente: io così sciolsi la vela, coi compagni molto a me fidi, in un'alba d'estate ventosa, dall'àpula riva ove ancor vidi ai cieli erta una romana colonna; io così navigai alfin verso l'Ellade sculta dal dio nella luce sublime e nel mare profondo qual simulacro che fa visibili all'uomo le leggi della Forza perfetta. E incontrammo un Eroe. Incontrammo colui che i Latini chiamano Ulisse, nelle acque di Leucade, sotto le rogge e bianche rupi che incombono al gorgo vorace, presso l'isola macra come corpo di rudi ossa incrollabili estrutto e sol d'argentea cintura precinto. Lui vedemmo su la nave incavata. E reggeva ei nel pugno la scotta spiando i volubili vènti, silenzioso; e il pìleo tèstile dei marinai coprivagli il capo canuto, la tunica breve il ginocchio ferreo, la palpebra alquanto l'occhio aguzzo; e vigile in ogni muscolo era l'infaticata possa del magnanimo cuore. E non i tripodi massicci, non i lebeti rotondi sotto i banchi del legno luceano, i bei doni d'Alcinoo re dei Feaci, né la veste né il manto distesi ove colcarsi e dormir potesse l'Eroe; ma solo ei tolto s'avea l'arco dell'allegra vendetta, l'arco di vaste corna e di nervo duro che teso stridette come la rondine nunzia del dì, quando ei scelse il quadrello a fieder la strozza del proco. Sol con quell'arco e con la nera sua nave, lungi dalla casa d'alto colmigno sonora d'industri telai, proseguiva il suo necessario travaglio contra l'implacabile Mare. «O Laertiade» gridammo, e il cuor ci balzava nel petto come ai Coribanti dell'Ida per una virtù furibonda e il fegato acerrimo ardeva «o Re degli Uomini, eversore di mura, piloto di tutte le sirti, ove navighi? A quali meravigliosi perigli conduci il legno tuo nero? Liberi uomini siamo e come tu la tua scotta noi la vita nostra nel pugno tegnamo, pronti a lasciarla in bando o a tenderla ancóra. Ma, se un re volessimo avere, te solo vorremmo per re, te che sai mille vie. Prendici nella tua nave tuoi fedeli insino alla morte!» Non pur degnò volgere il capo. Come a schiamazzo di vani fanciulli, non volse egli il capo canuto; e l'aletta vermiglia del pìleo gli palpitava al vento su l'arida gota che il tempo e il dolore solcato aveano di solchi venerandi. «Odimi» io gridai sul clamor dei cari compagni «odimi, o Re di tempeste! Tra costoro io sono il più forte. Mettimi alla prova. E, se tendo l'arco tuo grande, qual tuo pari prendimi teco. Ma, s'io nol tendo, ignudo tu configgimi alla tua prua.» Si volse egli men disdegnoso a quel giovine orgoglio chiarosonante nel vento; e il fólgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo alla fronte. Poi tese la scotta allo sforzo del vento; e la vela regale lontanar pel Ionio raggiante guardammo in silenzio adunati. Ma il cuor mio dai cari compagni partito era per sempre; ed eglino ergevano il capo quasi dubitando che un giogo fosse per scender su loro intollerabile. E io tacqui in disparte, e fui solo; per sempre fui solo sul Mare. E in me solo credetti. Uomo, io non credetti ad altra virtù se non a quella inesorabile d'un cuore possente. E a me solo fedele io fui, al mio solo disegno. O pensieri, scintille dell'Atto, faville del ferro percosso, beltà dell'incude! E contemplai, di contro a Same dai foschi cipressi, Itaca petrosa, il Nèrito aspro nudato, la patria angusta di quella incoercibile Forza. E veder parvemi il tetto securo, la soglia polita, le stanze purgate dai morbi con fumido solfo, le fanti dai cinti vermigli intente a forbir seggi e deschi con le spugne lor cavernose o a torcere i lor fusi versatili o a scardassare le lane, e la tarda nutrice Euriclèa che valse già venti tauri, e l'economa Eurinòme, e Femio il cantore, e nell'orto cinto di pruni Laerte curvo a rincalzare l'arbusto. Or la figlia d'Icario guatava la torma dell'oche clamose beccare dal truogo il biondo fromento, e niuna aquila calata dal monte franger la cervice alle imbelli come nel sogno antico. Ma il talamo vasto, tutto di legno d'olivo lavorato di man dello sposo, confitto con chiovi d'argento saldamente al ceppo natìo che abbarbicato era con ferme stirpi alla durezza terrestre, il talamo antico d'Ulisse anco una volta deserto si stava, e per sempre, sotto la pelle bovina cui rodean le vigili tarme. «Deh, un qualche iddio mi rapisca, O mi fieda Cintia d'un telo!» Rammaricavasi acerba la moglie incorrotta. E la casa di strepitosi chieditori sonante e di danze e conviti ripensava ella nel tristo suo petto. E improvviso a rancore pestifero cedea la più che ventenne costanza! Fatta era l'alta reina simile a femmina ancella, poiché queste dicea parole: «Deh, avess'io scelto a marito il più ricco e valente dei Proci, accolto avessi il figlio di Polibo Eurìmaco o il figlio d'Eupite Antinòo, e seco passata io fossi ad altra dimora, più tosto che attendere l'uomo cui solo è talamo grato la tolda a sciogliervi il cinto dell'onda!». E il savio Ulissìde Telemaco dal suo seggio coperto di velli manosi governava i porcari. E il pallido adipe, onde un disco recato avea Melanzio ai Proci con la panca e la pelle e la brace perché si scaldasse e ugnesse e ammollisse il nervo dell'arco nel dì della strage, l'adipe grave su l'epa cresceva e pe' lombi e nel collo del savio Ulissìde. E partiva il suo letto di belle coltrici adorno con una florida fante ei che, ospite imberbe, mirato avea splendere Elena a Sparta e ricevuto il bel peplo da Elena e bevuto il nepente di Elena alla mensa ospitale. «Contra i nembi, contra i fari, contra gli iddii sempiterni, contra tutte le Forze che hanno e non hanno pupilla, che hanno e non hanno parola, combattere giovami sempre con la fronte e col pugno con l'asta e col remo col governale e col dardo per crescere e spandere immensa l'anima mia d'uom perituro su gli uomini che ne sien arsi d'ardore nell'opre dei tempi. Sol una è la palma ch'io voglio da te, o vergine Nike: l'Universo! Non altra. Sol quella ricever potrebbe da te Odisseo che a sé prega la morte nell'atto.» Tali volgea pensieri il Re sul ponto oscurato. O Itaca dura di rupi, l'ombra che tu protendesti nell'occaso del Sole tal fu per l'anima mia qual pel figlio della dogliosa nereide lo stigio lavacro! Caduto era ogni soffio. Nelle anse di Same sonore placavasi il rombo come nelle ritorte bùccine quando il dio cessa d'enfiarle col labbro salino. Simili a sarisse di bronzo nel macigno confitte i lacrimabili cipressi, interrotto il gemito amaro, parevano pronti a ferire. Scorgeasi la glauca Zacinto lungi, e il Cillene, e la costa crassa cui nutre di molta rapina il selvaggio Achelòo. Salir vidi un placido fumo allora, di tra gli oleastri che coronan col segno del buon lottator la Petrosa; e dolsemi il cor dentro al petto, ché pel sangue mi corse pensier della madre lontana, pensier delle dolci sorelle e del mio focolare. E m'apparve il bel fiume ove nato fui di stirpe sabella, Aterno di rossa corrente cui cavalca il ponte construtto di carene di travi d'ormeggi, spalmato di pece, in vista al monte nevoso che ha forma d'ubero pieno. E la tomba m'apparve sul poggio chiomante di pini, ove il padre riposa le sue grandi ossa ond'io m'ebbi tempra sì dura. E dissi nell'ombra: «O sorelle, tre come le porte del tempio, tre come il trifoglio dei paschi, tre come le Càriti leni, la prima dai floridi ricci salubre qual cespo di menta in docile rio, la seconda a me simigliante nel vólto ma quasi d'un velo soffusa argenteo sì ch'io mi creda specchiarmi in sul fare dell'alba a un fonte di acque serene, la terza dagli occhi bovini robusta qual fu giovinetta la figlia di Rea, della madre sostegno ridente, o mie dolci sorelle, non io vi obliai e di me voi favellate nel vespero forse, dal tetto arguto di nidi guardando verso l'Adriatico Mare. Pur, se taluna di voi improvviso mirasse l'aspetto della mia Libertà, d'orror tremerebbe e di spavento, perduto credendo il fratello suo caro, per sempre perduto; né più oserebbe toccarmi né dirmi parola di pace. E bagnerebbe di pianto le incolpabili mani materne, alla misera donna pregando l'oblìo del suo nato. E lo stranier che merca e froda al publico sole, il falso mendico che ostenta nel trivio l'ulcera immonda, il marinaio rissoso che batte il fanciullo e il vegliardo parrebbero a quella men empii del caro fratello perduto! Gèniti d'un grembo, d'un sangue, d'un atto d'amore noi siamo, sorelle. E, se penso le vene su la vostra tempia non cinta più cerule e tenui dell'ombre cui le frondi pie dell'ulivo fan sul vello dell'agna che pasce da presso, io sorrido d'una tremante dolcezza e le medesime vene guardo ne' miei pallidi polsi, che battono sì violente di desiderio implacato. E le mie virtù, i miei vizii, i miei delitti, i miei gaudii letiferi, i miei operosi tormenti, le occulte mie glorie, i sogni indicibili, tutto il fiume rapace del mio essere tingemi i polsi di quel vostro azzurro sì lieve! O consanguinei fiori, o pure ghirlande sospese alla fronte del focolare, s'io torni ove nacqui, in tema starò sorridente dinanzi alla vostra allegrezza come il viandante che sosta e parco è di chiare parole ché agli ospiti cela il suo stato. Ma tu, o madre mia forte, che mi generasti con tante grida nel mese fecondo che da Marte si noma, entrando il Sole nel segno dell'Ariete durocozzante, mentre passavan sul nostro tetto col volubile nembo i pòllini di primavera, tu subitamente svelato m'accoglierai tutto qual sono nella luce del tuo dolore. Qual sono, per te sarò sacro, per te gloriosa in patire e resistere, o madre! E tu, che immota rimani a costringer nelle tue braccia come in ferrea zona la casa fenduta dai fulmini, il soffio dell'immenso mondo in me sentirai vorticoso, senza terrore, e tutto saprai, pur quello che ignoto mi sta nel profondo, pur quello che sta nel Futuro, inspirata di conoscenza celeste. E mi dirai: «O figlio, t'ho fatto di vita sì breve e d'insaziabile cuore! Giusto è che tanto t'affretti a cercare a lottare a volere, lontan dalla madre che farti non seppe immortale». Gloria al tuo capo, o madre! Sii tu testimone sublime di mia verità sotto il cielo. O Solitaria, o Dolorosa, o Paziente, non sono io forse il tuo grido? Il tuo inconsapevole grido che, riconosciuto, si spande su gli uomini e reca ai più puri la tua speranza divina. O madre, sia gloria al tuo capo!». Queste la mia tristezza diceva parole, nell'ombra d'Itaca aspra di rupi. E parve dal mare profondo salirmi al petto una forza silente, in cui palpitavan le amiche Pleiadi, quando a notte supino, col vólto alle stelle, giacqui presso l'Occhio di prua. V. Dal golfo corintio, dal cuore dell'Ellade il vento soffiò contra l'Occhio di prua, cangiò gli oleastri d'Itaca, piegò i cipressi di Same, fe' simile il mare all'irta di fiocchi egida cui Pallade scuote. Ed era il meriggio, l'ora di Pan, l'ora grande. Il Sole era al colmo dei cieli ignudo; e tutto era chiaro d'intorno, presso e lontano; e l'anima mia come l'orbe dell'incorruttibile Etra tutta era di cristallo e d'oro sospesa in su l'acque. E il grido sonò: «Sciogli! Allarga! Su le scotte di randa! Borda randa! Su le drizze di fiocco! Issa fiocco!». E il legno garriva. Il legno gemeva cricchiava rombava; la verga bicorne strideva alla trozza: la forte ralinga batteva l'aere qual furia pennata di libertà sotto pugni di ghermitori tenaci; sinché contra l'albero a pioppo ghindata fu tra fondo e testiera, ordita la scotta al paranco. E l'àurica vela fu gonfia d'un alito immenso, più bella di tutte le cose d'intorno apparite, più di noi che l'aprimmo libera, più pura e innocente del cielo, una vergine forza, un desiderio pudìco, un arco acceso d'amore pel suo segno, un candido spirto tra il duplice Azzurro tutt'ala! Egidarmata Atena, ben tu ci volesti avverso il vento perché nell'approdo alla tua terra natale io memore fossi che sol nella lotta è la gioia. Parea che l'aspra tua verginità palpitasse presente nell'ombra della gran randa solare e che tu vigilassi co' tuoi occhi cesii l'alterna opra dei naviganti e tu le imprimessi in silenzio la tua misura divina. Obliqua la nave, inclinata sul fianco, in un solco di spume fervide, prueggiava giugnendo l'altura del vento avverso qual carro la cima di ripido monte. «Orza! Poggia!» E la verga biforca passava rombando fischiando sopra le nostre fronti chine; e tutta la ben costrutta compagine sotto lo sforzo risonava come una cetra. percossa; e l'opposto bordo attignea quasi l'acqua come avido labbro che sia per bevere il sale. Era l'opra agevole e lieve qual gioco. Aperto era il novo cammino alla rapida prua, come nel coro segue l'epòdo alla duplice strofe. Itaca Same Zacinto s'inazzurravano a poppa, cangiate in elisia corona; Oxia pareva un'ara ancor rosea della ecatombe, l'Àraxo un trofeo di Titani. Oh perìstrofe gioiosa verso la pampìnea Patre! Ora meridiana d'inimitabile vita! Levità della carne, freschezza dell'anima nova, rinascimento argentino! Non rugiada al solstizio su prato di salvie e di timi fu mai sì gemmante come l'anima mia che il Sole beveva inesausta. «O dio Sole, tu la bevi ed ella rinasce, tu l'ardi ed ella s'irrora. Antico tu sei, ella è sempre recente. Tu due e due volte trasmuti la faccia del mondo, ma la stagione che in lei cresce è diversa: non estate non primavera, ma una felicità più novella.» L'aroma dei canti futuri parea nel respiro alitarmi. E io dissi: «O Ineffabile, o Ignoto, il nome per te troveranno i miei canti futuri, il nome e la lode per sempre!». E la nave era parte di me, la vela erami ala su l'òmero, la prua era la cima del cuore sagliente, il lungo proteso bompresso era il segno della fecondante potenza. E come a un amplesso d'amore io tendeva al lito ricurvo, portato dal cielo e dal mare. O Ellade, e io credetti che dal tuo grembo di marmo avuto avrei finalmente il figlio che invoco immortale! Torrido soffio affocante qual fiato di mille fornaci su l'acqua del porto oleosa e corrotta; lezzo di tetre cloache, di putridi frutti, di torbidi fumi, di fecce, di sevi, di spezie, di vini, d'acri fermenti, d'umani sudori; terribili pietre consunte dal traffico immondo, riarse da Sirio, insozzate dall'escremento dell'ebre ciurme, dei cavalli, dei buoi stupiti ancor barcollanti in lungo rullìo di tempesta; tristi anelli di nero ferro, ormeggi più tristi che vincoli di prigionieri; man tese di mendicanti, riso ambiguo di prossenèti, e frode e fame in agguato: tale m'apparve all'approdo l'antica città degli Achei artefice di diademi e di vestimenta soavi. Per le vie bianche, sotto nembi di polve una bara misera fra roche preghiere recava il cadavere esangue dal vólto scoperto simile al giallore del croco. Alzato il teologo macro su la piazza pulverulenta a lenoni e vinai disvelava con stridula voce il mistero del dio senza muscoli. E i preti scaltri, nelle tuniche sparse d'untume nauseabondi, al loquace inesperto sorridean d'un perfido riso pettinando con l'unghie ricurve le luride barbe. Diana Lafria, scomparso era il tuo tempio agile a specchio del golfo. Correa per ladre mani pecunia dolosa, più vile del cencio e del timo. Oh effigie di gloria nel chiaro metallo battuto, quadriga trionfale, deità astata, spica opima, prora invitta, terrestre e marina potenza nel fermo rilievo inconsunto, propagata bellezza di acropoli vittoriose! Non gli Apolloniasti su le triere dipinte, né i mercatanti di Tiro nel segno d'Eràcle, né i Coi, né i Rodii, né gli Ateniesi di belle parole eran quivi; ma frode e fame in agguato. E nella notte illune, quando s'accesero i fari e il libico soffio si spense e i siderei fochi incoronarono i monti e s'udi lontana la voce del mare di là dai macigni dei moli, noi tristi ridendo e cantando seguimmo il prossenèta per cupi angiporti graveolenti in cerca di meretrici. E disse un de' cari compagni, mentre un gabbier fulvo e nerbuto receva il suo vin resinato alla soglia del lupanare tra afa d'amaro sudore: «La résina geme dai pini dell'Ida, ove Paris pascendo i buoi sogna Elena di Sparta che ancóra ei non vide, promessa!». I marinai dal collo ignudo, gli stradiotti bracati, i battellieri dal braccio di bronzo e dal dorso incurvo, le flosce bagasce dalle guance rosse di fuco vile, i bardassoni più molli delle femmine esperti in muovere l'anca, la schiuma del porto, la melma del trivio, i nativi e i metèci e gli stranieri approdati da un'ora, accesi di foia, tumultuavano al lume fumido delle lucerne grasse, tracannavano il vino malvagio e la mastica arzente, mercavano copula e lue per mezza dramma. E gli sguardi come i getti della saliva lucean sul carnaio in fermento. Quivi, al dir del buon prossenèta, giunta era una donna di Pirgo formosa, nel fiore degli anni. Ma non degnava ella beare di sua forma l'ebra ciurmaglia nella fumosa taverna aspra d'urli rauchi e di pugni percossi. In penetrale remoto, su candido letto, ella attendea lo straniero opulento, il navarca magnanimo, o l'alto signore dei latifondi patrensi. Salimmo allora la scala di putrido legno, varcammo la soglia segreta; e la donna di Pirgo ci apparve nell'ombra del letto, piccola e pingue, simile a gravida capra dalle molte mammelle olente dell'irco suo sposo. Niuno di noi appressarsi ardiva alla femmina elèa. Ma uno dei cari compagni le parlò con attico accento: «O femmina elèa, non nel Minyeio d'Omero, nell'ingiocondo Anigro che scorre tra il Minthe e il Lapitha, bagnasti il fior di tue membra?». Ridemmo in giovine coro. Ella gustar l'attico sale non seppe, e scagliò contra noi l'ingiuria e i sandali. Allora ci ritraemmo, con nari occluse giù per la scala di putrido legno. Repente brancolò nell'acre tenebra ver noi una mano ignota. Qual voce d'antico sepolcro imprecava per fame novella? Ristemmo, perplessi. Al breve bagliore scorsero i nostri occhi mortali l'eterna tartarea faccia d'Atropo che taglia lo stame, dell'inevitabile Mira? Sparvero l'inganno dell'ora presente, l'angustia del luogo, il turpe clamore degli ebri; e tutti i secoli muti che avean travagliato quel vólto, incanutito quel crine, sfatto quella bocca vorace, smunto quel seno infecondo, curvato quel dorso di belva, scarnito quell'avida branca, sepolto nell'orbita cava quell'occhio ancor semivivo senza cigli ingombro di sanie e lacrimoso di sangue, i millennii d'onta e di lutto oppressero il cuor mio vivente. E l'anima mia nel mio cuore tremò d'infinita tristezza, come innanzi all'aspetto senile d'una già cognita gente, di sùbito apparsomi in fondo al funebre specchio dei tempi. Ma risero i cari compagni. E nell'artiglio proteso dalla famelica lèna io posi ridendo una dramma. Mormorò ella parole buie tra le vacue gengive con la sua voce di tomba. La grande sua bianca criniera si dileguò nella notte. E noi scendemmo la scala di putrido legno. Cedette un de' gradi all'urto del piede, s'infranse con gemito. Oh dolce, dalla soglia del lupanare, mirar le vergini stelle! E disse un de' cari compagni tornando alla nave ancorata: «Aedo, tu désti la dramma a Elena figlia del Cigno, che fatta è serva millenne d'una meretrice di Pirgo». Vidi il pastor frigio su l'Ida pascere col flauto l'armento all'ombra dei pini chiomosi, innanzi che in talamo eburno ei s'avesse Elena di Sparta. E disse il compagno: «L'estremo Eroe cui ella soggiacque nomavasi, come l'idèo rapitor suo primo, Alessandro. Su quella zona terrestre che si protende arenosa tra il Mediterraneo Mare e il Mareotide Lago, il giovine Eroe la premette; e fu la lor prole Alessandria». Alessandria! Alessandria! La forza la gioia la gloria del trionfatore d'imperi e il van balbettìo faticoso del calvo grammatico! Io dissi meco: «Se ancóra l'impronta dei lombi divini rimane laggiù nella sabbia palustre, io andrò andrò adorante». Parlava la voce del sogno. «Votò l'Eroe la sua vasta coppa. Meditò taciturno. Votare la coppa ei soleva dopo sovrumane fatiche. Da lui stanco il vino traeva una onniveggente potenza. Ei vide le Forze immortali salir dalla terra e dal ponto. Tra il Mediterraneo e il Lago segnò taciturno le sorti della Città nascitura. I Continenti oscurati eran sotto l'ombra degli alti pensieri. Ei vedea la ricchezza dei regni versarsi infinita su l'Arcipelago azzurro, dalla Città nascitura come da corno inesausto. E vennegli Elena per l'acque dai lidi argivi incurvati secondo la forma del labbro ledèo; sorridendo gli venne Elena di Sparta che Achille bramò; venne a lui col nepente la bianca Tindaride; venne recando nel cinto il profumo dell'Ellade caro al signore dell'Asia. E il Macedone scosse la figlia di Zeus nudata su le fondamenta fatali. E fu quegli l'estremo Eroe cui ella soggiacque. Poi fu polluta per notti e notti, tra il sangue e l'incendio, dai centurioni di Roma, premuta fu sotto le squamme delle loriche pesanti. Punsero l'ispide barbe la sua mammella rotonda che dava la forma alle coppe d'avorio pei conviti dei re. Nel suo ventre convulso ruggire s'udì la lussuria come rombo in conca marina. Da sola ella fu la suburra aperta all'esercito in foia. Fu manomessa dai servi, dai ladroni, dagli omicidi, dai profanatori di tombe, dai mercenarii fuggiaschi. Calpesta in polvere e in fango, lambì con la lingua lasciva le calcagna dei violenti. Soffiò dovunque il suo fiato come insanabile peste. Accrebbe i nomi del vizio. Fece innumerevoli i nomi e i modi, maestra di spintrie pei Cesari enfii di murene e roscidi di purulenza. Vecchia d'indicibil vecchiezza, tentò se le mille sue rughe servir potessero a qualche più mostruosa lascivia; ma, come in solchi di sabbia sol cresce la crambe marina, crebbevi sol la vergogna. E fu di postriboli cencio, nettò dai vòmiti i letti, gittò nel rigagno del vico le rosse urine e lo sterco, spezzò il suo ultimo dente per rodere gli ossi ed i tozzi contesi alla cagna scabbiosa. Or tu la vedesti alla porta di quella femmina elèa, crinita di grande canizie. Fu sua sapienza la frode, sudore di opere infami ne' secoli fu suo lavacro; e tuttavia biancheggiare or noi la vedemmo nell'ombra! Come neve su volutabro sta su lei la grande canizie: attonito l'occhio la mira. Ahi fior di bianchezza sublime che alle Scee mirarono i Vegli! Aedo, tu désti la dramma a Elena figlia del Cigno.» Così, questo sogno sognando nell'amarissimo cuore, tornammo alla nave ancorata. E poi ci colcammo sul ponte, il sonno invocammo dall'Orse. Tal fu la notte di Patre. VI. Il fiato degli uomini vili fuggimmo, l'odore e il clamore degli Efimeri imbelli che quivi apparivano come la lebbra sul sen di Afrodite, la stupidità su la fronte di Pallade, negli occhi di Febo la sanie cruenta. O vigne immense eguali, pascoli d'api, coi verdi pampini illanguiditi dall'aridità presso il mare ceruleo dove Zacinto ignuda natava in silenzio come la sirena delusa che virtù non ebbe d'attrarre ai carmi la nave d'Ulisse! O grappoli sparsi in su l'aie quadrate per cuocersi al sole, densi e violacei come il crine sul collo di Saffo! Cipresso, e parvemi allora soltanto conoscer la tua meditabonda bellezza, commisto al palmite ricco, sul fianco dei colli silenti, su le correnti dell'acque, in contro al zaffiro sublime dei monti creati alle soglie dell'aria dal flauto di Pan! Oleandro, e allora t'elessi in riva ai ruscelli fiorito per inghirlandar la mia Musa che ama danzare e lottare, che tratta l'incudine e il sistro, che onora la grazia e la forza, che loda il pastore e l'eroe; t'elessi, oleandro, ti colsi per redimir le mie tempie di rose e d'alloro in un ramo. Non mai parso m'eri sì bello! E un altro da me canto avrai. Peregrinammo da Patre alla città santa d'Olimpia, al tempio di Zeus Cronide con chiusa l'offerta nel cuore. E tacita era la via; e il Sole inclinavasi all'onda occidua, con riaccesa divinità, Elio nomato per noi, Elio d'Eurifaessa. Ed èramo senza parola, tacenti, ma d'una celeste melodìa pieni il petto mortale. E talora dai monti aerei venivan messaggi per l'aere; e noi rendevamo l'orecchio, attoniti, ai suoni di Pan. Disse un de' cari compagni: «Nel plenilunio che segue il solstizio d'estate la Festa ha principio». S'udiva dietro a noi fragore di carri. E d'improvviso tutta la valle echeggiò di fragore come d'un émpito d'acque irrompenti da cataratte aperte su l'Elide. E il grido umano e il nitrito anelante squillavano sopra il fragore. «Per vincere vincere vincere!» E ci volgemmo. E vedemmo tra nembi di splendida polve una moltitudine immensa d'uomini, di cavalli, di carri condotta da mille Vittorie che armavano il cielo d'un fremito aquìleo, nube di penne di pepli di chiome impetuosa volante in aura di giovinezza. «Per vincere vincere vincere!» E tutto il Peloponneso tremò come foglia di gelso. Era su la via santa la forza dell'Ellade, mossa da un ramo d'ulivo selvaggio! Era il fior della stirpe quadruplice, la concorde e discorde anima ellèna protesa verso il serto leggiere d'ulivo selvaggio! Ionii e Dorii, Eolii ed Achei, il sangue d'Atene di Sparta di Tebe d'Elice d'Ege; le genti insulari di Nasso di Sèrifo d'Andro, di tutte le Cicladi; e i potenti di terra lontana, i tiranni sicelii, i re di Cirene, i grandi oligarchi delle città di Tessaglia e quei di Metaponto di Velia di Sibari di Posidonia ambivan l'ulivo selvaggio! E gli alti carri dipinti recavan le offerte votive: le decime tolte al bottino, le arche di cedro e d'avorio, le tavole i tripodi i vasi le lampade d'oro e d'argento, i tori e i cavalli di bronzo, i rudi colossi di pietra avvolti in lini trapunti, e le spugne il nitro la cera la pece gli aròmati gli olii. E tutti, città, re, strateghi, atleti, sacravan le offerte per vincere o per aver vinto nello stadio o in pugna campale. Gli Eretrii i Sicionii i Messenii grondavano ancóra di sangue. Le prede raccolte a Platèa eran fuse in un simulacro. La strage l'onta il servaggio facean trionfali i metalli. O Temistocle insonne, del gran Laertiade alunno, spada battuta a freddo, noi ti vedemmo sul carro che Atene ti diede, ben saldo come su trireme rostrata; e in te l'acuto sorriso era qual tempra nel ferro. E te, Pericle, anche vedemmo, o artefice della saggezza, te nato d'occulta sirena e di colui che a Micale fu vincitore nel nome d'Ebe giovinetta ridente; te anche vedemmo, che avevi nel gesto nel passo nel verbo nella cesarie ornata l'ordine divino onde fulge la pura colonna nei Propilèi di Mnesìcle, nel Partenone d'Ictìno. Ma Alcibiade, lo snello pantère versicolore che Diòniso amico èccita col batter del piede, l'auriga che al carro dall'asse d'oro agitava i cavalli più rapidi, chiamammo per nome. Grandissime offerte ei seco recava, ricchezze insigni, per dare per dar grandemente. Io gli chiesi: «E alla Vita che tanto ti diede, or tu che darai?». «Darò la mia statua scolpita dalle mie mani.» «E qual gioia ti parve più fiera?» «La gioia d'abbattere il limite alzato.» «Qual fu il tuo buon dèmone?» «Il rischio, il rischio dagli occhi irretorti.» «La buona virtù?» «Il piè leggero, Ospite, il mio piè leggero!» E gli strateghi i navarchi gli arconti passavano in carri dall'aureo timone, e i cantori i sapienti gli alunni di Clio gli artefici esperti di tutte le forme, coloro che foggiavan la sorte d'un popolo vivo, coloro che animavan l'umida argilla col pollice nudo, coloro che trasfiguravan gli aspetti dell'Essere con l'eloquenza. E vedemmo Erodòto dagli occhi d'intento fanciullo, che seco recava al consesso dell'Ellade i rotoli gravi di gloria come i fiari son pregni di miele. Vedemmo Ippia e Gorgia, vedemmo Demòstene Isòcrate Lisia; invocammo Pindaro invano. Ma splendean come astri nell'etra, come le Pleiadi e l'Orsa, nella moltitudine immensa quattordici atleti. Il fulgore dei sette e sette epinicii ardea nell'eroico sangue. Perpetuavasi il ritmo dell'olimpica Ode nei polsi del pùgile. L'ala della triade sagliente armava i mallèoli certi al corritore del lungo stadio. Ecco il bello Efarmosto d'Opunte, Ergotèle d'Imera, Psaumida di Camarina. Ecco Agesia Siracusano della profetica gente iamide, di Sòstrate prole. Ecco Alcimedonte egineta, d'Egina dai grandi navigli, della blepsiade gente. E d'improvviso apparve fiammeo di porpora coa, pari a inestinguibile vampa, nella moltitudine solo, più solo dell'aquila a sommo del monte, il monarca degli Inni. «Aquila, aquila» io dissi «onde torni sì radiante? M'odi! Rispondi! Per gli astri, pei vulcani, pei lampi, per le meteore, per tutto ciò che arde, per la sete del Deserto e il sale del Mare, odimi, volgiti all'ansia pedestre. Ch'io senta il tuo sguardo e il tuo grido fendermi il petto! Aquila, onde vieni?» «Dal Sole. Battei l'ali su la cervice del suo corsiere più bianco per affrettar la sua corsa all'ultimo Vertice azzurro.» VII. Non templi non are non tombe non statue votive, non greggi di vittime, non teorie solenni lungh'esso il Pecile, né il coro dei bronzei fanciulli sacrato al Dio da Messana né l'opra di Càlami offerta da Agrigento, né il toro degli Eretrii, né la Vittoria di Naupatto ammirammo giungendo ai piedi del Cronio pinifero; ma una bellezza virginea come un canto partènio, diffusa nella placida sera, c'indusse una sùbita pace nel cuore, e il tumulto si tacque. E sol riudimmo vegnente dai gioghi d'Arcadia il messaggio di Pan che conduce ne' tempi il Ritorno eternale. Arcadi monti, alpe d'Acaia, messenie cime, o chiostra della valle sacra, vivere mi sembraste voi contenendo la voce della placida sera, vivere come i seni delle vergini intatte che cantano il canto partènio! Un melodioso respiro parea muovere i grandi lineamenti all'intorno e, come per una bocca dischiusa, il visibile suono volgersi al ciparissio golfo in figura di fiume declive e l'Alfeo violento inebriato d'amore con Aretusa giacersi quivi in sul medesimo letto obliando il corso rapace. Eternità del Canto! Concava tutta la valle come la testudine d'Erme, d'innumerabili corde fatta immensa, cantava ancóra il callinico inno ai Giovini vittoriosi. La lotta dell'invide stirpi placavasi nella bellezza. Nell'armonia numerosa posava la rapida forza. L'orma dei cursori avea la forma del plettro. Il disco lanciato cangiavasi in ala robusta. Il pentatlo e il pancrazio erano i fulcri dell'Ode, come il tripode solido regge lo spirto prenuncio dei fati. «O Ellade» io dissi «il tuo Coro è più delle stelle perenne!» E, poi che al Cronio la notte gemmò di stelle la fronte, solo discesi là dove il Clàdeo breve si mesce all'Alfeo tortuoso, verso le pietre infrante che mute dormivan sul suolo augusto, simili a torme di atleti dalle bianche clamidi nella vigilia dei Giuochi sotto il plenilunio d'ecatombeone giacenti. Quasi un baglior d'occhi insonni parea palpitar nelle moli dissepolte; e d'orrore tremavami l'anima in petto, andando, ché toccar temea col piede incauto la vita eroica meditante al conspetto degli astri lo sforzo per l'alba ventura. Tra le mozze colonne del tempio di Era m'apparve la tavola d'oro e d'avorio opra del sottile Colòte, ove gli Ellanodici ponean le corone d'ulivo selvaggio. Alle nari mi giunse l'odor delle calde ceneri sacrificali che faceano un tumulo ingente. Vestito di lino era il mio silenzio. Giammai nei perigli l'anima mia s'era armata di sì vigile ardire come in quell'ora di sogni tra quelle notturne ruine; ma quasi un marmoreo rigore parea m'occupasse la carne mortale. Guardai le mie mani ignude e di pallido marmo le conobbi al lume del cielo. E l'ambiguità della morte e della vita, fra i templi abbattuti, fra i dubii aliti, fra i sogni creati e distrutti, fra le parvenze intermesse, mi fece immobile innanzi alle accolte ceneri delle ecatombi che insanguinato aveano l'ara di Zeus nelle remore olimpiadi e nudrito il suo inesplebile fuoco. «O Zeus, Tiranno più grande, sei dunque caduto per sempre? Te sire di tutte le voci terribili il grido iterato dalla scitica rupe sconvolse? Lo scaltro ti vinse, che il muscolo e l'adipe ascosi avea nella pelle del toro per sottrarre l'ostia al Potente? Gli Efimeri onorano il càuto Ribelle, obliosi del tuo Ordine puro che solo generò l'Universo! La piaga che sanguina e pute nell'egro fegato, sotto il rostro del vùlture adunco, ai lamentevoli figli del Rimorso e della Paura la piaga la piaga stridente ahi più venerabile sembra che la solitaria tua fronte onde balzò l'unica nata Pallade Atena dagli occhi chiari vergine prode artefice meditabonda patrona dei vertici forti nemica del cieco tumulto lucida regolatrice del combattimento ordinato che reca al sicuro trionfo! L'odor della carne corrotta, del sudore anèlo, della febbre, dell'agonia, della putredine ha vinto l'ambrosia della tua chioma su' tuoi grandi pensieri ondeggiante, o Generatore incorruttibile. E i servi, i liberati servi inclini al sentier consueto del fango, che ne' lor cuori ignavi agognan pur sempre il servaggio, scagliano contro a te la saliva e l'ingiuria. E il lor fiato perverso appesta fin l'aer montano intorno alla scitica rupe onde il tuo Nemico furace nauseato vomisce su loro. E l'Oceano lava la graveolente lordura. O Zeus, padre del Giorno sereno, quanto più bello del vincolato ululante Giapètide parveti il monte silenzioso, di vaste vertebre, fresco di polle invisibili, aulente d'inespugnabili fiori! Numerava il piagato con rauca voce i tuoi molti delitti; e tu sorridevi, nella tua superbia, più puro dell'aerea rugiada però che ciascun tuo desìo si mirasse perfetto nell'atto e ciascuna tua stilla di sangue fosse un'eterna volontà protesa a un supremo Ordine e sol d'armonia si nudrisse la creatrice tua gioia, d'aurora in aurora. Zeus, se più bella ti parve dell'Uom vincolato la rupe alta silente nell'etra, più bella dell'Uom crocifisso è la croce, segno del Fuoco primiero ch'espressero gli Arii dal ramo duplice attrito. Deposto il cadavere molle fu di sul segno infamato; ma i cinerei servi moltiplicarono il tristo simulacro in tutte le vie della Terra ove i carri falcìferi della Potenza profondato aveano le rote sonore e le falci corusche nel carname dei vinti. O Zeus, o Zeus, t'invoco. Risvégliati, afferra il domani! La fiamma urania ti sia vomere a solcare la Notte. Travaglia travaglia la Notte, o Re folgorante! Sovverti la tenebra! Fendi il pallore! Tu solo mondare la Terra dal cumulato escremento puoi, come la noce dal mallo se per la tua grandezza è come la stilla di latte espressa dal fico immaturo Galassia che immensa biancheggia. O Zeus, Tiranno più grande, tu carico di delitti e d'oltraggi, ingombro di prede, tu solo sei l'alta Innocenza. Risolleva l'Olimpo e poi risorridi alla Terra. E, come a sua donna l'amato offre una cintura più bella, rinnova per lei l'orizzonte cui volgere io possa la prora scolpita cantando il mio canto!» Così pregai nel mio cuore notturno, fra i dischi delle colonne atterrate che un dì avean chiuso il portento fidiaco. «FIDIA FIGLIUOLO DI CARMIDE ATENIESE MI FECE.» E, come il tremante artefice innanzi al compiuto simulacro, attesi nel tuono il consentimento divino. Ma silenzioso fu il cenno del dio che vivea nel mio petto e nella olimpica notte. E della notte remota sovvennemi, del giovinetto deliro che s'ebbe i due doni da Libero e da Citerea, il tumido grappolo e il seno femineo, quando laggiù su l'incude celeste sfavillava il cuor del titano. E dissi: «O Zeus, tu anche tu anche mandami un segno su le vie della Terra. Per togliere tutti i miei beni, per cogliere tutti i miei pomi, improbe fatiche sopporto, mostri multiformi combatto che mi precludono i varchi, ma più terribili quelli, ahi, ch'entro me di repente insorgono dalle profonde oscurità dove torpe il fango delle geniture!». E, movendo i passi per l'Alti, scorgere parvemi l'ombra dell'indovino di Zeus, il responso udire improvviso «Combattere e vincere i mostri non ti varrà su la Terra se trasfigurarli non sai, Aedo, in fanciulli divini». E i campani d'un gregge sonavan tra i marmi abbattuti. Subitamente si tacque in me l'audace tumulto, come se la preghiera accolta mi fosse e compiuto il desiderio e mutato già l'orizzonte in cintura più bella e mondata la Terra e disvelata la faccia di Pan che conduce nei tempi il Ritorno eternale. E un fanciullo pastore m'apparve, il pastore del gregge: simile a riflesso di stella in tremule acque m'apparve il puerile sorriso. Al lume dei cieli biancheggiar vidi i suoi denti puri nel saluto venusto: sentii la rugiada cadere. Volto avea Boote l'obliquo timon del plaustro fra i Trioni. Sì lucida era la notte che gli arbori su le colline leggere di là dall'Alfeo segnavano l'ombre visibili. Tanto era dolce il lineamento dei gioghi che parea, come il fiume, continuamente fluire. Giaceva sul dorico tempio il gregge lanoso; gli umili velli ed i marmi augusti in tepore spirante parean convivere. Tutto era plenitudine e pace: non morte, non ruina: armonia di forme perfette, concordia del Coro infinito. Necessità, come l'urto del piè nella danza tu eri! Su l'erba colcato il pastore poggiava il florido capo al tronco d'un platano. E quivi io vigile stetti al suo fianco in silenzio. Ed èramo volti ai monti d'Arcadia, all'indizio del di nascituro. E il fanciullo mordeva mentastro odoroso, scendendogli il fiore del sonno su' cigli virginei. Caddegli il ramicello selvaggio dalla bocca aulente che al fiato eguale si schiuse. La valle parve tutta allora una cuna divina per quella innocenza. Vidi su i vertici l'Alba avvolgere al piè della Notte il lembo del suo primo velo. D'amore tremai come s'ella ver me si piegasse e dicesse: «O tu che m'attendi, io ti cerco!». VIII. Alba apparita dal sacro Cillene, il mio canto novello salire a te non si ardisce; ma tu risplendi per sempre su le mie sorti guerriere freschissima confortatrice! Da te beve come da un fonte l'arsura della battaglia. Stendere tu suoli il tuo velo su la mia febbre animosa. Ti guardo allor che il periglio è presente, ti guardo allor che mi stringe il dolore, ti guardo allor che m'accingo a scuotere l'anima mia come arbore troppo gravato di frutti maturi, e dico: «Il mio giorno incomincia» con ineffabile gaudio entro me udendo il respiro lene del divino fanciullo. Lui sotto il platano, ancóra dormente, lasciai tra il suo gregge nell'Alti. E come dal cavo còrtice sgorga la copia del miele e liquida cola giù pel tronco insino alla ceppa: la flava ricchezza adunata dall'api sembra una gomma pingue che gema dal cuore dell'arbore, dono agli umani: così la sua grazia facea ricco il platano sterile e quasi apparia stirpe d'oro prodotta co' i rami e le frondi naturalmente alla luce. Tacito partìimi, nudato i piedi, per mezzo la bianca strage dei marmi, scendendo a riva. E la veste di lino erami grave. Mi scinsi. Palpitai nell'aere chiaro. Con qual grido in me riconobbi l'antica natura dell'acqua scagliandomi nella corrente del mitico Alfeo! Correva quel fiume in gran letto ghiaioso ardente consparso di platani di tamerici d'oleandri selvaggi; e le cicale col canto e col susurro le frondi accompagnavano il croscio robusto del rapitore. «Io Arethusa, io Arethusa!» Agili guizzavan nel gelo i muscoli all'impeto avverso resistendo; ma d'improvviso per tutta la carne un'azzurra fluidità mi ricorse e i muscoli furon su l'ossa come i fili dell'acqua turgidi contra le selci. E non più lottar volle il corpo a nuoto ma cedere tutto alla rapina sonora, ma essere quella rapina, ma perdere il limite umano, espandersi fino all'alpestre origine, correre a valle dal monte, ritorcersi in lunghi meandri, polire le rupi, l'erbe inclinare, i campi rodere, scalzar le radici, detergere il gregge, di schiume fervere, tingersi di cielo, splendere di raggi, gonfiarsi di tributi limosi, il limo deporre, chiarirsi com'aere gelido, in ogni goccia crescere impeto e brama, contro il Mar che agguaglia afforzarsi di rapidità, fiume eterno persistere nell'amarezza. «O Alfeo d'Aretusa, più vaste correnti solcan le valli terrestri, il Tànai estremo dirime innumere stirpi, termine d'imperi è il profondo Istro, il settemplice Nilo trasmuta le arene in immense biade e specchia ardui sepolcri. Ma sol tu sei regnatore nel mito, bel re cristallino! I più grandi beve per sempre l'inevitabile ponto. Morte informe in pèlaghi estingue tanta forza irrigua. Tu solo, rena d'amore immortale palpitante nell'amarezza, tu solo persisti e trascorri, puro qual nascesti dal fonte, al segno del tuo desiderio lontano. O Alfeo d'Aretusa, ch'io sia come te nel mio mare!» Mi mossi allora, temprato dal limpido gelo, mi mossi ai dissepolti simulacri che il triste ricovero chiude. Pio pellegrino, le rose del laurigero oleandro e il fior violetto dell'agno- casto io colsi tra le ruine. Tutta la valle ardeva di fiamma cerula, e il canto delle cicale era come il suono del foco celeste, talor come il crèpito chiaro degli arbusti arsi, dei fumanti aròmati. La magra terra fumava ed auliva d'incensi come il sommo dell'ara. La cenere delle ecatombi svegliarsi pareva in faville. Tintinno di tetracordi era il vento etesio nei pini. O Ippodàmia, nel rotto fronte del Tempio giacente, io vidi te sola tra Pelope e i quattro cavalli, orrendo virgineo silenzio chiuso nella gravezza del dorico peplo. Constretta nelle pieghe rigide come nelle ferree dita del Fato eri, o figlia d'Enomào. Ma il pensier tuo, sotto i folti riccioli simili alle uve della bimare Corinto mèta alla corsa fatale, immobile vivea nel fiammeo soffio dei quattro corsieri già pronti col carro. E non ebbe il Cillene non il Taigeto un abisso terribile come il tuo grembo intatto che Pelope amava. Perché di sùbito amore anch'io t'amai, genitrice d'Atreo? Perché nella memoria mi giganteggia il tuo peplo simile alla scorza d'un mondo? L'imagine in te ritrovai della perigliosa Bellezza che di sé m'accese e m'accende, virginea nel rigore del suo vestimento ordinato, urna di tutti i mali, profondità di dolore e di colpa, remota cagione di lutti infiniti, funesto silenzio ove rugge ebro di lussuria e di strage l'umano mostro nudrito d'inganni pel labirinto dei tempi. L'aspetto sublime dell'Ombra cui l'arte m'è fisa in te raffiguro, Ippodàmia. Tra l'eroe preparato e la fremente quadriga tu stai, piena il fianco regale di fertilità spaventosa, guatando la via dove spenti caddero sotto le ruote dei carri i tuoi chieditori. E il tuo padre in segreto ha fame di te; e il Tantalide è certo di premerti, al tramonto del sole, nudata e superba sopra le sue pelli di belve. E tu sei vergine ancóra; la tua cintura ti cinge di sopra il ventre velato, come il cerchio tacito gira a sommo del gorgo. Ma Tieste e Atreo nascituri e la cruenta progenie e il peso carnal dei delitti già t'affaticano il grembo. E dalla tua bianchezza immobile, o Statua sculta pel fronte sereno del Tempio, erompe il furor degli Atridi, propagansi l'odio fraterno e la libidine incesta e l'ebrietà dell'eccidio e i singulti e gli ululi e i lagni che trae dalle fauci umane la cieca percossa del Fato. O Ippodàmia, e lungi alla tempesta dei mali nella dolce luce un divino cigno canta il suo giovenile inno verso la Morte. «Recate i canestri! Versate sul fuoco l'orzo lustrale! Conducete vittima all'ara me trionfatrice dell'alta Ilio! Coronatemi il capo! All'Ellade io do la mia vita.» Chi dunque canta? La stirpe di Pelope, Ifigenìa, l'Atride cara ad Achille, ebra di gloria, futura luce dell'Ellade, innanzi alla moltitudine in arme, andando pel florido prato verso il bosco sacro d'Artèmide. «Per la mia patria e per tutta l'Ellade io muoio! Ma degli Argivi alcun non mi tocchi. Tenderò la gola in silenzio.» Ed Achille, preso il canestro, tolta l'acqua, circa l'altare corre invocando la dea per le navi e per l'aste. Rapisce la dea, sotto il ferro del sacrificatore, la vergine intatta. Prodigio! Su l'altare palpita occisa la grande cerva montana. In alto, per l'incolpato Etra, per la via de' vènti e degli astri, la suora d'Apolline reca nelle candide braccia la nata del sangue d'Atreo, o Ippodàmia, lei dormiente adagia su i gradi del tempio tàurico fatta più bella! Tal, figlia d'Enomao, che stai tra l'eroe preparato e i quattro corsieri anelanti, videro i miei occhi novelli illuminarsi l'antico mistero cui veste il tuo peplo. Un'armonia inaudita congiunse allora nel sogno la rigidità del tuo marmo alla flessibile forza in me viva; e sorsero accordi senza numero belli tra i miei spini e i miti divini. Ma la parola dell'uomo è tarda in seguir dagli abissi ai vertici l'avvolgimento dell'anima alata. Espressa in ardore di suoni non ho la figura che nutro della mia midolla più forte, o Statua scura pel fronte sereno del Tempio, né detto perché la tua fredda pietra si muti ai miei occhi nella sostanza infiammata cui l'arte mia teme e travaglia. Chi mai dunque sotto il velame scoprirà l'imagine ascosa? Forse colui che, esperto e vigile, ode in un soffio del vento rivivere i morti, rigiugnersi le parentele obliate, sotto l'incauta prole ansare il sen della Terra. IX. E l'Erme prassitelèo sul fulcro quadrato mi parve men virile, quasi fior molle di grazia feminea, quasi desiderabile amàsio, andrògina forma venusta, poi che saziato mi fui di grandezza e di lutto. Il torace il ventre ed il pube non marmo erano ma carne cedevole. Il nitido capo dai riccioli corti, recline verso Diòniso infante, nella levità del sorriso e dell'ombre era ambiguo tra il sogno e la vita, siccome quel del pastor duplice alato che guida le anime all'Orco e il rapito armento al suo antro. Dai ginocchi agli òmeri in ritmi leggeri saliva la forza. Ma, poi che da banda mi trassi e riguardai, la forza si palesò nella guisa che l'arco allentato si tende. I lombi gagliardi, le cosce nervose, le reni falcate e salde, la cervice robusta eran degni del dio enagònio. Gravando sul piè manco il peso del corpo divino, ei reggeva col braccio inflesso il pargolo ignudo. Ei giovine assunto alla forma perfetta portava il nascente germe inteso a spandersi in gioia, a sorgere nella pienezza dell'essere e della potenza. Così per visibili segni raffigurata mi parve nel Divenire Eterno l'immortalità della Vita. «O figlio di Maia» pregai «figlio dell'Atlantide Maia dall'affocata faccia, che onoro notturna fra gli astri Pleiade dai sandali belli dal crin di giacinto, che invoco fra le sue sorelle celesti, odimi, o Criseotarso, Amico degli uomini. Scendi dal fulcro quadrato, àrmati del pètaso il capo, allaccia gli aurei talari ai mallèoli, teco togli la verga di tre rampolli, la lunga clamide, l'arpe lunata, la borsa capace, e vieni tra gli uomini. Sei pur sempre il lor nume operoso, il dio dal gran cuore, l'artiere infallibile. Vieni! Udrai e vedrai maraviglie. O Agorèo, cui piacque trattar con vólto benigno i mercatori in piazza solleciti intorno alle biade dell'Attica magra, la Terra è oggi un'àgora immensa ove non si tendono reti di belle parole ma guerra si guerreggia furente per la ricchezza e l'impero. Duci di genti son fatti i tuoi mercatori ingegnosi, duci inesorabili e insonni dal breve motto che scrolla cumuli enormi di forza. Sul flutto dell'oro ondeggian le sorti dei regni. Come l'aere l'acqua ed il fuoco, fatto è l'oro un periglioso elemento che ha i suoi nembi, i suoi vortici, le sue vampe. O Infaticabile, e sonvi terre novelle, agitate dall'alito aspro dell'antico Ocèano, dove l'umana opera è qual rabida febbre. Il vento è qual bronzo che squilli, il vento è qual riso che rida qual gioia che canti su la magnificenza e l'onta degli atti. Il verbo è una lama aguzzata a duplice taglio. La gara, che tu proteggevi nelle fulve palestre, divora le vie strepitose. Gli uomini dalla mascella belluina e dal mento di selce màsticano l'ansia qual foglia amara d'alloro. La Volontà reca intrecciati a sé il Dominio e il Piacere come i serpi al tuo caducèo. L'Istinto è un impeto sagliente, un ariete caloroso dalle inesauste reni, che si precipita sopra la vita e l'assale e la copre e sì la feconda reluttante o sommessa. Passan talora su le rosse città nuvole di speranze, quasi tempesta di ali; e s'empion d'un rombo gli orecchi degli uomini maraviglioso, ch'è il rombo degli inni futuri. Le mammelle irrìgue della Terra moltiplicarsi paiono alla cresciuta avidità della prole. Il Destino toglie da tutti gli spazii i suoi limiti, vinto e respinto per sempre dalla libertà degli eroi. O Macchinatore, e una stirpe di ferro, una sorta di schiavi foggiata nella sostanza lucente de' clìpei dell'aste degli schinieri, una serva moltitudine di Giganti impigri obbedisce ai fanciulli e alle femmine, meglio che su triere veloce al celeùste la ciurma unta di olio d'oliva. E non il flauto né il canto regola il moto con ritmo eguale; ma una potenza che non falla, simile al sano cuore nel petto dell'uomo, pulsa in quelle ossature polite e circola in ogni membro con giro iterato accelerando il lavoro. Gran fremito scuote le case. M'odi. Il gesto del paziente ilota, che trita la spelta o il latte agita nel secchio o scardassa le lane, s'immilla ne' ferrei bracci nelle ruote dentate ne' lunghi cuoi serpentini che per girevoli dischi trascorrono propagando l'impulso ai congegni sottili onde l'informe sostanza esce trasfigurata come da industria sagace d'innumerevoli dita. O Erme, i telai della lidia Aracne diurni e notturni, ove come rondini argute volavan le spole, travagliano senza canzone di vergine e senza lucerna, soli in ordin lungo strependo. Il sudore d'Efèsto su la piastra imposta all'incude profuso, è ormai vano o Erme, ché nelle fucine, come la man puerile incide la tenera canna o divide le fibre del cortice lieve, l'ordigno facile taglia distende assottiglia fóra contorce per mille guise il metallo ammassato in solidi pani. Odimi, o Inventore. E i magli, i magli più vasti delle rupi che il lacertoso Ciclope scagliò contra Ulisse tuo caro, invisibile pugno solleva e precipita in ritmo agevolmente come il fanciullo manda e ribatte volubile palla per gioco. Gioco di fanciullo era a poppa del nautico pino il chenisco, l'anitrella scolpita nella curva trave spalmata perché galleggiasse in eterno. O Erme, nave catafratta or galleggia e naviga senza vele né remi. Discende pel pendìo dello scalo nel mare compagine eccelsa come cittadella munita, corbame e fasciame di ferro testudinato di piastra a martello più salda che orbe di settemplice scudo. Gran torri soperchiano il vallo. La carena ha un cuore di fuoco onde creasi la propulsante virtù dell'ali marine che tùrbinan sotto la poppa tra ruota e timone sommerse. Atto alla guerra e alla pace, minaccioso d'armi tonanti o dei doni onusto che all'uomo fa la veneranda Demetra, il colosso equoreo solca pèlaghi ed ocèani, varca gli eurìpi i bòsfori i sacri istmi che l'uom frale recise come tu dio con l'arpe il collo d'Argo tutt'occhi. Oltre le Caspie Porte, oltre l'Atlante ove il coro delle Esperidi per sempre si tace, oltre la piaggia del Cinnamomo trapassa. Lascia l'iperbòreo lito ove non più danza e canta Apolline dall'equinozio di primavera insino al levar delle Pleiadi re dei conviti soavi. Di Taprobane a Ierne di Cerne all'Ocèano Eoo la sua scìa grande orla i lembi di quel mondo che t'appariva nel volo, o Alipede, quale macedone clamide stesa. Ma di là dalla piaggia d'Eea, di là dall'estremo Occidente, ove Elio sommerge i cavalli, trapassa ad attingere un altro mondo che sotto altre stelle si giace in duplice forma, simile a un'ala d'uccello e simile a un'orsa poggiata le zampe nell'artico gelo. E il certo piloto disegna nell'acque un cammino ben cognito a tutte le prore, sì che traccia su traccia persistevi qual nelle vie frequenti il solco dei carri. O Egemonio, m'odi. Nel mare è il certame dei regni. Il mare implacabile prende e scevera, senza fallire, le virtù delle stirpi nel tempo. Più della terra antico, nudrito di morti ma di nascimenti fecondo, più della terra è bello, più della terra è sicuro. I morti non rende, ma rende l'amore a chi l'ama tenace. La Speranza che stette al fianco dell'uomo animoso curva su la rate pelasga, la selvaggia compagna cui contra l'occhio aguzzato la palpebra rossa arrovesciavano i vènti, or fatta è donna imperiale Thalassia nomata su i vènti. Nel trono ella sta d'Amfitrite. Catenata sembra la Gloria tra le sue tempie. Il suo seno è una primavera anelante. Il suo palpito si ripercuote dai golfi e dai bòsfori azzurri del Mediterraneo Mare sino ai promontorii nimbosi della barbarica Ierne. Bùccine di mille Tritoni non vincono il chiaro clangore della sua tromba di bronzo. L'odono i popoli forti: cantando l'inno dei Padri, spingon rivali nel flutto ruggente le navi di ferro; ché necessario è navigare, vivere non è necessario. Polèna a ogni prora novella è il cuore vermiglio dell'uomo inalzato sopra la Morte. Odimi, o Enagonio. Il Taigeto ha i segugi più ardenti; ha Sciro le capre dalle mamme irrigue di latte più pingue; Argo, le armi; Tebe, i carri; ma la Sicilia ferace dà le quadrighe magnifiche, i bene bardati corsieri dal piè di tempesta. Ne' tuoi stadii l'asse tutt'oro guizza come folgore in nube. La Rapidità dalle nari di fiamma par su le tue mete lasciar vestigia d'incendio. Ierone di Siracusa, Senòcrate di Agrigento, Cromio d'Etna, fior di Sicilia, contendon la palma agli Elleni. Pindaro diademato offre agli eroi trionfali la grande coppa dell'inno. Non l'ebrietà della strofe né fronda di quercia d'olivo di pino s'attendono, o Erme, i conduttori dei carri igniti cui circo e vittoria è l'Orbe terrestre! Nel pugno non reggon le redini anguste, non figgono alle cervici dei cavalli lo sguardo. Governano ordigni più snelli che il tèndine equino ma possenti più ch'epitagma scagliato nella battaglia. Scrutano lo spazio ventoso, i piani i fiumi i monti che valicheranno. Obbedisce il pulsante metallo al tocco infallibile. Foschi son gli intenti vólti, notturni come il vólto di Ade re d'Ombre che trae Persefóne piangente. Traggono il pianto e l'affanno degli uomini i lor negri carri, il male degli uomini stretti e misti nell'alito impuro, il dolore e tutti i suoi frutti sopportano, o Erme, il piacere e i suoi fiori senza radici, e l'avida gioia e il desiderio feroce e gli inestricabili nodi delle anime chiuse nei corpi ignavi, e gli intorpiditi crimini dall'unghie rattratte, e le volontà rilucenti nei sogni come in guaine diàfane, e l'opere nate da ieri, e i messaggi dei cuori fraterni, e la copia dei beni giocondi trasportano, o Erme: le rose dei liti solari al gelo dell'Isole Scàndie. Tonando passano, in lungo ordin su cento e cento ruote concordi, con nubi e faville per traccia, passano a vespro nei piani onde fuma sommossa dal diurno travaglio la fecondità delle glebe. Sùbita s'aderge in orgoglio la stanchezza dell'uomo e guata la porpora immensa del cielo, ove come in sanguigna promessa di vita più bella par che s'addentri col peso la creatura dell'uomo. Cade la notte. O perla, o lacrima d'Espero ardente! S'accendono i fari. Nei porti le ciurme si scagliano all'orgia. Le città splendono di febbri come un astro è cinto di aloni. Col rombo il tràino amplia la notte. Odimi, precipite Nunzio, alto Messaggero celeste. L'aere notturno e diurno palpita di umani messaggi. Commessa al silenzio dell'Etra la parola attinge i confini remoti. Serpeggia silente pei bàratri equorei, sotto i nettunii pascoli; emerge lungi perfetta nei segni, narra gli eventi, conduce le imprese, congiunge le stirpi, infèrvora i forti alla gara. La voce, la voce sonora, formata dal labbro spirante, in cavo artificio s'ingolfa, di sillaba in sillaba vibra tacitamente lontana, ravvivasi come in profonda bùccina e favellare l'ascolta l'orecchio inclinato. O Viale, come le vene per entro ai marmi di Sparta e del Tènaro folte son le vie frequenti e insuete ond'è variegata la Terra. Ma la mobile fiamma, che tu eccitavi nel petto del viatore, divampa e grandeggia in cuor dell'eroe novello che vede la Gloria accosciata come la Sfinge nell'immensità dei deserti o presso le occulte sorgenti dei fiumi o su i mari di gelo. Non di parole tebano enigma propone la belva ma chiede, o Erme, la chiave sacra che vedesti nel pugno dell'antichissima Gea! D'ossa lùcono i milliari degli spaventosi cammini. O Citaredo primo, tu il bene che supera tutti désti all'uomo quando la cava testudine nata nei monti facesti sonora, le canne trasverse inserendo nei fóri tra l'un margine e l'altro, poi sul graticcio spandendo la pelle di bue, configgendo a sommo del guscio i due bracci, questi poi giugnendo col giogo. Tra l'osseo giogo e l'estremo labbro della scaglia montana, come il nervo tra i corni dell'arco, tendesti minuge di agnelli bene attorte. Sette ne tendesti, o figliuolo di Maia, per onorare le Pleiadi belle nell'Etra. E la tua cheli selvaggia fu compagna al canto dell'uomo. Or l'uomo, emulando gli audaci tuoi spiriti, seppe di legni di nervi di crini di pelli d'avorii di metalli una multiforme crearsi e multànime gente canora che popola e gonfia la profonda orchestra occultata, ove non più la thyméle santa òccupa il centro del cerchio né più presso l'ara l'aulete dalla phorbéia di cuoio col duplice flauto accompagna le strofe e la danza corale. E non il cristallo del cielo né il sinuoso velario acceso dai raggi s'allarga su la moltitudine intenta; ma simile ad alto sepolcro è il notturno teatro concluso e in sé stesso rimbomba. Come nei mari le prime onde squammose all'urto dell'euro inarcan le schiene, s'ergono e spumano, il rugghio e il tuono avvicendano a corsa, di procella tumide in vasti cumuli precipitando con un rapimento improvviso; come nei boschi le prime faville accendono i coni aridi, le morte frondi, crescono in pallide fiamme, serpeggian pe' vepri, gli arbusti mordono, il cuor selvaggio attingono carco d'aromi, conflagrano subitamente fragorose verso la nube, irraggian per tutta la valle il fulgore e il terrore; così dall'orchestra prorompe l'impeto sinfoniale. O Maestro dei Sogni, m'odi. E i Sogni inani, i tuoi lievi simulacri della quiete, le tue mute imagini erranti, giganteggiano a un tratto con vólti di bragia, s'armano d'una ossatura erculea, grande hanno il fiato e polsi hanno violenti per stringere l'anima umana e scuoterla dalle radici e svèllerla e darla al ludibrio dei desiderii! E l'Amore, o Erme, il giovinetto cnidio triste come un rogo consunto ascolta per entro a' capegli che sono un unguento stillante; languisce in un freddo sudore; poi vuota la tazza che gli offre la Morte, ove tutti i piaceri spremuti fanno un sol tòsco. Padre d'Ermafrodito, non tu creasti l'oscuro Andrògino al far della notte, ebro di melodìa in un torrente di suoni premendo l'amata da tutti Anadiomene d'oro? Noi anche, ahi sì brevi, sul lito d'Eternità sognammo le mescolanze vietate, sdegnando di saziarci pur sempre con la dolcezza dei consueti giacigli. L'opera attendemmo diversa, nata da un'incognita febbre, fatta di dolore e di gioia, pallida di ricordanze ma di presagi animosa, recante in sé la promessa e il compimento, sorella delle Stagioni divine. O Psicagogo, se all'Ade squallido condurre dovessi tu l'anima mia, se condurre dovessi tu l'Ombra del mio canto su l'asfòdelo prato incontro a Saffo sublime dal crin di viola che forse m'attende, alla riva del Lete t'indugeresti, io penso, vedendo in me trasparire queste tante ignote ricchezze. E direbbemi alate parole la tua maraviglia: «Ombra, per la luce soave onde vieni, sosta, ch'io miri da presso la tua opulenza. Come arbore sei, che curvato abbia lungamente i suoi rami nel lidio Pattòlo e gravato ne sorga e si mesca il metallo regale alla polpa dei frutti. Tanto adunque sopra la Terra deserta d'iddii può la vita anco esser ricca, Ombra d'aedo? Parte alcuna in te riconosco di ciò che fu nostro, se indago; ed è la tua parte di gioia, la tua purità sorridente. Ma innumerevoli sono le cose novelle che ignoro, e le geniture dei mostri che pur non sembran pesare alla levità del tuo passo. Ombra, non sarà che tu getti questa abondanza all'oblìo. Non varcherai la riviera. Qui farai sosta con meco. Proteggerti vuole il Parente della Cetra; ché forse talor ti sovvenne del dio Intercessore ed alcuna dottrina apprendesti da lui. Di congiugnimenti maestro fui, di concordie divine compositore sagace, perito d'innesti immortali, per moltiplicar la mia forza, aedo, e la mia conoscenza. Penetrabile fui e fecondo. Come nella mia dolce Arcadia, dopo il verno, ai tepidi giorni quando muovon le gemme, il colono fende la scorza dell'arbore e v'incastra la marza acciocché in essa si alligni: la pianta inframmessa le vene sparge nell'altra e s'appiglia; vigoreggia il succhio, il sapore del frutto si fa generoso: così, con arte inserendo nella mia sostanza diverse deità, m'accrebbi di varia potenza, molteplice ed uno. La verginità cruda e invitta di Pallade a me collegata mi fece più destro in trar prede, e nella tetràgona pietra io fui pe' mortali Ermatena. Al Cintio lungescagliante ond'ebbi la verga trifoglia, cui diedi la cheli soave, mi strinsi con patto fraterno; e quindi Ermapòlline fui. Infondermi il sangue feroce dell'uccisore di mostri, dell'eroe muscoloso dalla fronte angusta, volli io Argicida; e fui Ermeràcle. E con altri iddii mi confusi; né sdegnai gli iddii bestiali, dalla testa di cane, dal becco di sparviere, dalle mascelle di leone, estrani, onde fui Ermanubi, Ermitra, Ermosiri. Ma da due comunanze m'ebbi più gran copia di forze segrete e di gioie profonde e di visioni sublimi, Ombra d'aedo che ascolti. M'accomunai con l'Amore, col nume che fu nel principio, che sarà nella fine. Con Eros confusi il mio sangue, col bellissimo fiore cui era devota la schiera sacra degli efebi tebani; e fui pe' mortali Ermeròte. M'accomunai col Silenzio io signor del discorso ornato, dell'insidiosa facondia. Ermarpòcrate fui, col dito premuto sul labbro eloquente; ma tenni ai miei piedi il vigile gallo che col grido annunzia l'aurora. Così tutto attrassi e composi in me, tutto abbracciai, di congiugnimenti maestro, perito d'innesti immortali. Or io mi penso, Ombra d'aedo, che ben conoscesti quest'arte tra gli uomini se cumulata hai tanta ricchezza nell'anima tua giovenile. Per ciò ti concedo che sosti sul lito del fiume torpente e d'umane cose favelli col dio. Non bevere l'onda obliosa, ma, se la sete ti arda, io voglio offerirti il pomo granato che aperse Core, di Demetra la figlia pura, con le chiare sue dita. Ne prese tre soli granelli: Aidòneo re sorridea. Bella era la bocca di Core». E io ti direi rispondendo: «O Intercessore benigno, poiché tu concedi ch'io teco favelli alla riva del Lete io tutte le cose dell'uomo ti svelerò, esule dio. Ma soffri che un'Ombra d'aedo interroghi l'alto Parente della Cetra! Ermerote io ti chiamerò, Ermerote, bel sangue commisto d'Amore. Tu conducevi Euridice per mano su i violetti asfodilli, e Orfeo t'era innanzi coronato di cipresso e di mirto il capo suo d'oro. E intorno era sacro silenzio ma ad ogni passo silente gemere s'udia la gran cetra sospesa al fianco d'Orfeo... Non così fu, Ermerote? Sentisti tu tremare la man di colei che traevi dall'Ade su i cari vestigi? E obliato non hai ogni altro tremito di carne mortale tu che i miseri uomini ignudi avvincevi ai supplizii? Intorno era sacro silenzio, ma s'udia nel Tartaro lungi rombare la ruota aspra d'angui cui tu avvincesti Issione. Ed ei si volse, ei si volse, Orfeo si volse! La donna perduta fu, dallo sguardo perduta! Ritrarla dovevi nelle inesorabili fauci. Mirasti i due vólti, e quegli occhi? Euridice! Orfeo! Notte eterna. Ah parlami di quel dolore, di quella bellezza, Ermerote! E poi fa ch'io beva l'oblìo.» X. Tornammo alla nave ancorata. La salutammo nel porto con ilare grido vedendo il candido fianco apparire. Tra le Onerarie ventrose più snella ci parve, leggera come fasèlo o liburna. L'albero la verga le sàrtie la gran randa i piccoli fiocchi il bompresso trincato le commessure del ponte le boccaporte e le cùbie e le caviglie e i bozzelli e tutti gli attrezzi minuti, canape legno metallo, amammo di vigile amore come vena per vena e nervo per nervo le membra viventi di fragile amica. Più che l'odor del mentastro ci piacque l'odor della nave. Or un de' cari compagni recato avea prigioniera in una gabbia intesta di giunco una bella cicala del regno di Pelope Eburno. E cautamente sospeso avea quella nassa terrestre a poppa, e sópravi steso un ramoscello di pino reciso nell'Alti; e si stava in ascolto avendo nel cuore l'anacreontica lode. Ma la regina del Canto, l'ebra di rugiada e di luce, su l'acqua oleosa del porto tacevasi attonita all'ombra dell'ingannevole fronda; ché il suo luogo è la cima dell'arbore o l'asta di Atena. E noi ridevamo il deluso. «Or téntala dunque col dito!» Salpammo l'àncora all'alba. Patre era avvolta di sonno torbido; ma l'alpi d'Etolia sorgevano in veste di croco, quasi Grazie pronte a danzare sul fiore del Ionio, fasciate dalla stephàne d'oro. «Forse, a piè del letto ove giace la meretrice di Pirgo invano aspettando il navarca, Elena figlia del Cigno s'accoscia e ronfia, nascosta le mille sue rughe per entro la grande sua bianca criniera» pensava taluno di noi sciogliendo la randa solare che ben da noi stessi tramata ci parve, col filo dei sogni. E vidi il fanciullo nell'Alti, in mezzo alla strage dei marmi, ignaro di quella vecchiezza. Il mattutino spiro ci volse alla porta del golfo corintio, tra i due promontorii affrontati come molossi che senza latrare protesi già fossero all'impeto ostile ma d'improvviso irretiti in non so qual divina ambage di rosei veli. E un amore dei monti indicibile era nei nostri petti, e riconoscerne i vólti ignudi e chiamarli per nome desiderammo. Ogni lume ogni ombra ogni solco ogni asprezza ci parve il segno d'un dio, l'orma d'un eroe, la fatica d'un uomo, lo sforzo d'un mostro. E dicevamo: «È il Coràce forse? è l'Aracinto? il Timfresto? o il Bomi onde sgorga l'Eveno?». Il vento gonfiava la randa; e tanto la vela era bella d'armoniale virtude che parea la scotta sua forte dovesse, pulsata da un plettro, rendere un suono di lira. E ad ogni istante gli aspetti dei monti eran nuovi, più dolci o più aspri. E se un'argentina conca appariva o un anfratto ceruleo, l'anima nostra vi si profondava per gli occhi bramosa d'attingerne l'imo come il natatore si scaglia dall'alto nell'onda ch'egli ama e sommerso tocca la sabbia o la radice dell'alga. Tuttavia perché, nella gioia e nell'avidità, ci saliva ai precordii un'ansia intermessa piegando al cammino ritroso? O amore, amore mai sazio di conoscere e d'adorare! Taluno de' cari compagni dicea: «Non vedremo la bocca dell'Eveno, e non il suo guado; non il regno di Deianira, non in Calidóne la caccia né la tomba ove corse delle Meleàgridi il pianto». Volgevansi a poppa gli sguardi per la scìa lunga virente. E l'odore dell'ecatombe sentimmo, vedemmo l'Etolia accesa di fùnebri roghi, la forza di Meleagro avvinta al tizzo dal Fato, e Deianira nel fiume torcersi abbrancata da Nesso, Eràcle con la saetta intrisa nel fiele dell'Idra passare il polmone ferino. E dicemmo: «O Ellade, tutto in te vige, splende e s'eterna. Come le barbe degli olivi per le tue piagge e i tuoi colli, come i filoni della pietra ne' tuoi monti, le geniture dei Miti ancor tengono presa l'antica virtù del tuo suolo. La gente che sega le magre tue messi, o abita le case vili a piè delle deserte acropoli, ti disconosce; e t'è più strània di quella che tolse i tuoi numi alle fronti de' tuoi templi in ruina per trarli mùtili e freddi nella sua caligine sorda. Ma i Miti, foggiati di terra d'aria d'acqua di fuoco e di passione furente, sono il tuo popolo vivo. Vivi palpitar li sentimmo sul nostro cuore umano stringendoli; e ancóra in segreto ci dissero qualche inattesa parola e ci diedero un'arme per meglio combattere o un ritmo ci appresero novo per meglio gioire. Verremo di gleba in gleba, di selce in selce noi pellegrini inchinando il cuor nostro umano su la deità che l'assempra? Ahi, l'ora è breve e il vento volubile, ed è necessario compiere altri perìpli finché la carena sia salda; e a consumabile tizzo la nostra sorte anco è avvinta. Ma ad ogni approdo intera tu sarai nel nostro fervore qual sei nel tuo triplice mare!». E, come già il Sole era presso all'ultimo vertice azzurro, scomparsa a ponente Naupatto dei Locri, a ostro Egio achea, ci apparve su l'acque il promontorio Andromàche simile a un leone sopito nel fulvo oro della sua giuba. Il vento languiva. Bonaccia grande era intorno. Udivamo a quando a quando la vela floscia battere e trepidare come un cuor moribondo, il legno per tutte le fibre alide dell'alidore celeste risponder con lungo gemito, guizzare i delfini sotto la poppa, i falchi stridere per entro i forami della rupe aurata. E la voce di prua mise un grido: «Il Parnasso!». E tutti balzammo a guatare la faccia d'Apollo apparita; però che sul tacito specchio il Monte Castalio, sublime e roseo, dominatore d'ogni altra grandezza e pur lene come se l'onda perenne del canto spetrata ne avesse la mole terrestre, assemprava ai nostri occhi attoniti e puri l'apparizione diurna del dio musagète vivente non qual nella vena del pario marmo dagli artefici è sculto a similitudine d'uomo ma qual forse il videro un tempo sul verde limite dei paschi i primi pastori proteggere i tauri e i cavalli misteriosa bellezza levata in sostanza serena. Cadde il vento. Noi tutti èramo senza parola fissi alla gran maraviglia. Sospeso era il Giorno sul nostro capo. Tutte le cose tacevano con un aspetto di eternità. L'occhio solo era vivo e veggente. O tregua apollinea, Meriggio! Qual coro avea chiuso il suo canto remoto negli echi del mare? Qual coro traeva il respiro per dare principio al suo canto? Coro di Sirene o di Parche? di Tiadi o di Muse? Il silenzio era come il silenzio che segue o precede le voci delle volontà sovrumane. Tutta la vita era a noi quasi tempio lieve senz'ombra, ch'entrammo non più morituri. O soffio etèsio, respiro meridiano del grande Mediterraneo contra il violento Cane, sùbito bàttito chioccante della vela, balzi d'un cuore che un flutto di sangue riempia, arco teso un'altra volta verso inarcati seni, alacrità delle forze, fame e sete carnali, sapore del pane e del vino, allegrezza dei corpi, dopo la pausa infinita! Oltrepassammo Andromàche, volgendoci al seno crisèo. Come dietro la negra nave dei Cretesi di Gnosso eletti dal Pitio al suo culto, un delfino agile balzava nel nostro solco veloce. Disse il Pitio lungescagliante ai navigatori cretesi: «Non prèndevi brama del cibo i precordii, come agli stanchi uomini suole avvenire quando negra nave s'ormeggi?». Seduti a poppa in corona noi avemmo ulive addolcite, pesci pescati col giacchio spiranti salsedine, caci molli che serbavano ancóra l'impronta dei vimini, fichi degni d'aver patria in Egina con l'ombelico melato di gomma, bionde uve sugose, vini chiari aulenti di pino rinfrescati in vasi d'argilla appesi alle sàrtie, e la calda màstica che dentro una goccia ha tutte le estati di Chio ricca in dolci donne e in lentischi. All'ombra della gran randa giocondamente mangiammo e bevemmo, in conspetto del gèmino Monte che il muto splendor del meriggio velava. Non era visibile a noi l'altra cima: quella ch'è sacra al Semelèio effrenato, alla deità delirante: Nisa, la cima notturna. Ma l'allegrezza nel sangue fervere sentimmo sì forte che per le nostre membra pieghevoli corse improvvisa inquietudine, quasi desiderio di danza furente e d'insano clamore. E due dei cari compagni sorsero e balzaron sul bordo co' piedi nudi a gara di destrezza in giochi rischiosi. Ed io pensai nel mio cuore gli antichi portenti appariti ai corsali tirreni quando per la còncava nave gorgogliò vino odorato e per la vela si sparse alta racemìfera vite e l'edera l'albero avvolse di corimbi e s'ebbe corona ogni scalmo. «O Cirra, o Nisa, vertici dell'anima umana, sommità del canto sereno, culmine dell'acre delirio, in breve ora noi v'attingemmo! Il chiaro silenzio adorammo ove l'ultima nota tremava del coro febèo. L'impeto selvaggio, che rende immemori l'Evie nell'orgia, or ecco sentiamo in confuso rompere dal torbido sangue.» E, la mia frenesia nel petto profondo constretta, io stava pensoso dell'uno e dell'altro mistero; quando udii stridor lieve l'aria fendere. Tesi l'orecchio in ascolto; e vennemi al labbro il sorriso, ché noto il suono m'era. «O Apollo, nel giorno tu vinci!» E la stridula voce oscillò qual canna fenduta nel vento; poi prese più forza, palpitò, si fece canora, da poppa a prua chiaramente s'udì sopra il croscio dell'acque. «La cicala! Udite, compagni, la cicala che canta!» gridai divenuto fanciullo nell'allegrezza. E tutti accorsero i cari compagni intorno alla gabbia di giunco. E, senza strepito, quivi stemmo intenti come dinanzi a famoso aedo; sì nova ci parve sul mare la voce agreste e sì novo l'aspetto della creatura vocale che non ha carne e non sangue e ignora i mali e il dolore, simigliante quasi ai Superni. Negra ma d'una cinerina lanugine ell'era coperta, che lucea qual serica veste; e grand'occhi avea due, protesi, ma tre più piccoli, rossi come le bacche cruente d'autunno, in esiguo corimbo a sommo del capo; e lunghe ali di tenue vetro nervute di foschi rilievi, il torace sparso di màcule, fatto di anella il mirabile addòme. Ognuno guatar la silvana ospite della nave parendo com'àugure incerto, facea più fraterni più giovani e vividi i vólti l'ingenuità del sorriso inclinato. Io l'àugure finsi. «Compiremo il periplo nel segno e nel nome d'Apollo; e guiderà la Cicala sacra, dal golfo crisèo insino alle acque di Delo, gli Apolloniasti d'Italia. Si nutrirà di glauca salsedine, appesa alla prora, in cella di giunco marino.» E sul lido ricurvo la Fòcide piena del nume era vaporata d'olivi come di tripodi mille, dinanzi alla nostra allegrezza. XI. Con un alberetto volante e sue sartiette arridate a mano, il palischermo attrezzammo a vela latina. Ciascun de' compagni a vicenda governò la scotta o il timone. Le baie le conche i recessi del parnassio mare esplorammo, or chini su l'acqua ove l'ombra nostra era un miracolo verde, or sottovento seduti fuori banda sopra gli scalmi coi piedi immersi nel sale, or tratti per la gomenetta dell'àncora dietro la poppa nella scìa che ci levigava la carne con una carezza innumerevole, or al fondo sopra le stuoie supini in un sonno ch'era ogni volta una voluttà sconosciuta. Acqua marina, mollezza di cinti insolubili, sguardo venereo della segreta profondità, riso d'abisso, lasciva sorella dell'aria, madre della nuvola, come ti loderò? Ogni baia ogni conca ogni recesso ci parve più bello. Dicemmo: «Ah chi mai vide ne' giorni una maraviglia più lieta?». E desiderammo ancorare per quivi obliar nostri amori scrutando le mille figure dell'acqua. Ma l'ancoraggio contiguo ebbe più dilettose figure, colori più novi, odori più freschi. Dicemmo: «Ecco il limite. I sensi non gioiranno più oltre». E il limite fu superato. Arene gemmee come tritume di gemme, ceppaie d'alghe, chiari coralli, fuchi di porpora, negre ulve, tra fango e sabbia flessibili intrichi di lunghe erbe ove abbonda la greggia dei pesci, io compresi quel nome che i pescatori tirreni usan per lode alla valle del mare onde traggono prede più ricche: Armonia! Noi non gittammo le reti, non adoprammo le nasse; non prendemmo il grongo di carne soave, né lo scombro tondo di cerula pelle sospendemmo con le sue branchie al vimine, pei delicati sacerdoti di Delfo. Ma di voi gioimmo, Armonie! Chi mi consolerà, mentre vivo sotto cieli pur dolci, chi mi consolerà dei soli spenti, dei giorni caduti? Poggi di Fiesole, chiari sono i vostri ulivi e foschi i vostri cipressi, e i ciriegi i mandorli i meli son bianchi son rosei negli orti di Verde- spina e di Laudòmia murati, oggi che la Primavera improvvisa coglie alle spalle il lanoso Febbraio e con la sua tepida forza rivèrsagli il capo e gli chiude le palpebre con le sue dita che auliscono di rosmarino, per baciarlo in bocca e fuggire. Bellosguardo, io certo dimane verrò ne' rosai che tu porti carichi di rose ancor chiuse. Ben so che i bocciuoli saranno come i capézzoli gonfii della pubescente. Ma forse bianca sarà la tua prima rosa fiorita su pel ferro onde pende nel pozzo la secchia loquace. O collina dell'Incontro, per la finestra ti veggo tutta rosata non come le rose ma come i fiori dell'erica, tanto sono leggere le selve de' tuoi querciuoli vestite ancor della fronda autunnale che un poco rosseggia e per entro vi si scorge il tenero verde! O Poggio Gherardo, le vecchie tue mura gialleggiano come su i nodi delle viti il lichene. E sta Vincigliata morta in un negrore di lance. Odo i colpi iterati dei ronchetti, odo le cesoie dei potatori. Uomini veggo poggiar le scale ai tronchi, salire, attendere all'opra. Tanta è la bontà della terra che forse i sermenti recisi a piè degli arbori mondi non periranno ma forse faranno radici. Pur fende la terra ancor qualche aratro, e splendono i buoi tra gli olivi e tra gli oppi: chiuse han le froge nelle gabbie di giunco perché ghiotti son di germogli e cimare osano i rametti se passan rasente, bramosi fors'anco di quelle vermene che sorgon per nesto in corona dalle piaghe dei tronchi spalmate di màstice roggio. Il bifolco gli incìta; e certo egli è roco, già vecchio. Ma oggi la voce dell'uomo è d'una dolcezza infinita in questo silenzio: ogni suono ha una risonanza infinita quasi che non tanto nell'aere vibri ma e nelle glebe e in tutte le specie dei corpi. Odo talor stridore come di lima sottile che ferro morda. È colei dai piedi azzurrigni? colei che su ciascuna sua tempia ha un candido segno, una nera zona a mezzo il petto pugnace? la cingallegra selvaggia? Nel cavo dell'arbore aduna già le lanugini molli ma par che in aerea fucina l'amor suo duri aspro travaglio. San Miniato, ora il Sole si piega verso la tua faccia graziosa e abbaglia il dolente tuo dio che non l'ama. Si leva dall'Arno un vapore di perla e si diffonde pe' campi ove rilucono i fossi colmi dell'acqua piovana; ma il fumo dei tetti campestri ceruleo par tuttavia. L'Incontro s'indora e invermiglia: cangia le sue querci in coralli; ma la Vallombrosa remota è tutta di violette divina, apparita in un valco che tra due colli s'insena ah sì dolce alla vista che tepido pare e segreto come l'inguine della Donna terrestra qui forse dormente, onde quest'anelito esala. E odo, se ascolto, venire di Rovezzano il rombo delle mulina che il vecchio fromento convertono in fresca farina, ma pe' solchi tremano i fili del novo fromento e con lor treman l'ombre, e non si distingue il fil verde dall'ombra sua cerula, e tutto è un tremolio verdazzurro che parmi aver quasi ai precordii. E certo la noce bronzina che nel cipressetto riluce m'è cara, e l'orma essiccata nella redola verde che ieri fu molle di pioggia, e la pendula chiave che più non mi chiude il verziere dal dì che nel suo rugginoso cannello mellificò l'ape come in celletta di bugno. Molto al mio cuore son care le cose che odo, che veggo; e forse tutti i roseti tralascerò per quel solo anèmone aperto sul ciglio del campo! E le campane della preghiera servile, il suono che vien di Rimaggio di Candeli di Monteloro, anche amerò per una nova imagine, o Primavera, che or mi nasce guardando te sopra le file degli oppi. Simili a concave mani di nodose dita son gli oppi, che reggono tenui sfere cristalline; e tu vi trascorri sopra e le tocchi traendo da ciascuna fila un accordo sì dolce che dal ciel sgorgar fa Espero, la lacrima prima. O Primavera, o Poesia, in questa dolcezza m'indugio per consolarmi e sorrido. E certo laggiù, nella casa che biancheggia a mezzo del colle, gli infermi sorridono anch'elli beati con povere vene al davanzale che il Sole riscalda, e dietro hanno i letti ove si giacquero in doglia e l'odor dei farmachi amari. Ma la ricordanza immortale d'una bellezza più maschia, d'una voluttà più possente, mi brucia, mi crucia. E il rinato pane che trema ne' retti solchi non mi vale quel lembo di suol rossastro fra crudi sassi, ove struggemmo col fuoco la stoppia e gli aròmati forti per profumar nostra sera. Biancheggiano gli escrementi dei falchi su pe' macigni di quella caverna montana ricovero ai greggi e agli uccelli rapaci, dove sitibondi scoprimmo la vena dell'acqua? Sì chiara che n'ebbi certezza sol quando v'immersi le mani, si fredda che quando la bevvi mi dolse la nuca pel gelo. O Fedriadi ardenti come due scaglie cadute da Sirio, la vostra sublime aridità nel meriggio m'accecò gli occhi del vólto ma tutti i miei spirti agitati, come sul vaporante spiracolo i capri dell'ansio Coreta, balzarono in fiero tumulto e qual sangue d'aurore videro il vermiglio avvenire. Fumano ancor sul Cirfi i roghi? La sfinge di Nasso decapitata ma alata protende le branche sul sacro cammino? Le tre danzatrici dalle mammelle corrose danzano ancóra intorno alla colonna fogliuta di acanti? Filano ancóra sotto i due platani vasti le donne focesi, dinanzi al Fonte Castalio, vestite d'azzurro? Non la pietra umbilicale dell'Orbe ma invano cercai nella polve la tomba del figlio d'Achille! E non volli altro letto per la mia delfica notte se non la terra presàga tra i due platani vasti chiomati di fronde e di stelle. Vedute io le avea, nella sera purpurea, silenziose emergere dalla durezza dell'antro. Miste alla roccia, come le imagini sculte nelle metòpi dei templi, si tacevano in cerchio le Castàlidi; e gli occhi lor grandi eran fisi, il Passato il Presente il Futuro con un solo sguardo abbracciando. Prigioni del sasso per sempre eran elle? I piedi leggeri che tessuto aveano in figure di danza la fresca bellezza del mondo, i bei piedi leggeri di Terpsicòre constretti eran nell'inerzia rupestre? Dal nudo macigno agguagliate mi sparvero. Ma le rividi libere nel sogno ch'io m'ebbi. Venivan per le vie de' vènti com'aquile senza nido nell'alba a volo, nell'alba crepitante di mille e mille fiaccole accese che i Distruttori e i Creatori squassavano in pugno gridando di gioia coi lordi capelli coperti di bianca rugiada, con le calcagna gravi d'umida zolla e di foglie. Come stuol d'aquile senza nido, venivan le nove Castàlidi a volo nell'alba, lacere i pepli, sconvolte le chiome, odorate di sangue e d'incendio, ebre di risa e di pianti, tumultuose di forze atroci e d'amori ineffabili, piene i polsi di ritmi discordi. Venivano dai porti inferni ove tutte le lingue umane suonan fra tutti i gemiti e i rùgghii del ferro domato; venivano dalle città di lucro ove la vita cupida senza schiuma e senza sudore s'affretta su le rotaie corusche, stride su la gèmina lama che non ha guaina né punta. Visitato aveano le folte moltitudini, udito aveano i canti feroci della fame e della vendetta, bevuto aveano gli inni di libertà, gli epinicii dell'Uomo non coronato che con salde rèdini intorno all'Orbe conduce in trionfo la quadriga degli Elementi. E nella rossa fornace ove struggevasi un fiume di bronzo pel simulacro d'un eroe senza clava liberatore del Mondo, nella fornace di gloria gittato avea Calliòpe le tavolette cerate e lo stilo, Melpomène la maschera dalla gran bocca, Urania la sfera celeste, Euterpe i due flauti eburni, Terpsicòre il chiaro eptacordo, Tàlia l'ellera, Èrato il mirto, l'annunziatrice Clio il breve infinito volume, Polinnia una foglia d'alloro già morduta nella sua corsa per temprar con l'aonio aroma il lezzo febbroso delle moltitudini folte. E venivano a stormo le Vergini figlie di Zeus com'aquile senza nido, affaticate dal peso delle bellezze raccolte ne' lor vasti seni, agitate dalle forze novelle che facean tremar come l'alte colonne d'un tempio crollante i lineamenti solenni del Passato nel lor pensiere verecondo. Ed erano ardenti di fecondità, agognanti di generare una gioia una potenza e un amore sovrumani per l'Uomo, di trarre una vita divina dalla faticosa materia che gorgogliava nell'Orbe come quel fiume di bronzo in quella fornace di gloria. E su la cima d'un'alpe, che non era Libètro né Parnasso né Elicona, si posarono ansanti nell'imminenza dell'opra. Non intonarono l'inno. Il Coro d'Apolline stette silenzioso nell'alba, fiso allo spettacolo immenso. Passavano senz'ombre su le inviolabili fronti le nubi in cui la certezza del Sol nascituro era già luce, era già fiamma. Pel grembo intatto dell'alpe, che chiudea le moli profonde del marmo, sacre ai colossi ai templi ai teatri novelli, crosciavan le sorgenti, aulivano i cèspiti, i covi i favi i nidi parlavano. «Euplete! Eurètria!» S'udiva sul grido dei Portatori di fuoco irrompere a quando a quando un nome invocato come il benefico nome d'una deità imminente. «Energèia!» Fuggito dagli occhi umani era il sonno bestiale della stanchezza. Libere eran tutte le braccia dal travaglio servile, libere per l'ornamento del mondo. La cieca materia, animata dal ritmo esatto, operava indefessa su la cieca materia; l'ordegno tenea su l'ordegno la vece dell'uomo. Il supplizio carnale era bandito per sempre, il Dolore assumendo l'aspetto d'un re soggiogato. L'ebrietà della forza chiedea di placarsi nei riti dell'Arte, nelle preghiere unanimi verso le Forme perfette, nell'innocenza del rivelato Universo, nel giovenile fonte dei Miti innovati. Un immenso desiderio di festa traeva gli uomini, franchi dalla notte e dalle fatiche, alle pianure ove i morti eran sepolti, lungh'essi i fiumi paterni che al mare portano su l'onda perenne l'immortalità delle stirpi feraci. Tutte le braccia, pronte a crear la bellezza, volsero le fiaccole al suolo spegnendole innanzi alla Luce raggiante per tutte le cime. E un rombo confuso di canti inauditi sonava nelle moltitudini asperse di rugiada. E l'attesa della Poesia palpitava nelle moltitudini come l'innumerevole riso del desìo marino che s'alza con le mille labbra dell'onda verso il Sole per divenire aere, altezza, via di luce, luce egli stesso infinita. E le nove antiche Sorelle non intonarono l'inno! Sotto le nubi infiammate dall'aurora, non con argilla ma con la sostanza sublime che nata era in elle dall'urto del conoscimento vitale, crearon per l'uomo una Voce più bella del Coro castalio. Aquile senza nido ripresero il volo, dall'alpe balzarono a sommo del cielo, un attimo stettero immote simili a costellazione vermiglia; poi contra il fulgore del Sol nascente, verso il Mare virgineo come la prima foglia del giovinetto salce (oh soavità dell'eterna grandezza!) si volsero avvinte per le flessibili mani in quell'atto lor consueto che usavan danzando al cospetto di Apolline. E niuno vide se risero o piansero. Vidi ben io ma tacere m'è caro. Inclinate il fianco sul vento, alte melodie non udite, senza traccia sparvero in coro le nove antiche Sorelle. E la nomata nel grido Euplete Eurètria Energèia, la nomata nel grido umano coi nomi divini delle plenitudini e delle virtù, l'invocata da tutti nell'alba, la decima Musa apparì, discese dal monte in mezzo agli uomini. E da prima non tutti la videro quivi; ma credetter forse che il fiato d'una primavera improvvisa li soffocasse d'amore, e ne tremarono. Io la vidi. E mi parve che il sangue m'abbandonasse e corresse fumido sotto i piedi della vegnente a invermigliarne i vestigi, e che spoglia dell'ossa quest'anima mia s'ergesse qual candida fiamma. Dissi: «Euplete, decima Musa, piena come l'onda che giunge dopo l'onda nona sul lido, gagliarda come il flutto decumano, o Antica, o Novella, m'odi per i giorni e per l'opre, m'odi per le mie notti insonni già calde di te non creata! Per la mia febbre, per gli astri, pei vulcani, pei lampi, per le meteore, per tutto ciò che arde, per la sete del Deserto e il sale del Mare, odimi, Eurètria, Energèia! Io son teco il supplice, senza pianto e senza ramo d'ulivo. Toccarti i ginocchi non oso. Chiederti non oso che m'abbi per l'aedo tuo primo ma sol per il tuo messaggero. Io sarò colui che t'annunzia». E, com'ella un poco inclinava la fronte accennando, sì forte fu nel mio petto il sussulto del cuore, ch'io trasalii come quei che sente la vita partirsi con sùbito balzo verso il mistero dell'ombra. E da me partito era il sogno; ché mormorare il vento dell'alba nei platani vasti intesi, le pallide stelle scorsi tramontare nel cielo della Fòcide, dietro le bianche Fedrìadi. Oh pronto risveglio! M'alzai dalla terra leggero, con limpidi occhi. Lavai la mia fronte nell'acqua castalia, ne bevvi nel cavo delle mie mani; alacre e puro salii pel cammino solenne verso le ruine del Tempio. E i galli cantarono. Presso e lungi, nelle case di Delfo e nei porti lontani, su i pianori dei monti, lungh'esse le vie lapidose, per tutte le rive del golfo i galli cantarono l'alba. Oh canti, fratelli dei raggi, ond'era accresciuta la luce nel cielo continuamente! Voci di virtù mattutina, che attendevate ogni volta le risposte ai vostri richiami per chiamare taluno ancor più distante! Fragranza del mar taciturno! Ombra e polve dell'arcana chiostra ove inerte pietra è oggi l'Ònfalo santo! Se una Volontà si sollevi armata d'un grande disegno, solo in essa è il centro dell'Orbe. XII. Chi mi consolerà, mentre vivo sotto cieli pur dolci, chi mi consolerà di tanto orgoglio e di tanta allegrezza che il vento salmastro disperse, con la polve delle ruine con la cenere dei sepolcri, ne' borri de' monti famosi? Certo su altre rive, su altre alture altre pianure, nei deserti di Libia, sul petto dei colossi di Memfi, nel nomo d'Arsìnoe ricco d'antìlopi e di melagrani, altrove, altrove, nelle acque dell'Ànapo, nelle latòmie di Siracusa, nelle sabbie di Selinunte ove una vasta di colonne dorica stirpe vive di luce, e altrove, altrove mi conobbi figlio del Sole. Ma nessun cielo, nessun mare, nessun deserto, nessuna arsura, nessuna abondanza moltiplicò la vitale virtù della mia giovinezza così fieramente. O Corinto, bagno d'Afrodite, rocca di Sisifo duro, feconda di bei tiranni, che giugnesti alle rèdini del cavallo il morso e al frontone del tempio la duplice aquila d'oro, Efira, nudità di marmi, sapienza di meretrici, ozio armonioso, o Morente cui il ruvido console diede il Fuoco per ultimo drudo onde generasti il Metallo inimitabile, quando rivedrò i tuoi sterpi riarsi e la tua taverna nel tempio? Scorre ancóra sul fianco dell'Acrocorinto quel miele selvaggio ch'io discopersi? o salsero le Oceanine al tramontar della luna, poi ch'ebber finito il lor pianto amaro sopra i tuoi lutti, Amphithalassia, e ingorde se ne saziarono? Ancóra siede la giovinetta sul margine della cisterna e canta? «Papavero folto» cantava «prestami i fior tuoi e il tuo rossore ch'i' mi vesta scenda al lido e strugga d'amore!» Siede tra le sette colonne la madre dal nero grembiule? «Come sono squallidi i monti!» cantava. «O vento li combatte, o pioggia. Né vento né pioggia. Li passa Caronte co' morti» Rombava talora nel vento su l'Acrocorinto spogliato un'ala fùnebre. E io vidi Thànatos, il fosco fanciullo che soffiò per entro alle nari delicate e sopra le tarde pàlpebre de' tuoi goditori, o Doriese, premendo le guaste ghirlande cadute su' tuoi marmi aspersi di vino. Portato dalla tua Notte anche lo vidi, come nell'arca di Cìpselo; e sempre poi l'ebbi al mio fianco, velato. E, da poi ch'io l'ho meco, ei sembra rendere più rosse le rose del mio piacere, più profondo il suon del mio riso, più forti i miei denti. Estinta è la face ch'ei porta, ma sotto il suo sguardo più fervidi ardono i miei fuochi. A te debbo questo compagno che senza parlare m'incìta, o ghirlandata di mirto e di papavero Efira che fosti vermiglia di sangue lussurioso e di dolce vino sentendo continuo scendere dal vertice il fiato della dea su te troppo ignito onde si sciogliean gli unguenti ne' tuoi nerazzurri capelli e ti colavan per le tempie pulsanti di cupidigia mentre le strisce del fulvo corame, in guisa di freno imposte alle guance de' tuoi auleti, nell'ansia de' suoni si laceravano e i nervi degli eptacordi sotto il morso violento dei plettri si spezzavano sibilando. Meco era il compagno velato quando rinvenni tra selci e sterpi lo specchio votivo di Lais offerto alla dea. «Poiché vedermi non voglio qual sono e vedermi qual fui non posso, a Te sacro il mio disco, dea di non caduca bellezza.» E sotto i venerandi cipressi l'etèra dormiva; le cui bianche braccia avean cinto tutta l'Ellade amante, come la cintura marina che spazia dal Ionio all'Egeo. E il sepolcro auliva pur sempre, quasi nave giunta dai porti sirii di aròmati carca. «Bel fanciullo» dissi «a Te solo sacrerò l'acciaio polito ove miro l'anima mia, se mai sarà ch'ella s'incurvi.» E penetrammo con lieve passo nell'adito occulto che al fonte di Pirene conduce e su l'ombra mia lieve era l'ombra del fratricida Ipponòo recando la briglia. Sostammo, in ascolto. Il cavallo s'abbeverava al fonte. Sìbilo s'udiva di lunghi sorsi, fremito di froge, e l'ondeggiar della coda lento; e talora il sussulto delle grandi penne, che molto aere movea sino a noi celati nell'adito. Osammo appressarci, senza respiro. E vedemmo un fuoco argentino, un'alacrità palpitante, non so qual serico ardore diffuso intorno a una possa indomita: Pègaso, il volo! Arte, Arte mia bella, nudrita con l'ima midolla e col sangue più puro, guarda il nepote di Sisifo come s'accosta alla fiera alata stringendo cauto nella mano il fren d'oro e subitamente la imbriglia con fulminea destrezza e serra le rèdini in pugno senza lentarle e resiste: s'impenna, recalcitra, batte l'ali ventose il cavallo magnifico: la vergine bocca offesa dal valido ordegno sbuffa schiumeggia annitrisce: l'uomo imperterrito balza, inforca la schiena tremenda fra l'una e l'altra ala, conduce l'Impeto nel libero cielo. Così, Arte, accòstati ai grandi pensieri che son presso i fonti. Pur dato mi fosse oggi, mentre la primavera m'affanna, dato mi fosse varcare l'aere e su l'Acrocorinto fermare il volo (forse oggi tutta la roccia si veste di fiori efimeri, come Lais della tunica tiria brevemente, sapendo che la nudità è più bella) quivi fermare il volo e in uno sguardo abbracciare i due golfi, la sitibonda Argolide, gli arcadi gioghi, i vertici sacri alla Danza e al Canto, l'isole guerriere e agresti, il Monte dell'api e il Sunio e il Laurio e quella, anima mia, ch'è la tua sposa diletta, che non canterai perché troppo a dentro ne tremi. O Tebe, di te mi sovviene, grande oplite del Teumesso, fàuce della Strage latrante da sette bocche nel piano, di te mi sovviene, Cadmèa; non per Tìdeo che giace squarciato il fegato, alla porta Proètide, e rode le tempie a Melanippo; non pel grido di Capanèo contra il Cielo che l'ode, né pel duolo d'Antìgone eretta nel Coro come il cipresso tra i salci; ma per le tue belle fonti, o d'acque abondante e di sangue Cadmèa, per la fonte di Dirce che sparsa è ne' dolci verzieri come fu nelle rupi la dilacerata bellezza, onde bevemmo il sapore del supplizio all'ombra dei meli. Vario sapore hanno l'acque che corrono d'oriente o corron di settentrione, e quale è più grave e quale più lieve se passi per limo, per vene d'alcuno metallo, per rossa creta, per pietre nette o per sabbia, e più o meno di terrestritade è in ciascuna secondo il suo nascimento. Sapide di fati son l'acque tebane. Baciammo le donne alla fonte di Ares, ove Cadmo si lavò pria ch'ei seminasse i denti onde nacque la stirpe furibonda. All'Edipodèia alternammo i sorsi col suco delle persiche molli, ove l'uccisore di Laio si purificò poi che morta fu la sua madre polluta. E il Citerone, senza strepito di Mènadi, senza faci di pino, lungamente sul cielo australe stendea con leggerezza e pallore di linfe e silenzii delle sue cime. E tu eri nascosta a oriente, o Tanagra dal collo di cigno, dal crine intesto come canestro di vimine, all'ombra del largo cappello tessalico, chiusa nelle innumerevoli pieghe dell'imàtio come in un fiore di mille pètali. O forse con un gesto di grazia or discopri la mammella piccola come cotogna, i mallèoli svèlti inanellati d'elettro, e mordi un anèmone, china al combattimento dei galli? S'aprono gli anèmoni al vento e gli asfodèli nel piano d'Argo tra la cittadella di Palamede e lo stagno di Lerna, in vista alle bianche vette del Partènio? Tirinto, città di rupi adunate, ventosa del soffio d'Eràcle che triturava co' vasti molari i tuoi bovi ancor lordi di bragia e crudigni, se mai io torni, cercar voglio quelle tue pietre che soffregate dai dorsi lanosi di tante pecore nei secoli lenti si polirono come l'avorio dell'else consunto nel pugno dei tuoi re! Poi per la profonda feritoia guardar voglio il mare più cerulo del fenicio vetro che t'ornava il palagio. Ma te, o Micene, s'io torni, guarderò di lontano. Ahi troppo vivesti tu meco nel sogno coi truci tesori de' tuoi sepolcri e agitasti le mie vigilie, quando al fulvo usignuolo nomato Cassandra io diedi una pura sorella; che forse nomarsi dovea col tenue nome di Ebe giovinetta celeste! Spoglia tu sei del metallo fùnebre, ma io ti profusi la sua grande chioma tutt'oro. Ella ne ammanta e irraggia la Fonte Perseia ove bevve la morte: vi tremola e piange la polla per entro in eterno. Così la vede il mio sogno. Giova, o Atride, che ne sien certe queste mie pupille mortali? Tu sei netta e cruda nell'aere arido, ma io ti ricopro d'un velo. A Mègara bianca, a Mègara vestita di lino, che sferza i cavalli su l'aia abbagliante di spiche, a Mègara voglio tornare con una sete più forte e bevere all'orcio di Egina, all'orcio di terra eginèta che appeso per l'ansa a un ulivo refrigera l'acqua nel vento. Egina tricoste, delizia del golfo, pe' tuoi freschi orciuoli ti loderò, pe' tuoi fichi densi, pe' tuoi mandorli ch'io non vedo fiorire? o pel bronzo che Onàta fondeva sì ricco? o pel marmoreo sorriso che incurva le labbra agli oplìti morenti in fronte al tuo tempio? Salamina, isola di Aiace Telamonio, falce di luna petrosa che mai non tramonta sul mare né mai nel ricordo degli uomini, gloria di rostri, vittoria volante con triplo remeggio sul sangue salmastro, penso alla tua ora divina quando i trierèti in silenzio poggiarono i remi agli scalmi assicurati col cappio di corda e ciascuno credette udire Pallade armata scendere sopra la prua, e Serse era in trono sul monte, e di repente dai petti ellèni proruppe il peàna, squillarono tutte le trombe, rimbombò per tutte le rupi il grido dell'Ellade: «Questo è il combattimento supremo!». Luoghi di luce, le rose fluttuanti al vento del mare bianche e fino agli orli ricolme non di rugiada ma di caldo mosto, son le Cicladi belle. Simile allo strepito primo della pioggia sopra la fronda, quando la campagna si tace soffocata guatando la nube, m'è il suon de' lor nomi divini sopra l'anima ardente: Sifno, Citno, Sèrifo, Nasso! A Ceo, che imita in sua forma l'ovo della colomba, a Ceo dalle leggi eccellenti come gli inni delle sue lire, l'ombra di Simonide ancóra insegna la musica ai figli dei marinai pileati sul càrabo curvo che porta la scorza e la ghianda del cerro. A Paro vagammo per vie chiare sotto pergole verdi. E tanto leggere eran l'ombre che vi si parevano i nervi dei pampini con una traccia più cupa, e i raggi per entro vi piovevano in guisa di torqui di anelli di armille; sì che vestiti d'azzurro e di monili vagammo quivi ascoltando i cantari delle donne ionie che nude le braccia lavavano i lini in trògoli tutti di marmo. Vedendo bagnare un bel velo, non dell'irto euforbio archilòchio noi ricordammo i cruenti aculei ma l'unico fiore nato di due pètali soli: «Alcibìe dopo le nozze offre a Era il velo crinale». Andro ci apparve su l'acque tutt'avvolta dal repentino scroscio della nube d'agosto, come tessitrice odorata dietro telaio d'antica foggia intenta a tessere argento pur con alcun filo commisto di porpora forse venuta a lei dalle pésche di Giaro: spirava per quell'erte trame olezzo d'aranci e di cedri. Ma l'odore di Siro fu più forte. Siro, nutrice di cordari e di calafati, tra pescatori di spugne e conciatori di pelli artiera di vele e d'ormeggi, bianca a piè di fulve montagne, odor di fasciame unto a caldo con pégola sevo e cerussa, cara ai marinai dell'Egeo! Ah belle da presso le Cicladi intorno a Delo corona gemmante, scolpite con arte come calcedònie e iacinti. Belle più anco di lungi; ché di lungi assemprano un coro d'aulètridi alto su l'acque, un coro d'aulètridi ionie dai lunghi chitóni cadenti su l'unghia del pollice, nude però le gole venate di cìano, dorate dal sole attraverso la pelle e le vene insino ai precordii, dorate insino alla conca segreta del pube. E il miel delle vigne famose indolcisce ogni punta delle lor mammelle protese. E la melodìa de' lor flauti rallenta il venir della Notte, trattiene l'Estate su i mari. Voluttà, voluttà d'Ariadne e di Dionìso commisti sul carro che aggioga la maculosa pantera cui l'Amore diè per sorella una nudità constellata dai segni del bacio crudele! Tra il Cretico Mare e il Mirtòo mollizie insulare, lascivo sale che ancor bolle e schiumeggia della sua figlia Afrodite, amaritudine d'ulve e di veneficii e di pianti, ove Pasifàe morta ondeggia riversa con le sue palme calde tuttavia del sudore malvagio, non spenta per anche la carne che giunta fu all'ossa come il fuoco al legno del pino! Ah belle da presso e di lungi le Cicladi, e molto a me dolci. Ma a te tornerò col mio cuore, isola di Aiace, a te forza delle triere rostrate, potenza adunca del ràffio, gloria delle glorie navali, per compier con soli i miei remi il perìplo delle tue rupi sante, poiché non potei combattere nelle tue acque com'Eschilo al fianco d'Aminia che diè primo il colpo di rostro, né come il giovinetto Sofocle condurre la danza degli efebi intorno al trofeo, né com'Euripide (l'immenso clamor del peana copriva gli urli della partoriente) nascere nel dì della pugna. A te tornerò pel mio vóto. Dal colle d'Elèusi deserto non mi saziai di guardarti. I monti di Mègara, i cupi Gerànei folti di pini, il Coridallo ondulato, le gole di File, il notturno Citerone, gli aridi gioghi elicònii, tutte le vette lontane cui l'aria e la luce intessono vesti più belle che la veste del croco dello smìlace e del narcisso, impallidivano incontro all'aspro tuo lineamento ch'era come il guatare di Pallade quando ella indaga di sotto al suo casco corintio le schiere ordinate nel campo e pesa il coraggio dei petti, sì che al vile trema lo stinco nello schiniere di bronzo ma la virtù si rischiara nel forte che pugna con arte. XIII. Papaveri, sangue fulgente qual sangue d'eroi e d'amanti innanzi a periglio mortale, soli ardevate con meco nella mistica chiostra poi che giammai riaccese vedrà il pellegrino le faci del Dadùco nel tempio d'Ecàte. Ma i grandi triglifi dorici splendevano bianchi là dove Demètra si assise crucciosa, il cor piena d'angoscia, e isterilì la terra. Tutto era doglia e mistero su le fondamenta solenni. L'ombra d'una nube curvata era sul Callicoro, come l'ombra del mietitore indicibile che innanzi agli epopti mieteva la spiga di grano in silenzio. «Vivi della Vita universa!» mi significò la grandezza della solitudine sacra. Ma l'anima umana non vive se non del suo sforzo incessante per effigiarsi su tutte le cose come sigillo imperiale. «O Uomo, aduna tutte le cose sotto l'adamàntina mola della tua volontà pura, e della sostanza premura fa pe' tuoi giorni il tuo pane.» Guardai le pietre come glebe, le colonne come covoni. Poi gli occhi pregni di luce chiusi e la dea, ch'era informe per entro alla massa terrestre, sorgere perfetta nel peplo cerulo vidi, chiomata nella corona murale. E fra le sue braccia divine tenea, sul suo seno odoroso Demofoonte, il figlio mortale di Cèleo, nato più tardi. E nudrirlo volea d'una terribile forza perché crescesse oltre l'umana misura e non più ritenesse nel petto cresciuto il respiro misero, l'ansia faticosa del gregge. Per ciò nottetempo ella l'occultava nel fuoco, nelle stridule fasce del fuoco stringevalo senza timore; ed or lo volgeva sul fianco or su l'altro in quella vermiglia cuna, ora internavagli il capo là dov'era più vorace la verginità della fiamma, come il fabro fa d'una spranga che battere debba all'incude. Ma Metanira spiava con l'occhio obliquo. Spiava la femminetta regina dalla fronte bassa quell'opra d'amor duro; e non comprendeva, la stolta! Con cruccio e spavento si percosse ella ambo le cosce; gridò, schiamazzò come l'oca dei pantani. «Figlio» ululava «figlio Demofoonte, ti occulta nel foco vorace la straniera e a me ti sottrae!» E subitamente la gioia ignìta di Demofoonte cessò, come torcia riversa che spengasi in putrido fango. La dea lo rimosse dal fuoco e lo depose a terra; con disdegno uscì dalle case. E la femminetta al fanciullo piangente diè tepida pappa. Ah, Metanira, Metanira, imbóccalo, ingózzalo dunque col tuo buon cucchiaio di bosso, gónfialo d'orzo e di siero finché vomiti. Se d'ambrosia l'ungea la straniera, tu stilla per lui la sanie succulenta dalle più crasse carogne. E pàlpalo con le tue mani sudaticce, fiutalo quando il suo ventre fluisce, lecca la sua pallida pelle con la tua lingua viscosa di gozzoviglia indigesta. Ben ti conosco. Quando spingesti tu contro la dea la bocca imbavata di bile e d'ingiuria, ti precedette l'ignobilità del tuo mento. Regina, conosco l'antico tuo ceffo e il tuo nome novello. Gli occhi riapersi alla luce, come l'Iniziato reduce dal tenebrore profondo ov'eragli apparsa, in una pausa infinita tra i gridi del lutto materno e il rombo dei bronzi percossi, la spiga mietuta in silenzio. E le innumerevoli vampe dei fiori, che Persefoneia non avea cinti al suo capo notturno, ondeggiavano al vento di contro al zaffìro marino, sì forte che di taluno sparivano i petali come estinti dal soffio e appariva la regia corona sul gambo solinga. «O bei fiori paràlii, dominazioni letèe» dissi «io so dov'ardono i vostri èmuli in foco ed in sangue!» E del laziale deserto mi sovvenne, dell'Agro cavalcato dagli acquedotti roggi e dai centauri villosi che guidano il gregge con l'asta; della Latina Via sovvennemi e della Flaminia e dell'Appia grave di tombe. E mi levai, al conspetto di Salamina, pensoso del Crèmera. E tra la muraglia del perìbolo santo e il portico dorico io, pieno dell'altra mia patria, cercai sul suolo il vestigio dell'ampia base onde sorgeva la statua del Tempo, che Quinto Pompeio figlio d'Aulo e i suoi due fratelli consacrarono quivi alla Potenza di Roma e all'Eternità dei Misteri. XIV. Poi scendemmo verso i due laghi salsi ove i novizii giungendo si purificavano. Ed oltre passammo, lungh'essa la riva del golfo bianca di ghiaie. Pel valico dell'Egalèo, tra i pini i leandri i mentastri i mirti i ginepri i lentischi, pellegrinammo a un'altura più del Callìcoro santa per noi pellegrini già ebri di tanta vita sublime. E suscitava ogni nostro passo una nube di aromi che ci empieva il petto ansioso d'una voluttà troppo ardente. E più d'una volta l'angoscia dell'amore mi vinse; e mi soffermai senza forza, credendo che il velo degli occhi fosse un albeggiare d'olivi. «Figlia del cieco vegliardo, Anfigone, dove siam giunti? in quale città di mortali?» L'Ombra di Edìpo, dall'atre occhiaie per entro a' capegli cui le piogge i vènti le arsure dato aveano un tristo lucore come alle paglie marine, parlò. La sua faccia rugosa era come clamide attorta da man che la lavi sul sasso. «Padre miserabile Edìpo, torri di città sono lungi, quanto veggo.» La voce virginale, nudrita di amare radici, parea che pel veglio in sé ritenuta avesse la sola dolcezza della fonte, omai già lontana, dal dio conceduta alla sosta del mattino sotto grand'elce. E tutta la mia forza fu pallida, tutta la vita dell'anima mia fu vissuta perché quell'ora splendesse. Grido la mia bocca non ebbe. Non fu nominato quel nome. Il coro di Sofocle puro s'alzò dagli olivi pallàdii. «All'ottima delle contrade terrestri, Ospite, sei giunto, di bei cavalli feconda, al biancheggiante Colòno ove plora in conche virenti il melodioso usignuolo piacendosi della vinata edera e della sacra selva molto fruttifera, immune dal sole e dai vènti iemali, che Dionìso effrenato ama trascorrere, e intorno gli sono le iddie sue nutrici.» Modi della strofe perfetta apparvero i culmini i lidi i templi gli arbori. Il velo delle Càriti effuso era in cerchio a guisa di benda lieve sul crinale dei monti. E come l'Imetto che guarda il Parnète fu l'antistròfe. «Sotto l'urania rugiada quivi continuo fiorisce di bei corimbi il narcisso, delle Magne Dee molto antica ghirlanda, e il croco aureo splendente; né mai languono le insonni fonti del Cefìso errabonde, ma continue rigano l'acque limpide fecondatrici la terra dal sen spazioso; né mai si dipartono i cori delle Muse, e non Afrodite che tratta le rèdini d'oro.» Nell'inviolabile selva sacra alle Eumènidi entrammo, come supplici. «Arbore è quivi cui non pose man d'uomo, germe da sé medesimo nato, che grandemente fiorisce, di glauca fronda l'Olivo...» Anima mia, non tremare. La nostra gioia più fiera la nostra conquista più grande noi non le canteremo. Quel che ci disse colei che coronata è di viole non ridiremo ai vènti. Serberemo il miel dell'Imetto e il vin del Parnete, odorato con la bionda ragia del pino pentèlico, per i conviti occulti ove sia nostro lume e nostra allegrezza lo sguardo di quelli occhi cesii che sai. Lascia la sua fronte nell'alto Etere, e inclìnati su i lembi della sua tunica ornati di belle ghirlande marine. Forse non sapremo giammai il nome del fiore paràlio che vedemmo sopra le sabbie di Fàlero, e coglierlo noi non ci ardimmo, ah di sì lieve bellezza che parveci entrasse in noi non pel varco dei sensi ma com'entra un puro pensiero. Fàlero, tutto l'azzurro dell'Attica scende alla tua baia, si versa in te come in un lebète d'argento e ci fa sitibondi del tuo sale! Anche Munichia ha la sua coppa rotonda scavata nell'ònice schietto; anche Zea, nel fianco dell'Acte. Ma tu fosti fatto di mano d'inimitabile artiere. In contro al faro di Psittàlia il mare si frange in ruine di sepolcri; e forse colui che in pugno alla dea Poliàde pose il remo in vece dell'asta, forse Temistocle quivi dormì su lo scoglio rugoso finché l'acque di Salamina non si ripresero l'ossa dell'eroe che tinte le avea col sangue dell'Asia. Pur quanto è più dolce al piloto in calde arene colcarsi! «A Fàlero voglio approdare. All'àncora mia date fondo. E poi seppellitemi all'orlo del lido, nella rena giù. Quivi marinai sbarcheranno, ch'i' oda lor voci da giù.» Canta tuttavia le canzoni sue roche quel pescatore, che non si nomava Fintìlo e non Ermonàce, nerigno come il guscio della carruba grata ai giumenti, ma grigio intorno al collo la barba come intorno a scalmo consunto sfilaccia di stroppo? Pensammo che offerto egli avesse al dio dei promontorii gli avanzi della rete i sugheri e i piombi, o le nasse e l'amo ricurvo legato al suo crin di cavallo con la lunga canna, o una triglia pavonazza, la squamma d'un gambero, un fin laberinto. Ma forse veduto egli avea sul Mare Mirtòo Saffo morta e virato in prua paventando la fosca sirena dormente. O Cefìsia, delle tue polle che aveano il colore dell'ombra mi sovviene, e de' tuoi bianchi sarcòfaghi e del clamore delle tue rondini. O Spata, mi sovviene delle me tombe venerande. Padre di templi fulvi come il grano maturo, Pentèlico, de' tuoi pastori mi sovviene selvaggi ne' chiusi di creta e di giunchi o sotto le tende di cupa cànape simili a quelle che vidi nel muto Deserto. Nel tuo teatro, o Torìco, dinanzi all'isola lunga cui diè la Tindaride il nome, tra moltitudini d'erbe vedemmo l'Aurora inclinata a rapire il bel cacciatore e udimmo il lamento di Procri. Laurio, lungi a' tuoi pozzi oscuri, alle tue fornaci, alle scorie del tuo metallo, scoprimmo una roccia rosea come il corpo d'un'Evia bagnato di mosto; ed era sì bella che per toccarla scendemmo tra gli scogli ardui del lido perdendo il cammino; ma, quando ritrovammo il cammino e ci volgemmo a guardarla, di lungi ell'era anche più bella; e ne favellammo nel vespro, tornati alla nave, colcati sul ponte, prima che il sonno ci prendesse, parlammo di lei come d'una divina carne che fosse vivente laggiù senza letto d'amore. E viveano tutte le coste, dal Sunio al Pirèo, nella sera. Sunio, un mercatore fenicio fui guardandoti, un montanaro d'Ircania portato alla guerra su nave di Medi, un Bitinio della Propòntide in commercio d'acònito, un frumentiere del Chersoneso, un vinaio di Chio fui guardandoti, ed ebbi tant'occhi per istupirmi di te con sempre nuove pupille; e per venerarti piloto di Fàlero fui reduce da Panticapèo, rivarcato alfin l'Ellesponto e alfine il Geresto d'Eubea dopo traffico lungo; ed anche l'oplìte devoto fui della Republica, a guardia dell'argentifero lido, del metallo sacro all'impresso conio dell'epònima dea. Promontorio fra tutti venerando, altèra cervice della Paràlia rupestra, il tuo tempio par che si sciolga come lentissima neve alle primavere del mare. Il sale mordace cancella dalla colonna il solco dorico, nel masso fenduto dell'architrave consuma le groppe ai Centauri e le corna al maratonio Toro domato dall'attica forza. Maratona, Maratona, aquila precipitosa dall'ali irsute di lance, ben ti venne Tèseo sul fronte degli opliti a fianco d'Echètlo, dell'eroe rurale che uccise gran turbe di Medi col suo mànico d'aratro e poi sparve. Io sul tuo tumulo grande colsi una rama d'alloro che dure avea foglie di bronzo ma bacche tra nere e azzurrigne rilucenti come la testa della rondinella cecròpia. Poi, su la spiaggia arenosa quasi palestra solenne, raccolsi una selce che avea forma di man chiusa. Ed allora vidi Cinegìro figliuolo d'Euforione aggrapparsi alla protome della prua barbarica, sotto la scure del Medo; il combattimento maraviglioso dell'Uomo e della Nave, nel sangue nell'incendio e nell'oro di Serse, vidi anelando; e chinarsi Eschilo armato sopra il rosso tronco fraterno. XV. «Borda randa! Issa flocco! Sciogliamo le vele del triste ritorno, miei dolci compagni. Il nostro perìplo è compiuto.» E Delo fu l'ultimo approdo; ma la cicala d'Apollo nella sua gabbia di giunco marino era muta, era morta. «Salve, fondamento d'iddii, ramoscel soave alla prole di Leto dal fulgido crine, figlia del ponto, prodigio immobile dell'ampia terra; cui chiamano Delo i mortali, ma nell'Olimpo i beati astro della cupa terra lungi apparito!» L'infranta strofe dell'ode tebana, come un'altra ruina sublime, era innanzi alla nostra tristezza. Nell'inno dell'Omerìde, come in lontananza insulare, sonavan gli ululi di Leto per nove giorni e per nove notti travagliata dal parto del dio (gittò ella le braccia intorno alla palma, i ginocchi sul prato pontò nello sforzo: alfine Apolline irruppe dal lacerato grembo alla luce: intorno le dee confortatrici, anche Ilifìa la tardi venuta d'Olimpo, conclamarono); e i canti e le danze e i giochi e le gare de' Ionii dai lunghi chitóni adunati a' piedi del Cinto sonavano. E stava seduto quivi incontro al Sole oriente il cieco Omerìde, in un cerchio di vergini dèlie ascoltanti. Io dissi: «Adoriamo nel sasso sterile angusto e doglioso la fecondità degli Ellèni». Morta era Delo su l'acque, deserta, nuda, affocata dal meridiano furore. Ogni sua pietra ardeva come già nei forni i frammenti delle sue statue divine incotti dai mercatanti di calce a murare le case degli uomini immondi. La vetta del Cinto nel cielo era come la sommità di una mitra disadorna. Bolliva il mare tra Delo e Micòno più cupo, come allor quando gittovvi Aristide il Giusto le masse roventi del ferro poi che giurato ebbero il patto federale i capi de' Ionii. Non diversa apparve nell'alba dei tempi l'isola al nàuta pelasgo che senza approdare veleggiava in vista del Cinto. «Niuno giammai le tue rive toccherà, niuno giammai t'onorerà; né credo che tu sii per esser feconda di pecore molte o di buoi né di vendemmie ricca né d'arbori verde» le disse Leto affaticata dal peso del nascituro. Deserta e nuda l'isola ardeva, come oggi, al meriggio d'estate. E venne l'Ellèno e le disse: «Perché tu sei sterile, o figlia del ponto, io t'eleggo e ti sposo. Trarre saprà dal tuo grembo aspro le abondanze e le gioie il fecondatore di rupi». E, intorno all'ara construtta coi corni dei capri abbattuti dagli strali del Lungescagliante, sorsero i templi le stoe le esedre i granai le apotèche. Santuario ed emporio dell'Ellade, l'isola ortìgia attrasse da tutte le rive del Mediterraneo Mare le teorie dei devoti, le compagnie dei mercanti, la triere adorna di fiori con uomini liberi ai remi, la strongile onusta di grano con ciurma di schiavi oleosi. Da Alessandria a Bisanzio, da Rodi a Creta, da Ostia a Làmpsaco, da Siracusa a Laodicèa, da Mileto a Sìbari tutte le genti recavano l'inno e il tributo. Nella vicenda sanguigna dell'armi, ogni Egèmone armato del Mediterraneo Mare alzar volle quivi, tra il Cinto e l'occidental lido, in gloria il monumento superbo alla sua potenza navale. Da Ulisse ad Antioco Epifàne, i re v'approdarono. Il quinto Filippo Macèdone v'ebbe la stoa tetràgona, insigne di seggi e di statue. Nicia v'entrò sopra un ponte splendente di ori, con un popolo bianco di musici. I Tolomei dall'immensità sepolcrale vennero, offerte recando ismisurate. La rosa della Republica ròdia vi fiorì di porpora. In pace vi stette la Lupa di Roma. E nessuno vi nacque da utero umano, e nessuno vi morì in carne corrotta. L'isola mondata fu d'ogni putredine. Il dio luminoso vi diffondea col respiro un'armonia sempre eguale. Le sue corone i suoi vasi le sue vesti eran di tanto lume che il perìbolo sacro mai non conobbe la notte. Il disco del lago specchiava la faccia indicibile. Intorno all'ara dei Corni la danza fingea con ambagi infinite il Laberinto cretese. L'efebo e la vergine i ricci recisi avvolgeano ai virgulti e ai fusi per quelli deporre sopra le tombe nel tempio d'Artèmide nata gemella. «Delo» io pregai nel mio cuore «sterilità più bella che tutta la fronda di Tempe, la forza dell'anima ellèna in ogni tua pietra m'appare chiusa qual seme in gleba, sì che alcuna delle perfette forme contemplate con gioia ne' luoghi famosi, o febèa, non mi ammaestra come la tua solitudine inulta. Deh fa che sempre io ti veda, con gli occhi dell'anima invitta, fa che io ti veda qual sei, immobile ignuda e fatale su le quattro ardue colonne sorte dagli abissi del ponto per sostenerti, e ch'io veda Leto abbracciare la palma pontare i ginocchi sul prato per partorirti il bel dio! Ecco, noi sciogliamo le vele a dipartirci. Il periplo è compiuto. Navigheremo verso Messàna falcata, verso la vorace Caribdi. Da questa patria a un'altra patria ch'è pur sacra agli iddii veleggeremo, colmi di vita i precordii, spumanti e traboccanti d'ebrezza, pronti a combattere, certi di vincere, poi che apprendemmo a cantare il peana nelle acque di Salamina, nei piani di Maratona, e a correre dando l'assalto. Vivemmo, divinamente vivemmo! All'antica mammella ci abbeverammo, ancor piena. La bestia inferma uccidemmo nel nostro fango penoso. Come per osservare l'oracolo gli Ateniesi purgarono tutto il tuo suolo, noi anche disseppellimmo i nostri cadaveri informi e li scagliammo all'abisso, e dietro di loro gittammo pietre pesanti ed obbrobrio per consegnarli all'abisso. Or tu, nella mia dipartita, o Rupe, da tutta la tua nudità cui più non fa velo il fumo delle ecatombi, ripeti a me l'unica legge cui voglio obbedire: SII PURO. T'obbedirò nella luce t'obbedirò nell'ombra, Delìaca Legge, che splendi su l'Ellade come il suo cielo pudico. In segreto e in palese, per sempre sarò tuo fedele. Vertice del Cinto, e sovente io ti manderò sacri doni. Narravano i Delii che a quando a quando sacri doni, involti in paglia di grano, giungessero dal paese degli Iperborei in Iscizia; e che dalla Scizia, trasmessi di popolo in popolo, verso occidente, fosser recati sul Golfo Adriatico e poi ad austro, primieramente raccolti in Dodona da Ellèni, scendessero nell'Eubea e quindi sino a Caristo; e che dai Caristii, lasciata da banda l'isola di Andro, recati fossero a Teno e ultimamente dai Tenii consegnati fossero a Delo, involti in paglia di grano. Ovunque io mi sia, nelle terre distanti, in liete sorti o in dure, in guerra o in pace, miei doni ti manderò similmente involti in paglia di grano, ché non so custodia più monda. Ma il mio primo dono ti verrà forse dal luogo che ti successe in potenza quando passato fu sopra i tuoi granai e le tue stoe il turbine di Mitridate: da Ostia romana, ov'Enea del sangue di Dàrdano prese la terra (accolto l'avevi già tu su le concave navi construtte coi pini dell'Ida) e sotto l'arbore assiso col bel Iulo e coi primi duci mangiò per fame le adòree mense e disse: «Qui è la patria!». Ivi trovar voglio il fascio cereale dei culmi biondi per chiudere il dono mio primo. Conosco il luogo; e, s'io penso che lo rivedrò, mi s'allevia la tristezza del dipartire perché già riodo il Ponente che su la via de' Sepolcri, sul tempio della Magna Madre, verso la selva laurèntia soffia traendo la morte e la vita, la memoria e la speranza. Ivi un giorno, dalla soglia d'africo marmo dinanzi alla cella di rosso mattone spogliata ma grande, vidi tra gli stìpiti eretti della Porta Marina mirabili spiche ondeggiare non certo nate da semi cui sparsi avesse man d'uomo. Non lungi era il Tevere torvo fra deserti argini; e le negre navi dalle cùbie dipinte di minio, cariche di molte botti, navigavano contro corrente per ormeggiarsi all'ombra del Sasso Aventino; e venìa sul soffio il cantare dei marinai di Sicilia e dei garzonetti campàni dal crin di viola, che belli son forse come i fanciulli danzanti il gèrano intorno ai tuoi turìferi altari. O Delo, forse le spiche di sé medesime nate tra que' due stipiti eretti della Porta Marina ritroverò, per mandarti involto in quel misterioso frumento il mio primo dono.» Così pregai nel mio cuore; e ciascun dei dolci compagni forse anche pregò nel suo cuore segreto, perché non s'udiva parola. Ed èramo tutti a poppa raccolti, in silenzio. Ed uno di noi, che taceva con fronte ostinata, era sacro a morte precoce, più caro d'ogni altro agli iddii come eletto a perir giovine e in atto di compier l'impresa cui s'era devoto con anima salda. Or quegli nella memoria più fortemente mi vive; e lui vedo presso la ruota del timone in quel punto, fitto su le gambe sue snelle e nervose di corritore del lungo stadio, guatare con gli occhi chiarissimi il solco. In verità, fra i compagni egli era il più pallido. Quasi esangue appariva il suo vólto; ma i suoi biondi capelli sorgevano senza mollezza su la robusta ossatura della fronte nata a cozzare contra l'impedimento; e di virtuoso rilievo su' chiarissimi occhi era l'arco dei sopraccigli, sobria la bocca e di netto discorso, agile il collo se bene la nuca sì ferma paresse ch'io le comparai la cervice d'Eràcle che l'Etra sostiene tra la bella Espèride e Atlante nella metòpe d'Olimpia. Ei ne sorrise. Ma certo gli sovrastava continua l'imagine immensa d'un cielo. Veduto avea splendere nuove stelle in un cielo incurvato su selve più vaste che tutta l'Ellade, su fiumi più larghi che gli ellesponti e gli euripi, nel Continente australe, tra fosche incognite stirpi dall'anima ancóra constretta nell'inviluppo terrestre come gli iddii primitivi dell'Ellade erano ancor misti agli elementi del Cosmo. Condotto avea su le notturne correntie la spaziosa rate carica di tronchi centenni e mirato il volume infinito dell'acque palpitar d'astri qual cielo irriguo e l'alba levarsi dai silenzii possente come per un giorno eternale. Un Ulisside egli era. Perpetuo desìo della terra incognita l'avido cuore gli affaticava, desìo d'errare in sempre più grande spazio, di compiere nuova esperienza di genti e di perigli e di odori terrestri. Come le schiave di Bitinia o di Frigia recavano in letto corintio l'indelebile aroma natale, così le sue patrie remore nell'anima sua voluttuosamente odoravano. Ei sorridea dinanzi all'olivo d'Atena pensando la smisurata fronda opulenta di fiori di frutti di piume che tutti vincono i monili di Serse. L'Ilisso e il Cefìso ruscelli sassosi pareangli, che varca il salto d'un uomo; l'Imetto, un alveare declive; il Pentèlico, un tempio dal lungo tìmpano, senza intercolunnii; tutta l'Attica pareagli dal cinto aureo di Afrodite conclusa. O dolce compagno, ebro e folle d'immensità, ti rivedo àlacre all'alba sul ponte, il primo ai risvegli e ai lavacri mattutini, vigile come il gallo, sempre operoso, Ulissìde! Il tuo piede scalzo rivedo sul nitido ponte, il piè dalla pianta ampia e certa, dal maschio e divergente pollice, il piè corritore del lungo stadio, o Ulissìde. Tu eri il più sobrio e il più casto; e, se il compagno avea sete, perché quegli bevesse tu non bevevi, contento. E nei polverosi cammini, per l'erte difficili, amavi portare l'ingombro dei pesi, né per ciò mutavi il tuo passo espedito; ché il tuo bel corpo era immune d'adipe ignavo, come l'ottime spiche arente sotto il mai curvo tuo capo d'oro, Ulissìde. Intento a disciplinarti eri sempre, anco ne' piaceri fugaci, e ad apprendere molto, ad essere industre tu solo come uomini molti; e sapevi apprestarti il tuo cibo e rimendar la tua veste come la tua vela, Ulissìde. Compagno diletto, che mai mi fosti grave e mai con l'ombra tua mi togliesti il mio sole, non più dunque presso il timone seduto su fascio di corde io ti leggerò l'avventura del Re di tempeste Odisseo che dopo le nove giornate ventose approdò nella terra dei mangiatori di loto, che mangiano il fiore del loto che fa obliare il ritorno a chi la dolcezza ne prova? Ahimè, ti scordasti il ritorno tu anche, ma non per quel fiore soave, e mai più tornerai col tuo passo certo e leggero verso di noi che t'attendemmo sì lungamente e sperammo di udir la tua limpida voce narrar la conquista lontana! Sotto la clava del selvaggio predone cadesti, senza vìndici, nell'umida ombra; mentre tu, svelto odiatore di salmerìe e di scorte con silenzioso ardimento t'addentravi nella foresta letale, obbedendo al tuo fato che ti spingea senza tregua più oltre più oltre nel nuovo. Prono cadesti, e il tuo sangue ottimo, il sangue del capo, bagnò l'erbe e i fiori dell'umo di là dall'ultima orma che stampata avevi col piede veloce; sicché procombendo andasti pur sempre più oltre: il tuo corpo, ove spegneasi il pronto vigore latino, occupar valse anco un tratto di terra ignota, o Ulissìde. Gloria a te! Ricordato sarai se non muoia il mio canto fra l'itala gente. A te gloria! E ti rivedo, sul Mare Mirtòo, presso la ruota del timone in quel punto, ritto su le gambe tue snelle e nervose di corritore del lungo stadio, guatare con gli occhi chiarissimi il solco. E t'era non molto discosto un altro compagno di stirpe migrante, dei vizii umani esperto e del valore, e degli odii, duro in oprare e combattere, aspro in trattare la pelle infetta dei greggi, occhio aguzzo, collo taurino, fermo pugno, pensier destro a ogni lotta come compiuto atleta al pancrazio e al pentàtlo. E questi avea seco, qual pegno d'amore, la sferza untuosa tagliata nel cuoio ferrigno del pachidermo fiumale, fatta untuosa dai dorsi negri stillanti di sevo fetido. E amava d'amore anch'egli una terra lontana, la terra ignìta ove la Sfinge all'urto dell'uomo ritratta s'è dalle sabbie del Nilo ad altre piagge crudeli e in silenzio attende l'audace per farsi alla gola una torque di candidi ossi novella. E certo anch'egli in quel punto travagliato era dal suo grande amor periglioso; ché tutti avevamo una febbre di sogni nel sangue e donata l'anima a grandezze lontane. Il Sol declinando, caduto era ogni soffio come tra Itaca aspra di rupi e Same irta di cipressi là sul Ionio Mare nel giorno memorabile. In cerchio sorgeano dall'acque serene le belle Cicladi, d'oro e d'avorio come le ricche statue foggiate col fiore della preda di guerra. Più d'ogni altro monte splendeva il Marpesso, onde gli Ellèni tratto avean la candida carne de' loro iddii. Lungi, l'Eubea l'Attica il Peloponneso tutta l'Ellade santa era invisibile ai nostri occhi ma presente in eterno. Anche una volta ascoltammo l'ora della vita sublime. E dai campi delle battaglie terribili, da Mantinèa da Platèa da Cheronèa da Potidèa da Leuctra, da tutti i campi sacri alle grandi stragi di genti, sorse per entro quell'aere melodioso un clamore discorde: il lagno dei vinti, lo scherno dei vincitori, il canto amebèo della guerra. Ebri d'antiche bellezze e di nuove, dalle soglie del venerabile Olimpo ardentemente protesi verso primavere ed estati future, avidi di dominio e di gloria, pel nostro amore pronti ad ogni più disperato combattimento, ascoltammo con intimo fremito il canto. Diceano i vinti: «O iddii, o iddii, proteggete la nostra terra se mai v'offerimmo in sacrificio il bianco e nero fiore dei greggi, le primizie degli orti! Spavento, sciagura, vergogna si precipitano sopra la stirpe che amaste, cui foste per sì lungo tempo benigni. Ah! Ah! Udite, udite lo scalpito dei cavalli dietro la polve messaggera di morte, lo stridor degli assi nei mozzi, l'urto dei clìpei e delle gambiere di bronzo. L'etere è tutto irto di lance. Le catenelle dei freni induriti col fuoco, ecco, ecco, tintinnano nelle bocche schiumanti. Ecco l'ultima strage!». I vincitori: «Gli iddii son coi vittoriosi! Pascere Ares noi vogliamo con la vostra carne cruenta. Zeus non v'ode, non v'ode l'ippico Re, non Apollo. La spada a due tagli l'estrema luce fa su gli occhi del vinto. La Necessità vi tien presa la strozza come noi l'elsa d'argento tegnamo nel pugno e la coróne dell'arco e della frombola il cappio per forarvi il cuore tremante, per fendervi il cranio curvato, per frangervi ambo i ginocchi. A terra! A terra! Gli iddii non v'odono. La città vostra, con l'oro la porpora i vasi di vino i bei letti e le donne, alla nostra fame è promessa». Diceano i vinti: «Sciagura! Gli iddii disertano i templi! Pur quegli che sorse dal suolo onde noi nascemmo, ci lascia! Ah per questo nascemmo, per esser calpesti, premuti come il grano sotto la mola come nel frantoio l'oliva come l'uva nel tino, per esser pan d'ossa trite, olio di midolle, vin rosso di vene al banchetto feroce! Gli iddii son co' vittoriosi anche vili. Il cielo è su noi come clipeo nemico che porti nell'ònfalo il capo gorgóneo per impietrarci. E quante ecatombi v'offrimmo, o Zeus, o figlia di Leto, o Cipride madre di nostra gente, per quest'onta nefanda!». I vincitori: «Molesto è agli iddii l'odore fumoso delle ecatombi offerte da femmine imbelli. Tacete! Vociferar contra gli iddii non vi giova. Le lingue loquaci vi strapperemo noi dalle fauci per darle in pasto alle cagne e alle scrofe. Voliamo, voliamo, cavalli di belle criniere, voliamo, carri dall'aureo timone, su i petti e su i dorsi dei vinti! La polvere, la sitibonda sorella del fango, ha bevuto un fiume di sangue ed è nera. Meglio è segnar nuovi solchi di ruote sul tramite umano, su i vivi e su i morti prostesi. A terra! A terra! Voi siete la via su cui passano i carri». Diceano i vinti: «Eccoci a terra, eccoci proni, prostesi davanti all'unghie dei vostri cavalli. Se gli iddii non odono, udite la nostra preghiera voi, uomini, nati dell'uman seme come noi ne nascemmo in giorno nefasto!». E i vincitori: «Non siete voi uomini, sì siete cose da noi possedute, men buone dei vestimenti, dei vasi, dei letti. Noi dalle vostre viscere trarremo le corde adatte alle frombole e agli archi; e le serberemo pel giorno in cui ci bisogni domare novamente insania di schiavi se qualche rampollo risorga dal tronco che abbiamo reciso. Ma non lasceremo radici». «Ecco, ecco, siamo la via palpitante sotto il galoppo di ferro. Ma il cuore vi tocchi pianto di vergini, vagito di pargoli, ululo di madri! Ardete le case, abbattete le torri, struggete dall'imo la città, le ceneri ai vènti date e i nostri corpi agli uccelli voraci, ma fate che il gregge misero lasci le mura e lungi nasconda il suo lutto!» «Le vostre vergini molli le soffocheremo nel nostro amplesso robusto. Sul marmo dei ginecei violati sbatteremo i pargoli vostri come cuccioli. Il grembo delle madri noi scruteremo col fuoco, e non rimarranno germi nelle piaghe fumanti.» «Ah, non avete sorelle che a' telai vi tessano vesti soavi aspettando il ritorno?» «Già corse il Messo. Ora annunzia che vincemmo. Ed elle infiammate gittano le spole e «Sien grandi» sclàmano «la strage e le prede!» «Non mogli avete che appeso rèchino alla mammella un dolce figliuolo e gli càntino il sonno?» «Elle ne' lor seni hanno latte di leonessa e al figliuolo dicono: «Se il germe rinasca malvagio, tu crescimi forte e schiantalo ancóra e per sempre!.» «Non madri avete al focolare?» «L'arme pesarono ammonendo: «Non ti stancar mai di ferire. Sia l'ultimo colpo il più crudo». Voliamo voliamo, cavalli di fuoco, sul fango dei vinti!» XVI. O Vita, o Vita dono terribile del dio, come una spada fedele, come una ruggente face, come la gorgóna, come la centàurea veste, o Vita, assai più crudele è il canto che nella pace delle città funeste s'ode, quando arde il bitume o splende la selce sotto il Cane vorace nelle vie diritte ove passa il carro che non ha timone né giogo, e non corsieri splendenti di sangue e di schiume cui prostesa l'onta soggiace, ma rapidità senz'acume che bassa scivola, immune tra la ferrea fune sospesa e il duplice ferro seguace. Conosco la ferita che nella via necessaria fa la rotaia lucente agli occhi della tristezza smarrita per quell'aria atroce, quando non ha più voce la bocca convulsa che occlude la cenere dei sogni masticata nel fiele rigurgitante, e dalle nude mani pare avulsa l'ugna che sapea ghermire, e sola nel collo la caròtide pulsa come la sbigottita rondine cui l'infantile carnefice strappa le piume di nascosto, e il cuore è frollo come la carogna vile che sul bitume si matura al sole d'agosto. Ben vi so, torridi giorni, meriggi funerei, incontri spaventosi di cerei vólti disfatti, via chiusa tra mura di forni, tacita piazza combusta, sordo asfalto, lastre roventi su cui l'ombra angusta dell'uomo è come bestia di corte gambe laida e obliqua che il tacco gli addenti ove il cuoio rossigno si torce sformato dall'ignobile passo consueto. Ombra, ombra del vinto si trista su le sporche mura, trista come la menzogna callosa ond'ei campa e lucra, trista come il suo vizio segreto, come il suo rimorso, come la sua paura, come la sua vergogna! Manìe, Manìe silenziose, erranti nell'inferno della città canicolare, col passo degli sciacalli famelici, tra le bucce lùbriche dei frutti e lo sterco dei cavalli coperto d'insetti che hanno il lucore dell'acciaio azzurrato, io vi guardai nelle pupille contratte dal dolore della luce, vi guardai negli occhi gialli di sanie e di cruore vermigli, su cui palpitavano i cigli col palpito disperato che non ha tregua nel sonno poi che il sonno fu ucciso; vi guardai fiso aspettando che vi scagliaste come doghi a mordermi i pugni e la gola. Imagini del delitto mostruose intravidi, torcimenti d'angosce inumane ma senza gridi, anime come sacchi flosce, altre come logori letti di puttane marce di lue, altre come piaghe orrende, fatte informi e nane dal gran taglio diritto, simili al combattente ch'ebbe le due cosce recise fino all'anguinaia e tuttavia rimane mezz'uomo sul suo tronco e cerca con le dita ancor vive tra il rosso flutto la radice di virilità ricacciata in fondo al ventre, là dov'era prima ch'egli escisse compiuto maschio dalla matrice. Ma quelle miserie e quei morbi e quelle follie, insanabili, al mio male non eran fraterni se non per il silenzio e per la sete, perché taceano e avean le labbra della sete mortale. E cessai di guardare. Tenni gli occhi inclinati al riverbero bianco delle selci, solo con la mia febbre errabonda. E quando il ginocchio stanco sentii flettere e pesarmi il cuore così che mi parve quasi dolce cader senz'armi su l'immonda via qual giumento che più non vuol trarre le some, mi fermai nel trivio deserto e dissi al mio cuore il mio nome. E, in quella guisa che il rude cacciator nella selva sonora col sibilo chiama la muta dei veltri dispersa, radunai con lo squillo dell'orgoglio tutte le forze e le vendette del gentile mio sangue sul trivio deserto. E nel vólto febrile lo sguardo mi ridivenne gelido e chiaro; l'osso della mascella fu saldo e armato per mordere; in tutti i tèndini il certo vigore si contrasse, pronto all'assalto. Guardai il nemico Dolore con stridor di denti per scagliarmigli addosso e stampargli segni cruenti su la gota pallida. Il cuore sonò come bronzo percosso. O lastrico accecante, spigoli crudi dei muri coperti di rabida lebbra; consunta pietra di scale, innanzi le porte sacre al dio della cenere, dove il mendicante ostenta l'ulcera e la man tesa; cupa finestra ove in attesa di preda sta la bagascia spandendo sul davanzale le sue mammelle come pasta che lièviti; lenta discesa dell'ombra giù dalla statua deforme che glorifica il demagogo brutale; o lastrico senz'orme, oscenità del luogo publico, lordume del trivio, per voi conobbi un'ebrezza amara che non ha l'eguale. Sentii l'odore d'un abisso invisibile e onnipresente, il pestifero fiato d'un gran mare torpente ma pieno di occulta ferocia, di vita vorace, ove la tristezza dell'uomo era come la nave dalla prua bene sculta che con l'elica guasta è perduta nel polipaio immenso, nell'immenso tedio dell'Oceano ardente sotto il Tropico, e non cammina ma sussulta, ancor pulsando l'infermo suo cuore d'acciaio nella vasta carena, sinché lentamente muore nel fetore della sua sentina tetro che l'avvelena. Vesperi di primavera, crepuscoli d'estate, prime piogge d'autunno croscianti su l'immondizia polverosa che nera fermenta sotto le suola fendute onde si mostra il miserevole piede umano come tòrta radice di dolore divelta; rigùrgito crasso delle cloache nell'ombra della divina Sera, tumulto della strada ingombra ove tutte le fami e le seti irrompono a gara d'avidità belluina per la forza che impera e partisce i beni col ferro, da voi sorgere io vidi non so quale orrida gloria. Gloria delle città terribili, quando a vespro s'arrestano le miriadi possenti dei cavalli che per tutto il giorno fremettero nelle vaste macchine mai stanchi, e s'accendono i bianchi globi come pendule lune tra le attonite file dei platani lungh'esse le case mostruose dalle cento e cento occhiaie, e i carri su le rotaie stridono carichi di scòria umana scintillando d'una luce più bella che la luce degli astri, e ne' cieli rossastri grandeggiano solitarie le cupole e le torri! Orrore delle città terribili, quando su le vie arse cadono i larghi lembi violacei della Sera con un odor molle di morte, e s'accendono su le porte delle taverne i fanali rossi che versano il sangue luminoso al limitare ove scoppierà la furente rissa dopo l'ingiuria, e i fuochi della lussuria brillano negli occhi senili della grigia larva che insegue per l'ombra la vergine impube con nel passo malfermo l'indizio del morbo dorsale, e il bardassa trae per le scale già buie il soldato che ride, e la libidine incide l'enorme priàpo sul muro! Febbre delle città terribili, quando il Sole come un mostro colpito dal tridente marino palpita ai limiti delle acque in una immensità di sangue e di bile moribondo, e nel duolo del ciel profondo la gran piaga persiste livida di cancrena, e s'ode la sirena del vascello che giunge caldo di più caldi mari, e s'accendono i fari su l'alte scogliere, e le ciurme straniere si precipitano all'orgia frenetiche come baccanti, e il porto suona di canti di schemi di sfide di colpi di crapula e d'oro! Sonno delle città terribili, quando dal fiume accidioso (ove si stempra tra la melma e il pattume la polpa dei suicidi fosforescente come su i salsi lidi il viscidume delle meduse morte) sorgono le larve diffuse della caligine tacente con mille tentacoli molli che sfiorano tutte le porte e palpano i miseri e i folli, il ladro e la venere vaga, l'ebro dalla bocca amara l'orfano dall'ossa contorte assopiti sopra la fogna, mentre s'amplia e s'arrossa nei fumi la chiara finestra del sapiente che indaga e del poeta che sogna! Alba delle città terribili, aurora che squilla con mille trombe di rame sul silenzio opaco dei tetti chiamando i dormenti a battaglia, primo dardo che il Sole scaglia a fiedere le sfere d'oro su le cupole ancor notturne e le cime ardue dei camini emuli delle torri e le bianche statue degli archi trionfali, Speranza volante su ali recenti come i fiori nati sotto le rugiade celesti, passo degli artefici dèsti all'opere sonoro come scalpitìo d'esercito grande, rombo che si spande dai mossi congegni pel vitreo duomo, oh Alba, oh risveglio dell'Uomo eletto al dominio del Mondo! XVII. Chi fu che mangiò gli escrementi su la piazza publica, in pani? Ezechiele, il profeta belluino, figliuol d'uomo, il vate dei carmi ruggenti. E dalle sue labbra immani irte di pél selvaggio e lorde proruppe un divino fiume di poesia che scrosciò su le nazioni sorde, travolse i re vani, sommerse i popoli spenti. O città di sangue e di lucro, di magnificenze e d'obbrobrio, di sacrificii e d'amore, mangerà gli escrementi su le vostre piazze sonore colui che vorrà far giudicii per esaltarvi nell'inno, per abominarvi nell'ira, per stringervi in patto di pace? Egli sarà segnato della profonda ruga, ma avrà nella carne un cuor novo. Foggerà egli il fango? Smoverà il letame? Metterà in fuga i sogni d'infermo e i delirii palustri? Caccerà la fame e chiamerà il frumento e lo cernerà nel suo vaglio? Aprirà gli antichi sepolcri intorno a cui danzare ai solstizii d'estate potranno sotto lo sguardo materno i fanciulli robusti? Il Presente è in travaglio. Afflitto io non dissi a me stesso: «I giorni saran prolungati e ogni visione è perita». Ma sì bene: «I giorni e la fiamma d'ogni libertà son da presso». E non Ezechiele, il Caldeo dal capo bendato, che stringe il rotolo ond'ei pascer deve il suo ventre e le interiora sue riempire, e si volge impetuosamente nel fuoco dell'alito eterno col petto già gonfio di canto; né la Sibilla di Persia, decrepita in suo chiuso manto, che leva le mani rugose e china la fronte longeva a deciferare con gli occhi velati da secolo tanto l'angusto quaderno ov'è stretta la somma di tutte le cose; non quegli non questa rispose a me dalla volta profonda nell'ora mia quando supino sul pavimento mi giacqui con l'anima mia furibonda. Ma ritrovai vénti fratelli, m'ebbi uno stuolo gagliardo di vénti fratelli nell'alto, che mi risposero in coro e in disparte, col grido e col silenzio, con lo sguardo e col gesto, nel grande sacrario sonoro. O Sistina, rifugio più solitario che le vette eccelse dei monti ove l'aquile hanno lor nido, altitudine senza fonti per la sete di chi sale, dominio di violenza e di dolore immortale, sublimità del Male, rapimento carnale degli spiriti verso novelli cieli di potenza e di gloria, in te ritrovai miei fratelli disperato della vittoria. Per venire a te primamente, passai sopra il sangue ferino. Persiste ancor nella selce dell'Aurelia Via la vermiglia macchia e al sole è splendente come nella mia rimembranza? Oh meriggio di primavera! Le taverne eran piene di carradori feroci, di rauche voci, di bestemmie crude, di oscene canzoni. E un odor maligno di vino, di timo, d'ànace, d'aglio, di sudori, d'olio fortigno occupava la via romana. Ma dalla campagna lontana venìa sul vento a quando a quando il profumo dell'asfodèlo e l'aroma del pino. In un silenzio anèlo dolorava il cielo latino. Aurelia Via, l'erma è bifronte, mistica e bestiale, che ti guarda e a me t'apre. La tua selce rintrona alle ruote e s'assorda allo scalpiccìo delle capre. Fra la turpe caupona e la mole papale, fra crete e fornaci, urli e taci lorda di lordure e di sangue. Gialla tu sei sotto il sole e lucida di festuche, or bianca or cerula a luna che cresce o che langue; mentre il carrador nello strame de' suoi giumenti, ne' velli de' suoi castrati ronfia o canta d'amor canto infame e l'urto del carro sciaborda il vin nei barili cerchiati, il latte nei vasi di rame. Stanco dei sorridenti uomini vestiti di frode con labbra dipinte su falsi denti, mellìflui e grassi come le meretrici, stanco di scoprir ne' lor passi l'ernie nascoste e le varici e le inconfessabili piaghe e le vèrtebre fiacche, stanco di lor colpi bassi e di lor ferite vigliacche, io cercai nell'antica via la stirpe sanguinaria che maneggia il coltello dal mànico di corno e dalla lama fissa. Vagai d'intorno aspettando il primo clamor della rissa, l'ingiuria arrochita dal vino. Fiutai negli odori dell'aria l'odore del sangue ferino. Una forza selvaggia e sacra, come quella che indura la fronte ed affoca la coglia dell'arìete pugnace, pareva addensarsi nei torvi bovari, nei bùtteri armati d'un'asta ch'è un tirso cui tolta fu la bassarica foglia. Sì fulva ebber certo la barba, sì ebber villoso il torace gli antichi predoni del Lazio. E le lor femmine (Roma ne impresse l'effigie nell'oro imperiale) dal collo pesante, dal ventre mai sazio, dalla chioma lucida e folta come la lana dei neri capretti, le femmine belle e lente ai copiosi pasti infuriavano i maschi col fortore delle ascelle. Quivi l'animale umano amai, che divora, s'accoppia, urla, combatte, uccide, inconsapevole e vero. Quivi divinai la divina bestialità che facea sì resistente la forza di Roma dal tardo pensiero. Meglio che tra gli spadoni e le spìntrie, il mio dolore e il mio desiderio inespressi quivi respirarono, fatti più forti perché più carnali. Il pregio e il mistero del sangue sentii mirando su le lastre, nel solco dei carri, brillare il fiotto vermiglio sgorgato dalle ferite mortali. O selva d'arbori eguali, pronao d'un tempio senz'inni, teco all'ombra io vidi l'Erinni. Tutti eguali in ordine i pini, quasi eletti a un rito solenne, sorgevan dall'erba infinita. Ogni traccia era disparita della belva e dell'uomo: sol v'era il silenzio del cielo. E vi fiorìa l'asfodèlo a piè dei tronchi scagliosi, e l'anèmone violetto ch'è il rapido fiore del vento. E come un palagio d'argento di là dai tronchi, multiforme e tacito, era il Vaticano; un ermo candore lontano era il Soratte solitario; i cipressi del Monte Mario erano un fùnebre serto per non so qual lutto sereno. E un profumo di fieno e di libertà, quasi un fiato pànico, venia dal deserto. O selva d'arbori eguali, tra l'Urbe e l'Agro ordinata, ove dormii sonni veggenti e meditai le mie sorti e favellai con l'Erinni, tu m'appari nella memoria come il vestibolo vivo della formidabile cella; perché pieno de' tuoi fatali murmuri l'anima, gli occhi pieno dei movimenti fieri che su l'antica via agitavan gli uomini forti, ebro dell'amore di Roma e sitibondo di gloria, io v'entrai seguendo mia stella. E, come su l'erba novella che inazzurravano l'ombre de' tuoi colonnati, io vi giacqui supino per contemplare. E là dove giacqui, rinacqui. Che son mai le ambasce supreme del combattente caduto nella vertigine immensa della morte, col viso rivolto al ciel muto ed eterno, quand'ei più non sente il nemico che senza riscatto gli preme con le ginocchia lo sterno ma sol sente l'anima forte che l'abbandona e nell'atto di partirsi infinita col peso di tutta la vita gli pesa e di tutta la morte? Che è mai la sua visione solitaria in mezzo al deserto ruggente della guerra, quand'ei non sa la cagione ma vede che certo è soltanto il dolore e giusta è la terra poiché foglie e pianto e ogni carne più sanguinosa raccoglie? Le grida le risa gli oltraggi umani duravano in me; e i dardi della luce ancor mi dolevano; e i raggi e il tumulto erano in me una sola vertigine truce; e parevami esser demente e ardere fino alla midolla come tra vampe di fenile che ribolla in afa di nembo imminente; e nel tenebrore febrile scintille io vedeva come di selci percosse, ché gli occhi m'eran nelle fosse dell'orbite veracemente come a urto di focile selci nell'ordigno d'acciaio che le attanaglia. E io era come colui che muore di sùbita morte solare, al limite della battaglia. O ruota d'Issione! Rivolgeasi tutta la volta come ruota sopra di me, e il dolor mio n'era l'asse stridente e risfavillante. Tutto quel ciel disperato di bellezza sopra di me era come ruota di ferro trattata da un'ira gigante. E come le festuche e le scorze e il timo e la polve e la melma d'intorno alle ruote dei plàustri là nella carraia romana, così d'intorno a quell'una amore odio eccidio spavento sacrifizio supplizio delirio dell'anima umana tutti i mali e tutte le colpe e tutte le cieche speranze trascinati erano e franti nell'inesorabile giro. E io dissi morendo: «Anima mia, vedo te? vedo le tue speranze le tue colpe i tuoi mali nell'inesorabile giro? Anima mia, vedo in te le larve delle parole, i sogni pulverulenti, le credenze inferme o morte, i giorni senza bellezza, le tracce dei crudi flagelli, le reliquie del mio martìro?». Supino giacente il mio corpo non avea più ombra nel mondo. L'immobilità del dolore era la mia sola grandezza. Come in nero marmo, sepolto nell'orrore de' miei pensieri, io sentii venire di lunge, sorgere sentii dal profondo il pianto che agli occhi non giunge. E quel pianto era pianto, entro di me, sopra di me, da creature che forse vivevano oltre la vita ma non beverate nel Lete né di papaveri cinte, anzi chiuse in un vestimento d'impenetrabile ardore che allo stillar dell'onda amara qual rogo alla piova crepitava senza perire. Ed elle cantavano un canto, entro di me, sopra di me, più forte che tuono di lire, forte di sì alto lamento che toccava le più segrete stelle nel cuore del Cielo e tremar facea di nova pietade il cuor della Terra e discolorava la faccia dell'Ocèano anèlo. «Luce del dolore» io dissi «ti bevo! Luce del dolore, a cui si precipita ignaro dalla notte bruta l'infante che sforza la porta sanguigna del grembo materno col capo proteso, con chiuse le pugna; Luce del dolore, a cui si volge l'estremo battito della palpèbra senile priva di cigli ove all'acredine del sale la pupilla s'è fatta più opaca e dura dell'ugna; Luce del dolore, ti bevo a gran sorsi come bevvi dalla mammella il latte, la voluttà dalla bocca amata, la melodìa dalla sera d'aprile, l'odio dalla ferrea pugna. Di te m'inebrio. Tu m'inondi. Non v'è ombra in me se non quanta può coprirne con agio il calice riverso d'un giglio! E di questa io farò un solitario zaffìro; con quest'ombra che resta una gemma io sublimerò più cerula che il cielo d'Agrigento, per la fronte della mia compagna diletta.» E la ruota s'arrestò di sùbito nel suo giro, come il supplizio s'arresta per il comandamento del tiranno malvagio cui tediano i gridi delle vittime attorte infrante nelle sue pressure. E io vidi le creature tra la vita e la morte. Vidi i fanciulli i giovinetti i vegliardi le madri le vergini i guerrieri i sacerdoti i patriarchi gli utensìli e gli armenti, tutte le carni dolenti e tutti gli strumenti della colpa e del castigo, i letti i libri i roghi le are, e l'inerzia della terra e la furia delle acque e l'impeto dei vènti e l'ingombro delle nubi, la spada la mensa il fardello, il teschio dell'arìete, il festone di quercia, la medaglia superba; e quegli sguardi e quei gesti, anima mia, quelle pupille che ti guatavano dal fondo dell'infinito terrore! E quivi tutto era più grande e più grave, e senza patria, e d'immemorabile etade, e sotto il flagello d'inconoscibili numi. Colei che avea generato stanca era d'una immensa maternità, come se dal suo ventre escito fosse il peso delle nazioni maledette, con un travaglio orrendo; e le sue mammelle eran come l'urne dei fiumi. Profondato nell'oscuro sonno era il dormiente, come un monte sotto i silenzii dei mari primordiali onde sorgerà in un giorno del più remoto Futuro, come nessun corpo giammai profondato fu nella morte. E tutta la gioia feroce degli uccisori nati di donna, da che il primo sangue umano abbeverò la terra ancor del diluvio melmosa, tutta gravava nel pugno di colui ch'era in atto di recidere il capo al vinto nemico; e quel ferro tagliente pareva levato dall'eterna minaccia d'un dio su l'orizzonte immobile della paura terrena; e in quell'abbattuto, che invano pontava la palma il cùbito e il ginocchio sul suolo ch'ei dovea di sé far vermiglio, penava il lamentabile sforzo di tutti gli uomini vinti da che l'uomo è lupo per l'uomo. E fatalità spaventose si propagavano pel mondo, mosse da un gesto, dal lampo d'uno sguardo, dal reclinare d'un vólto, dal lembo agitato d'un manto, dal volgersi ratto d'un pargolo verso la poppa, dal ripiegarsi d'un corpo senile nell'ultima sosta. E sventure senza nome, desolazioni senza voce e senza pianto, lutti accecati dall'amarore delle lacrime esauste, tormenti non conosciuti dagli antichi tiranni né dagli esuli iddii, enormità di doglia e di follìa smisurate pesavano nella stanchezza d'una pallida mano. E tutte le membra, come la mano, erano carche di patimento mortale e s'accasciavano al suolo con ossature di piombo; o, risvegliate dal rombo della morte improvviso, balzavano nel terrore protese verso lo scampo, erette contra il periglio, contratte sotto la minaccia; e i muscoli nelle braccia le vèrtebre nelle schiene le còstole nel torace le arterie nel collo i tendini alle calcagna erano come le bestemmie le implorazioni e le grida opposte ai fati avversi, eran come le bocche urlanti, gli irti crini, gli occhi riversi. E, come su mare notturno s'ode talor clamore di naufragio lontano, venìa dallo spazio incurvo da quel gorgo soprano la voce di tanto dolore confusamente, e fioca e forte. E talor si facea di repente un silenzio più crudo che tutte le grida; ma durava nel vano, come il bronzo che vibra, il rombo eternal della morte. E alcuna delle creature accosciate nell'ombra, sotto l'invisibile mola ond'era premuta continuamente, con voce rimasta per secoli muta disse l'antica parola: «Perché siamo nati?». E io sussultai di paura sul pavimento che freddo era come pietra di tomba, sentendomi l'ossa corrose. Con pallidi occhi, vacillanti nell'orbite fatte più larghe, cercai per la volta profonda gli eroi fra le genti dogliose. Dominavano la sventura e la colpa, chiarosonanti come squilli di tromba, le Volontà meravigliose. «Perché siamo nati?» dicea la creatura del fango con la bocca sua piena d'ombra come la fàuce del bove è piena di strame. «Simile al bove che rumina, simile al capro che copula è l'uomo, con la lussuria la strage il servaggio e la fame.» E una Volontà risplendente «Taci» gridò «taci, bestia da macello e da soma! Porta su le tue schiene il peso di colui che ti doma e poi senza gemito spira sotto il coltello tagliente. Silenzio! Silenzio! Sol degno è che parli innanzi alla notte chi sforza il Mondo a esistere e magnificato l'afferma nelle sue lotte e l'esalta su la sua lira. Taci tu, cosa da mercato, ingombro gemebondo!» E ogni lagno si tacque, ogni vil bocca ebbe il bavaglio. E come croscio d'acque possenti era la forza dei Giovini, grave di bellezze in travaglio. E, dalla fronte nuda al pollice del piè contratto, fremito di sùbiti canti mi corse. Correre sentii nelle mie vene i corsieri anelanti dell'Atto, scosso dai miei spiriti il peso delle ore infruttuose. E, ridivenuti guerrieri, gli spiriti verso gli eroi gridarono: «O nostri fratelli, soli fra le genti dogliose ricchi d'opre per la dimane come gli arbori novelli di gemme, noi su la terra mescere vorremmo la vostra immortalità con la nostra morte per vincere il Fato!». E il coro inerme ed armato «Sursum corda!» rispose, traendoli all'alta sua guerra. E allora io cercai le Sibille per desìo d'un'alta compagna. E dissi alla Libica: «I piedi tuoi son come le ali della colomba, poggiàti sul pollice fiero, e tu sei per chiudere il vasto volume e per librarti a volo uscendo dal tuo vestimento, o Sibilla, come da un vincolo duro affinché l'oro e l'azzurro soli ti cingano come l'orbita cinge la pupilla umida di visioni infinite e la tua bellezza fatidica pàlpiti di libertà sopra il vento. Ignuda le spalle e le braccia e la nuca, luoghi di gaudio, ecco, dalla tua cintura t'involi e dal tuo vestimento. Ma il tuo seno, che tu mi celi, non è forse profondo come un fior numeroso? E la treccia che sfugge alla benda delle tue tempie non ha forse il misterioso potere del corno sul fronte di Pan che conduce nei cieli le melodìe del Mondo? E il tuo fianco fecondo non è fatto pel seme del vincitore? Ah chi mai saprà il colore degli occhi tuoi sotto le pàlpebre chine? Quando mi guarderai? Orfeo sono, senza ghirlande, che più non attende alle porte dell'Ade quella che due volte perdette! E tu sei troppo grande, o Libica: sul cor tuo forte soffocar puoi anche la Morte». All'Eritrèa dissi: «Non m'odi, se parlo. Sei anche più grande! La Saggezza e la Forza lavarono i tuoi piedi scalzi. Tu sdegni i troni. Se t'alzi, tu mi sembri una torre munita. Signora della Vita tu sdegni le chiuse corone. Pallade ha l'elmo corintio col duplice occhio e il nasale. Intorno al tuo capo regale tu serri il pìleo dei nàuti con treccia che gira due volte simile a ceràste divelta dalla chioma della Gorgóne. Pallade ha il suono dei flauti e il canto delle mille teste pei giuochi della nazione. Tu nelle tue vaste orchestre hai tutte le voci, dal rombo dell'ape al fragor del ciclone. Che mai raccoglie il tuo braccio con la man cava (che resse forse per una notte i chiostri del Cielo tolti al sostegno d'Atlante e forse la clava brandì ad uccidere mostri) che mai raccoglie il tuo braccio dall'ombra di quella gran piega che ti fa nel manto il ginocchio sovrapposto all'altro in riposo? Le pieghe del tuo spazioso vestimento son piene d'invisibili tesori e di mistero infinito. E, se tu volgi col dito il foglio del libro verace or che il Genio con la sua face t'accende la lucerna, qual tirannide crolla, nasce qual novo mito, qual puro eroe s'eterna?». Ma dissi alla Delfica: «Te amerò, tra due vènti avversi nata dall'onda marina esule Oceànide, te che i lombi non anche detersi hai dall'amarezza salina. Chiusa nella tunica grave or sei, nella lana cui morde la fibula sotto l'ascella; ma ti gonfia il vento del mare dall'òmero al pòplite il manto ampio quasi trevo in procella. Tu svolgi dalla sinistra mano il tuo ròtolo santo che come vela quadra s'inarca alla banda contraria; e così vigile assisa mi pari su cassero forte di nave che navighi i tempi, sicura tra i due vènti avversi, fresca Virtù solitaria. Io ben so che l'onda natale crea questa tua giovinezza e il cristallo de' tuoi grandi occhi. Tuo latte fu il fiore del sale, e il cerulo gorgo tua cuna. Fra le mammelle e i ginocchi, a traverso il tuo vestimento, io vedo raggiar la bianchezza del grembo tuo, virginale come la più labile spuma. E sento, a traverso la benda che dalla fronte alla nuca ti copre, l'odore dell'ulva e dell'alga, l'odore d'un vascello che porti nardo e mirra nella sua stiva, l'odore d'un'isola australe. O bendata, e ben ti so fulva come il fuco tratto alla riva. So che nella destra ti dura il segno del tuo governale. Navigatrice sei, Thalassia nomata per me! I rematori adusti dalle cinture di sparto e dai lanuti galèri, curvi su gli scalmi nel canto disteso che gonfie facea le vene dei colli robusti, disser le tue lodi con me. Sul litorale i trevieri misurando e tagliando le vele in canape aspra, le lor donne i lunghi aghi acuti nell'ordito spignendo con la palma armata di piastra, per giugner vivagni di ferzi acconciar guaine a ralinghe e rinforzi e ritrosi e suppunti ben saldi contro fortuna, via via di costura in costura disser le tue lodi con me. I costruttori di navi segnando a rigore di frasca i garbi dei fianchi e dei ponti per vincer con lor misurate armonie la cieca burrasca, i mastri d'ascia segando a fil di sinopia il legname squadrando chiodando impernando dallo scafo alla tuga il fasciame, i calafati la scussa carena con maglio e scalpello stoppando per l'ugner di pece e di sevo a fuoco di stipa e spalmar di bianca cerussa, i cordai filando dai mazzi la canape splendida ai soli novi o torcendo nei trasti i fili e alla pigna i legnuoli, tutte in alterno cantare le maestranze del mare disser le tue lodi con me. O Thalassia, Sibilla di grandi oceaniche sorti, divinatrice serena di turbini e di naufragi, Euploia, esulata in ambagi ove impera il dio molle che dalla bellissima argilla separò gli spirti e li volle infermi di nera vergogna, odimi. Io ti chiedo: Che guardi? L'occhio tuo fisso non sogna né pensa, ma vede come nessun altro mai vide. Non lacrima né sorride: vede meravigliosamente. Che guardi? Una cosa fuggente, o una che giunge dai mari onde tu stessa venisti? Scendere su i popoli tristi le ceneri crepuscolari, o sorgere l'albe cruente? Che guardi? Un Liberatore inchiodato a una quercia alta mille volte cinquanta cùbiti, come l'Agageo Haman figliuol di Hammedata che laggiù grandeggia in aspetto di Titano più grande del Galileo crocifisso? Una gente nata del suolo sacro all'Olivo e a Minerva, che alfin ritrovò la sua gioia perduta e goder sa nei giorni la beltà senza fasto il piacere senza mollezza e comporre sa le sue feste divine con lievi corone? Ma forse l'occhio tuo fisso contempla l'Ombra di Roma che regge l'antico timone, quale effigiata ancor regna nella medaglia di Nerva. Andiamo, andiamo! Se ancóra sonvi nel mondo azioni da compiere belle come le più belle promesse dei sogni virili, se ancora sonvi da vincere mostri, da sciogliere enigmi, da purificare carnai, da costringere petti umani a gridi d'amore e d'orgoglio verso la Vita, andiamo, andiamo! Se ancóra sonvi giardini profondi ove favellare si possa co' i saggi e gli aedi, se fonti vi sono per tergersi dopo le lotte, colline silenti che sostengano anfiteatri di marmo sacri ai tragèdi, se inni, se musiche pure, se ancor vi son lauri, andiamo! Per udire il grido d'un maschio, per vedere un braccio levato a percuoter forte il rivale, per sentir l'odore del sangue sparso e dell'ebrezza brutale, per ingannar la mia sete di vivere in atti ed in opre, o fresca Oceànide, innanzi ch'io venissi a te, disperato vagai per l'antica via strepitosa di carri lorda d'escrementi e d'avanzi accecante di luce dura. E su quella lordura l'anima mia ne' miei sensi crudeli perdutamente aspirò il divino fiato che venìa dagli immensi deserti dell'Agro fiorente d'anèmoni e d'asfodèli; trascorse al confino de' cieli. Cammino senza impedimento, fatto dai balzi impetuosi, quello cui l'anima mia è pronta se tu l'accompagni! Disgusto dei rigagni putridi la tiene; disgusto dei lascivi amori mendaci che non sanno che sia l'innocenza nel desiderio, la profonda innocenza cui non giova altro guanciale pel sonno d'un'alba ignota se non il sopposto alla gota suo braccio robusto. La tiene disgusto mortale dei giacigli acri ove il sudore del combattimento carnale fa insana la cóltrice come la materia libidinosa che serpentina s'ammassa e luccica, e attossica l'ombra. Una venefica polpa fu data ai miei denti per pane. Assaporai una schiuma più salsa che quella del mare. Congiunto fui alla colpa come la vèrtebra è congiunta alla vèrtebra nella schiena che rabbrividisce di gelo fùnebre alla carezza acuta. Non lasciai la bocca morduta sinché la saliva non ebbe il sapor della vena. Bevvi a una a una le stille su la bianchezza del petto che i rovi avean flagellato. Vidi nelle aperte pupille uno sguardo più fiso che il ferreo sguardo del Fato. E le labbra nel mio viso non potean più ridere e gli occhi non potean più piangere, o Amore! E conobbi l'attesa nella stanza che s'oscura al giorno che declina; quando la lama tagliente, tratta dalla guaina silenziosamente, è posta nella piega impura del lenzuolo, per la vana vendetta; e sul cuor solo che aspetta sfacendosi in ascolto, e su le mani e sul vólto, su tutte le misere carni, passan gli uomini e i carri, scroscia l'onta della via; e la melancolìa delle cose ha l'odore della veglia notturna tra il cadavere e i ceri; e quel che fu ieri non sarà più, per sempre. Ahimè, non la bianca pruina, non la rugiada tremante, né la scaturigine chiara, né il bosco con l'umido sguardo dell'ombra sotto le verdi sue pàlpebre, né il giovinetto vento con gli anèmoni in bocca, né il fiato dei gelsomini quando a vespro piove su gli orti, né alcuna gelida cosa poteva guarire il mio male; perché maculato io era più profondamente che il nato della pantera. E la fredda e santa corona, ond'io cinto aveva il mio spino promettendolo alla Bellezza, inaridita s'era a foglia a foglia. E l'oscuro giacinto del mio desiderio fioriva ai piedi del Crimine irto. Ma un dio nudrito di fuoco e d'amarezza era in me, che divinamente sentiva i preludii della Notte, e il dolore delle lune in travaglio, e il pianto delle Pleiadi, e il pianto delle Iadi, e il lutto figliale d'Erigone, e in dune deserte la disperanza del mare; e tutte le cose di fiamma in travaglio, ch'erran pei cieli del silenzio dolentemente, e quelle che sono già spente e sembran arder tuttavia; e la melancolìa delle fiumane tortuose ove scorre l'acqua che stilla dalle clessidre del Tempo, cui venenò l'Amore e appesantì la Morte. Ahimè, tra due vènti avversi nata dall'onda marina esule Oceànide, fresca Virtù solitaria, che sai tu del mio male? Non m'odi, se chiamo. Non torci lo sguardo dalla visione che vedi, e ch'io non veggo né mai vedrò. La tua bocca socchiusa è da me più lontana che la perlìfera conca in fondo all'Oceano australe. Eterna sei là, simulando col rotolo tuo dispiegato l'imagine nautica, Euploia, per acerbare la pena del naufrago che ti si volge, per eccitare l'ardore del buon piloto che t'ama; ché necessario è navigare, vivere non è necessario». E stetti quivi giacente ne' miei pensieri a guatarla, in me medesmo sepolto. E più e più biancheggiare il teschio d'arìete vidi, risplendere più di quel vólto. E vidi lì presso nell'ombra la madre affannata col figlio stretto al seno, e l'uomo abbattuto in un sonno cupo d'angoscia; e dall'altra banda lì presso l'ucciso guerriero sul letto, levato ancor la gran coscia nel violento sussulto; e carca del crimine occulto e ancor bagnata dal seme del maschio la femmina in atto di ricuoprire il mozzo capo, sanguinante nel piatto con tal pondo di alto valore che l'ancella èrane curva. E, come il mio sguardo sgomento salì a cercare la coppia degli eroi pùberi, scorsi che l'effigie dell'uno era distrutta dal Tempo irreparabile e l'altro bello era e triste di bellezza e di tristezza gorgónee quasi nato fosse del sangue di Medusa anguicrinita per un destino funesto. Ma tutte quelle errònee forze tra la Morte e la Vita penanti per entro quel turbo, tutte parean cieche al confronto del gesto con cui quell'eroe pensoso reggeva la zona a sostener la medaglia di conio titanico, pronto per conquistar la corona a scagliarsi nella battaglia. E io gli dissi: «Fra tutti i tuoi fratelli sei solo, sei senza il compagno a riscontro, o figlio di Medusa che forse porti per sempre nel centro dell'anima chiusa come in un'ègida ardente il fatale vólto materno. E, se pure discerno l'ombra del tuo pari, ell'è infusa di leteo làtice e oblìa le sue fiere speranze che avean già rostro ed artiglio come aquilette bienni. Ond'io, che divenni solo come te presso un'ombra ferale, vorrei ne' giorni e nell'opre averti compagno; ché troppo è talor cosa dura non poter la man fida porre su l'òmero dell'eguale». E così parlò la paura della solitudine in me per la mia fiacchezza. L'eroe fisso era in ben altra rancura. «Sii solo» rispose egli a me «sii solo della tua specie, e nel tuo cammino sii solo, sii solo nell'ultima altura. Il cuore è il compagno più forte. Tre volte i guerrieri son pari: liberi davanti al dolore, liberi davanti al periglio, liberi davanti alla morte. E ciascuno è pronto a sé stesso, ciascuno a sé stesso è fedele: un arco che ama il suo dardo, un dardo che brama il suo segno, un segno che è sempre lontano. E la libertà è lo squillo d'oro, il clangore che incendia il cielo antelucano.» «Ben so, ben so questo che insegni», io dissi. «Udii già tal sentenza fendermi come spada gli orecchi, nel vento del mare; e il cuor mi balzava nel petto come ai Coribanti dell'Ida per una virtù furibonda e il fegato acerrimo ardeva. Ma oggi il cuore m'aggreva fattura di Circe omicida, di Circe dalle molt'erbe che inganna con voce soave. Battermi tentò con la verga ella e spogliato dell'armi nel solido stabbio serrarmi. Tu l'erba salùbre mi dài, ed eccomi sano alla lotta.» Rividi la concava nave nelle acque di Leucade, il grande piloto eversore di mura tenére nel pugno la scotta. E, in verità, fu quella l'ultima volta che il cuore mi vacillò di fiacchezza e d'ebrezza torbida; quello fu l'ultimo mio smarrimento, e l'ultimo affanno della solitudine verso l'amore; e fu l'ultimo indugio, e l'insegnamento supremo. Onde il mio poter, fatto scemo dalla frode dal dubbio e dal disgusto, risorse in plenitudine nova su l'orlo dei baratri cupi. Oleastri d'Itaca, rupi di Delo divina, cielo della Sistina, luci della mia conoscenza, da voi mi venne sentenza dura per vivere in terra e voi siete i miei luoghi santi. Tutte le colpe e i castighi e le minacce e i vaticinii si oscurarono allora ai miei occhi; e la immane latèbra si fece sonora di quel peane che udito avea nell'isola d'Aiace. E vidi in carne verace le gioventù sovrumane (non tale era Achille sul punto di partirsi da Sciro e Patroclo Actòride prima che agli òmeri suoi rivestisse l'armi funeste?) irraggiare lo spazio con lo splendore d'una nudità che, construtta di ossa di nervi di vene di muscoli e di tutta la potenza carnale, splendeva su l'anima come spirital bellezza grande. Tra la luce d'Omero e l'ombra di Dante pareano vivere e sognare in concordia discorde quei giovini eroi del Pensiero, fra la certezza e il mistero librati, fra l'atto presente e la parola futura. Ciascuno la sua ossatura creato avea dall'interno del suo spirto, artefice ardente del suo simulacro vitale; e dal tarso allo sterno, dal cùbito al ginocchio, dall'occìpite al tallone, dalle vèrtebre alle falangi la compagine era eloquente come uno spirto che parli di sé con un fremito d'ale; sì che il triste pondo animale in verbo mutavasi eterno. Quale fra tutti il migliore? Poggiato la palma sul dado marmoreo, l'uno era assorto in un pensiero sì bello che volgevagli in suso i capegli a guisa di diadema per occupar solo la fronte e farne a sé luogo di luce. Inclito come Polluce, l'altro piegavasi in dietro gridando, quasi a lanciare di là da ogni fine raggiunto un disco di ferro in cui fosse inciso un decreto del Fato. In fiera allegrezza, agitato pareva da pirrica danza l'altro; e col levar delle braccia con l'alterno urto dei piedi con la brevità degli accenti segnava i ritmi veementi dell'anima sua predatrice. E chi, flesso il pòplite, lieve sedea su la gamba sopposta; e chi raccolto, in una sosta dell'ardore, co' piè giunti, con la zona sul capo a guisa di benda, sognava un suo sogno severo; e chi reclinavasi altiero a trar con la destra la zona che fermata area col calcagno mentre incoronarsi del lembo estremo parea con la manca; e chi, piegato su l'anca, col capo riverso nel triplo avvolgimento d'un drappo fremebondo, avea la sembianza del vento Vulturno; e chi, quasi genio notturno, nascosto le mani profuse di soporiferi semi, tenera le pàlpebre chiuse. Ed altri guatava diritto all'ombra del braccio levato in atto d'opporre difesa a erculeo colpo di clava; altri dall'alto guatava obliquo con crude pupille come avverso ricca rapina, contratto i muscoli al balzo, quasi leopardo che sia per frangere tergo di toro. E tutto pareva sonoro dell'alto peane lo spazio, però che in ogni atto dei corpi si rivelasse una fiamma di volontà e d'ardire qual sola proruppe, toccando a sommo dell'etra gli dèi, dalle battaglie sacre ch'eran primavere cruente d'un popolo nato a fiorire il fiore de' suoi Propilèi. Ma qual fra gli eroi fu l'eletto della tua speranza, o rinata anima mia? Qual più ti piacque? Qual tu volesti assemprare nel vittorioso avvenire? Quello che ti parve fra tutti il più libero, cinto di libertà come d'un serto diàfano, per aver vinto. Quello che ti parve fra tutti il più sereno, sospeso in serenità d'oro, certo qual dio, per avere compreso. Instrutto ma non leso dalla vita, bello e gagliardo, poggiato il cùbito destro sul festone silvestro e sul ginocchio la mano, ei guarda con limpido sguardo il compagno oppresso dal peso, il forte che ancor non s'affranca. Sotto di lui sta, quasi mole di granito e d'umo fecondo, con le gambe conserte assiso il titanico veglio che sembra l'antico parente di quella forza novella. Quali comprime parole nella vasta mascella barbata il veglio con essa la sua mano venata di duro aratore che seppe entrar profondo col dente nel grembo d'una terra inerte e strapparle sacra promessa d'abondanza per la sua prole? E le due donne sole, che stannogli quivi alle spalle, perché sono tristi? Rimpianto le tiene dell'esule prole che nudrirono alternamente nella cuna della sua valle? Io vidi in quel veglio lo spirto del mio suolo natale, il generator venerando della mia sostanza più forte, il testimone solenne della mia fatica vitale, il giudice e il custode futuro della mia morte. «Uomo» dissi a me «la melode che ti pregò buona la sorte nella cuna di rovere tu non obliare giammai; ché in ella è un indomito nerbo. Forse su quelle povere note un giorno tu comporrai l'inno tuo più superbo; quando, sopra il vinto dolore assiso come il sereno eroe che nell'alto contempli, cantar tu potrai dal tuo pieno petto i tuoi dii ne' tuoi templi.» XVIII. Or giunto è quel giorno per l'uomo audace e paziente, che vinse il dolore e il disgusto e la stanchezza e sé stesso. È giunto il giorno promesso. O solstizio d'estate! La man ritrovò, come nido nel cavo del tronco vetusto, le ricchezze della sua gente; e come le uova lasciate si raccolgono, ella raccolse il retaggio della sua gente; e non s'udì muovere ala né pigolare nel nido ma tutto era luce calore odor di glebe odor d'erbe fragranza di miele selvaggio e fremito di biade già fulvide nella pianura. O solstizio d'estate, annunzio della mietitura! Per vincere il dolore, io lo cercai dovunque, senza tregua; e spezzato me l'ebbi a frusto a frusto. Per vincere il disgusto, respirai l'aria infetta, il fetore del fiato plebeo, l'afa della carogna, il lezzo della fogna, la peste della cloaca, il rutto della mala ebrezza. Per vincere la stanchezza, volli cose più pesanti da portare in sentieri più difficili e costrinsi le mie pàlpebre e i miei pensieri a più lunga vigilia. Per esser solo a me davanti, come chi sogna o s'esilia, camminai nel deserto delle moltitudini ansanti. Camminai per entro la folta materia delle agonie e delle resurrezioni, misurandola in silenzio col battito del mio sangue aumentato come nell'estro furiale dei ditirambi. Credetti vedere tra lampi l'aspetto terrestro di Dionìso effrenato, la mostruosa faccia d'un dio pandèmio agitato da una innumerevole danza per un rito impuro e cruento. Sentii tornare nel vento l'antico delirio d'Astarte nel dì d'Adonài germogliante quando i quadrivii e le piazze sanguinavan di stupri sacri e la città era tutta una prostituta schiumante. O Strada, adito orrendo ove apparir deve il dio Ignoto, ampia sì che con quattro quadrighe di fronte vi possa procedere un novo Trionfo latino, angusta tòrtile e sozza come budello bovino, ardente qual fiume di lava, umida qual catacomba, frequente qual molo d'approdo, deserta qual vacua tomba, piena di silenzii e di gridi, tetra e folle, fùnebre e vana, non mai così bella io ti vidi come allor che udendo la voce della rivolta lontana guardai fiso il tuo sbocco irto di baionette, l'occlusa tua tragica foce all'émpito delle vendette. Io ho portati i tuoi furori, caricato mi sono delle tue doglie, ingombrato dei tuoi lutti e dei tuoi misfatti. Intera nel cor tu mi fosti con le moltitudini cieche con l'enormità dei clamori con la veemenza degli atti. Lo spirito del tumulto passava sferzando la faccia come la raffica pregna di fortore salino. Occhi bianchi in teste riverse e dentature mordaci brillavano come le schiume nascenti del maricino. Un che d'aspro, un che di ferino e di primaverile e di volubile era nell'aria. D'acuto lucea riso ostile l'ilarità sanguinaria. Con òmero pugno e ginocchio innanzi spignea la carcassa della sua fame allegra, più forte, sempre più forte, come la ciurma che vara la barca giù per la sabbia del lido e spignendo la negra carena dà grido concorde. Dalie gole rauche un selvaggio canto rompea tra i palagi senZa echi, e le ingiurie gli eran compagnia di strumenti con sibilo di rotte corde, gli eran segnal di ripresa il precipitar dei cristalli argentino al colpo del sasso, il rimbombar dei battenti urtati su le chiuse porte; e il canto avea fatto lega col sepolcro, avea fatto patto di fèlicità con la morte. E io vidi allor sul crocicchio l'edificator di bordelli, figliuolo di non marzia lupa, satollo di vituperio, che s'era estrutto alto luogo quivi a tener sue concioni; vidi il gran demagogo, nomato con nomi di gloria Prevaricator sin dal ventre e Sacco di saggezza escrementizia e Frogia mocciosa della vacca Onta, sedare il clamore col gesto per iscagliar suo verbo contro a chiunque s'inalzi e contro a tutti gli alti monti e contro a tutti i colli ingenti e contro a ogni torre eccelsa e contro a ogni muro forte e contro a tutti i bei disegni e contro a tutti i buoni odori. Ed errava nelle parole come l'ubriaco di notte va nel suo vomito errando. In luogo di buoni odori vi sarà la sanie concreta, e in luogo di bella cintura cordella di sparto, e vittuaglia spartita in luogo di vana bellezza. E una ventrosa menzogna sarà posta in luogo di queste vesciche che abbiamo fendute, per nostro ricetto. E tu, sterile Plebe che non partorivi, concepirai pula e partorirai loppa. E i cieli si ripiegheranno come non più letto volume su la terra beata di fecondità strapossente. O quanto era bello su la bigoncia il torace del bertone, angelo di bene e messagger di salute, che dicea: «La Canaglia succede all'Uomo per sempre e in pace amministra le grasce!». O quanto era bella intorno all'imperatoria pinguedine del suo collo stillante incliti sudori la porpora della corvatta! Egli era la sanie coatta in forma di vafro macaco nascosto nei panni il verdiccio pelo e le chiappe callute. E le vociatrici boccute l'adoravano. Dal capo alle piante con gli avidi occhi elle parean tutto succiarlo quasi ei fosse tutto priàpo. Ma, quando l'umano ingombro riprese il cammino verso la muraglia equestre irta di lame e di lance che laggiù l'attendea, (la pioggia recente avea sparso per le vie l'odore terrestre, calando il sole accecato tra nuvole e cupole d'atro piombo gonfio ed immoto) un che di sacro e d'ignoto sorse da quell'immenso miserabile corpo in balìa del delirio vespertino, le cui mille e mille facce divampate parean da una fumida gloria. E pietà mi prese di lui che camminava ignaro nell'eterna sua debolezza come nella vittoria. Uomini fetidi e robusti, altri smorti e scarni e curvi, combusti dal calore dei forni e delle caldaie infernali, inverditi dai sali del rame, inazzurrati dall'indaco, arrossati dalle conce delle pelli, inviscati dai grumi e dai carnicci dei macelli, corrosi dagli acidi, morsi dal fosforo, fatti ciechi dalle polveri e dai fumi, fatti sordi dai fischi del vapore dilaceranti o dai tuoni iterati dei martelli giganti, dai fragori e dagli stridori di tutto il ferro attrito, venian del lavoro fornito. Foschi di carboni, bianchi di farine, con lorde le mani d'argille o d'inchiostri di sevi o di nitri, con pregne le vesti di tabacchi o di droghe di farmachi o di tòschi, venian delle fucine, venian degli opificii, venian delle fabbriche in opra, dei fondachi, delle fornaci, di tutti i supplicii e i servaggi, con su i vólti selvaggi impresse le impronte tenaci della materia bruta cui li asserviva il travaglio. Ed ecco era divenuta la lor pena diversa una sola rabbia, conversa a sollevare un sol maglio. E la volontà di morte cessò dal grido e dal canto: subitamente si fece taciturna e compatta dinanzi alla muraglia equestre che l'attendea. S'udiva tintinnire l'acciaro nella bocca degli inquieti cavalli, ansar nei petti inermi s'udiva la forza plebea. Gli squilli, gli urli, il galoppo, il turbine duro che passa, la vendemmia sotto l'ugne ferrate, le carni calpeste, i cranii fenduti, i cervelli sgorganti, l'orror consueto della rivolta disfatta e rotta su le pietre grige; ma tra il sangue un'ala ch'è intatta, una fiamma che vige l'idea. Quale? L'antica, l'eterna, ch'ebbe nei crepuscoli fulvi dei secoli tante ecatombi di ribelli invano rinati dal carnaio delle lor fosse. Quella che disse: «Vesti i lombi degli schiavi, o sacra Giustizia, perché i prigioni del prode sien tolti e le prede del possente sieno riscosse». Nel crepuscolo fulvo nasceva il delirio. La cieca demenza guidò la cresciuta miriade non più inerme agli abbattimenti e agli incendii, sott'esso il chiarore sublime che ferìa le pile dei ponti, gli archi di trionfo, le fronti dei templi su le colonne superstiti, gli anfiteatri titanii, l'erculee terme. Le fauci belluine della Folla s'erano aperte dismisuratamente per divorar la possa della Città trionfale, della tirannica madre con tutte le sue opulenze ed abominazioni. Come il fiume contra i piloni di granito, fra la distretta degli argini, sotto la bassa nuvola melmoso, la massa carnale rigurgitava schiumava in capo d'ogni strada, e alla libidine atroce ogni strada era suburra. Valanghe d'ombra azzurra si precipitavan dal cielo, ché l'ombra parea più veloce nel vespero violento. Le torce ruggirono al vento. E da presso e da lungi io udiva il clamore, io udiva gli ululi e i lagni orribili della gran doglia nella Città millenaria. E il clamore era come di femmina partoriente che si torca in spasimo grande e morda la verde sua bava e dia del capo e dei pugni nelle mura e invochi soccorso alla doglia sua, vanamente, negli orrori suoi solitaria. E dissi: «Ah quanto ti torci, misera, e quanta fai bava di vituperii e d'ire nelle tue mascelle di ferro! Ma dato non t'è partorire se non l'aborto cionco e monco, l'acèfalo mostro che ha il tronco di ciuco e la coda di verro. Ah chi almeno un giorno saprà sollevar la tua fronte chiomata di crin leonino verso la bellezza d'una vita semplice e grande? Chi ti trarrà dalle lande della morte verso il bel monte delle sorgenti ove il destino delle stirpi s'immerge e si rinnovella? Un eroe forse ti verrà che ferrare saprà de' suoi duri pensieri la rapidità de' tuoi atti, come s'inchiodano i ferri all'ugne degli acri corsieri, di là dagli antichi riscatti». Afflitto io non dissi a me stesso: «I giorni saran prolungati e ogni visione è perita». Ma sì bene: «I giorni e la fiamma d'ogni libertà son da presso». E dal giorno di poi l'ora santa d'Eleusi fu pallida nella memoria dinanzi all'ora del pane. La spica mietuta in silenzio nella mistica ombra mi parve men pura che il pane addentato dall'avidità della fame. O mattino di primavera su la via lavata dall'acqua del cielo! Garrire e brillare di rondini nell'umidore argentino! Odor dell'eterno frumento, dell'aurea crosta rotonda, della mollica soffice occhiuta e leggera! Selvaggio sguardo materno verso il divino alimento! Strida del pargolo fioche per l'aderir della lingua al palato nell'alidore! Le turbe assalivano i forni con l'avidità della fame. Abbattevan le porte, abbrancavano il pane ancor caldo gonfio cricchiante. Traevan sul lastrico i sacchi della bianca farina, del biondo cruschello; e le donne se n'empievano il grembo prendendone col cavo delle palme fatto capace dalla bramosia come staio. E subitamente un gaio fervore invase le turbe. E gli uomini forti, i fanciulli, le madri, le vergini, i vecchi, tutti ridean con umidi occhi; e tutti i denti parean puri nelle bocche affamate che masticavano il dono della Terra nato nei solchi. E un sapor religioso era certo in quel pane che tal sacra ebrezza recava, come nel primissimo pane che intriso fu, cotto e mangiato dal colono poi che Demetra di cerulo peplo gli diede l'ammaestramento immortale. E io dissi: «L'uomo è l'eguale dell'uomo dinanzi alla spica mietuta in silenzio o con canti. E questa è la sola eguaglianza, questo il gran diritto terrestre che inscritto sta nella zolla». E parvemi, sopra la folla sazia di pane recente carica di pura farina, intraveder la divina benignità sorridente della Dea che è cittadina per la sua corona murale. E un'altra ora fu larga alla mia speranza; e fu l'ora notturna della mia Musa quando apparve in veste sanguigna alla moltitudine chiusa nell'anfiteatro profondo che fremea di fremito immane. Quivi rotto fu l'altro pane: fu dato all'unanime cuore il bene che supera tutti, il cibo più dolce dei frutti nati di radice terrena, il rapido oblìo della pena assidua e del duro bisogno, il nepente del sogno che svela nel lume d'un astro novello il prodigio del mondo: quando il buono Eroe biondo, che tenne la spada e il timone l'ascia la marra e il vincastro, rivisse nell'alta canzone. Anima mia, tu provasti l'avversità d'ogni vento e d'ogni vento la gioia, tutte le figure segrete conoscesti tu dell'abisso marino da poppa e da prora. Ma quale dei soffii più vasti ti sollevò come quello spirante dal vólto in te fisso? e quale figura d'abisso ti parve misteriosa come quella che ti guatava e parea farsi cava alla voce tua ripercossa? Entrar sentimmo una possa ignota in noi, crescere un'ala terribile al nostro ardimento, un'ansia d'interno titano sforzare l'angustia nostra, distruggere l'impedimento della corporea chiostra. E la materia sacra della stirpe, l'imperitura sostanza progenitrice dei sangui, l'originaria virtù della gente era innanzi a noi affocata come il masso del ferro che posto sarà su l'incude. E noi con le man nude l'afferrammo delirando come chi è pieno del dio e travede nel fuoco informe l'imagine che trarre ei deve alla vista di tutti. L'afferrammo e, instrutti dal dio, la foggiammo rovente, e traemmo il gran simulacro dell'Eroe disparito. E tu vedesti dal sacro tuo fuoco, o italica gente, nascere il novello tuo mito. Bellezza dei miti novelli non anche nata! Divine trasfigurazioni delle forze operanti nella profondità segreta della stirpe dominatrice! Fiammei fiori della radice innumerevole che abbraccia la sua terra con fibre inespugnabili! Supreme testimonianze d'un sangue animoso! Gli olivi che fioriscono a specchio del Mediterraneo Mare ancor vedranno fumare i roghi accesi ai numi indìgeti e udranno il peana, quando restituita su l'acque sarà la più grande cosa che mai videro gli occhi del Sole: la Pace Romana. XIX. Certo, una inattesa bellezza balenar talora mi parve nella chimerosa figura del popolo unanime intenta; e l'ingluvie sua flatulenta e il vociar suo forsennato e l'enormità del suo dosso, la caudale giuntura delle sue mille e mille vertebre che traversa, come fólgore, l'insano sussulto; e il Pànico, l'occulto suo dio che gli schiaccia la coglia; e la sua furia e la sua doglia e la sua miseria infinita, tra le inesorabili mura, mi diedero fremiti avversi. E talor discopersi in alcun vólto infoscato dalla filiggine o adusto l'armonia del bronzo vetusto. Ma, dopo, il Deserto di sabbia inospite fu la mia gioia sublime, fu il mio rapimento. E tedio mi prese del verde albero, e il solco del novo grano mi fu a noia per la memoria dell'uomo; e ogni vestigio di piede umano mi parve lordura. E l'immensa aridità pura del Deserto senza vie e senza òasi, il suo fiore ineffabile che illude la sete nudrito di brace, le sue mammelle nude e sterili che fanno di bassura in bassura ombre d'inganno, il muto tremar del suo vento focace quasi battito di febbre, furono il mio rapimento. E la luce m'entrò pei pori della pelle, m'impregnò d'oro le vene le ossa e le midolle, mi fece il cuore lucente come il quarzo e lo schisto. E ogni umor tristo fu inaridito, riarsa ogni sovrabbondanza molle, ogni pesantezza alleggiata, ogni ingombro distrutto. E nel mio corpo asciutto la felicità del mio spirto fu più agile che fiamma appresa ad arbusto di mirto. E tutti i miei pensieri furon come corde di cetra aridi; e le volontà belle sonarono in me constrette come le aguzze asticelle dei dardi a quattro alette suonano nella faretra. E la mia coscia nervosa aderì così forte al fianco del mio caval sauro ch'io divenni il mostro biforme, lo snello centauro d'ugne senza ferro, di levità senza orme. E ne' miei occhi umani sentii la bellezza dei grandi ardenti umidi occhi inumani del corsiere d'Arabia che parea sangue di pardo. Ed ebbi così nel mio sguardo l'inconsapevolezza della purità bestiale, in me ebbi tutto il Deserto. E, scendendo in corsa le dune verso la bassura fallace d'aereo incantamento, correre credetti alla Nube materna vestito di vento. Delirio dei profeti saziàti di locuste e beveràti con l'acqua lotosa dell'otre sozzo, visione di dolore e d'orrore innanzi alla Morte, il mio delirio fu più forte, la mia visione più bella. Dov'era il dio di procella che seccò il mare, le acque del grande abisso? che ridusse le profondità del mare in un cammino di fuoco per i dromedarii di Efa e per i cammelli di Seba carichi del suo incenso? Quivi, nel fuoco immenso, non era alcun che gridasse per la giustizia né alcuno che per la verità facesse lite e contesa e digiuno. Fin l'ossa dei dromedarii su la sabbia eran più monde di tal giustizia e più pure di tal verità, sotto il Sole. E non v'eran parole se non quelle del vento incorruttibile, che è il Messo della Libertà per i prodi e per i solitarii, quivi. E il vento dicea: «Tu che vivi, guarda il mio palpito incessante d'amore su i corpi che foggio! Il Mar glauco, il Deserto roggio io li travaglio d'amore indefesso e li trasfiguro in bellezza infinita che una pare e sempre disvaria. O Vita! Non odi nell'aria clangor delle mie mille trombe? Or ora laggiù seppellita ho la Sfinge presso le tombe». Seppellita ho anch'io la mia Sfinge co' suoi enigmi nodosi, e seppelliti anco gli avelli con la lor putredine inclusa. Risa di fanciulli, effusa gioia puerile, croscianti risa d'innocenza selvaggia furono l'inno funerale alla covatrice di tombe, risa volubili come avvolgimenti d'aura, roche di troppa allegrezza talora come i canti delle colombe, come i murmuri dei ruscelli. Volontà, Vittoria senz'ale in me ferma sempre! Nudrita di rai, Voluttà, calda e ascosa come sotto il pampino l'uva! Orgoglio, uccisor dispietato! Istinto, fratello del Fato, dio certo nel tempio carnale! Volontà, Voluttà, Orgoglio, Istinto, quadriga imperiale mi foste, quattro falerati corsieri, prima di trasfigurarvi in deità operose come le Stagioni, che fanno le danze lor circolari e compagne son delle Grazie e delle Parche in ricondurre Prosèrpina ai giorni sereni: quadriga che con freni difficili resse l'auriga, con rèdini tese nei pugni ove serpeggiava la fiamma del sangue sagliente pei fermi cùbiti ai bicìpiti duri: quadriga negli Atti più puri coniata come l'antica nel rovescio del tetradramma, segno di potenza ai futuri. Con quanto ardimento trapassammo i termini d'ogni saggezza e corremmo su l'orlo dei precipizii, lungh'essi gli alti argini delle fiumane vorticose, in vista del duplice abisso pel crinale aguzzo dei monti ove la vertigine afferra subitamente colui che crede al pericolo, e senza scampo lo sbatte sul sasso, gli spezza la nuca e la schiena! O ebrietà d'ogni vena, occhio gelido e chiaro nella faccia ardente! A levante, a ponente, per ovunque guardai quell'adamàntina cima del rischio, e sempre mi chiesi: «Ove debbo ancóra salire?». Ma il meridiano delirio nel Deserto l'oblìo d'ogni cima più perigliosa mi diede e d'ogni demenza più lucida e d'ogni divieto abbattuto. E l'alta quadriga e lo sforzo dei freni e la chiara audacia e la lunga esperienza dei mali e la gioia immite del rischio, tutta l'opra d'odio e d'amore dietro di me sparve, fu come sabbia ventosa, fu nulla. E l'anima mia dalla culla dell'eternità parve alzata in quell'ora, con l'innocenza dell'elemento, nova e pur compiuta da un'arte più fiera che qualsìa nostr'arte. E corsero a lei d'ogni parte moltitudini di bellezze. Ed ella taceva, profonda del suo più profondo silenzio. Ma parole erano dette in lei, alla gran luce del mezzodì, chiare parole che non pur nel già fatto vespero furon mormorate mai dal timor delle labbra né mai nel mistero notturno. E il suo coraggio taciturno le suggeva cupidamente come il fanciullo vorace che sugge gli acini gonfii di miel solare e inghiotte la pelle che il sol fece d'oro e trita i fiòcini e il raspo, ché tutto gli piace. E quel ch'è angoscia spavento miseria tra gli uomini, quello le si trasmutò pel Deserto in felicità senza nome. Felicità, non ti cercai; ché soltanto cercai me stesso, me stesso e la terra lontana. Ma nell'ora meridiana tu venisti a me d'improvviso, coi piedi scalzi e col viso velato d'un velo tessuto di quei fili che talora brillano impalpabili all'aere opere d'aeree fusa. Ed ecco tu torni! E la Musa t'ode mentre tu t'avvicini, se bene i tuoi piedi sien più delicati del guaime che nasce nei prati dopo la falce, più tenui delle prime foglie che spuntan nel salce, e più lievi sieno i tuoi passi che scorrer di talpa sotterra o di lucertola in sassi. Tu torni e tu tornerai, come l'aura intermessa che manca perché va più lungi, forse sopra un letto di musco, forse in una tremula stanza di capelvenere, forse dietro una cortina rosata di madreselva, a vestirsi di freschezza novella da recare a colui che l'ama. Il mio cor non ti chiama né ti attende. Tu repentina entri e mi guardi con occhi negri d'un negrore velluto come quel degli occhi onde occhiuto è il fior della fava nel mese di marzo tra pioggia e chiarìa. E tu m'assempri l'iddia parrasia, Carmenta dai lunghi riccioli, che portava ghirlande di foglie di fava. Tu sei visibile, tu hai la specie divina e selvaggia, il primo odore del campo di marzo, i denti di brina. Ti guardo; e la prima peluria della mandorla nova è men dolce della tua guancia. Ti guardo; e le tue dita chiuse son come lo spicanardo che chiuso è in mazzi pei forzieri colmi di nivei lenzuoli; e i petali dei giaggiuoli nel piegarsi non han la grazia de' tuoi capelli che piega su le tue tempie il favonio; e come il nido alcionio che palpita a fiore del sale col palpito lento e infinito di tutto il mare placato, e il tuo sen verginale mosso dal profondo tuo fiato. Di cose fugaci e segrete sei fatta, di silenzii e di murmuri, lieve come i frutti piumosi della viorna, come le lane del cardo argentino, o Felicità del cor prode. Ed ecco tu torni a me! T'ode la Musa; e il suo vólto divino nel volgersi ti rassomiglia, se non che tra le ciglia sembra ell'abbia il fiore del lino ma in vero è il colore marino che rimasto è per sempre nel suo sguardo amico dei flutti. Che ci porti? Quali bei frutti di paradiso insulare per invogliarci a largare novamente le vele umide ancor di tempesta? Che ascondi nella tua vesta? Noi abbiamo un canto novello perché tu l'oda, questo grande Inno che edificar ci piacque a simiglianza d'un tempio quadrato cui demmo per ogni lato cento argute colonne tutto aperto ai vènti salmastri. Ai raggi del sole e degli astri notturni l'artefice insonne operò con puro fervore, quasi fosse questa l'estrema opera di sé morituro, il monumento al suo spirto liberato e liberatore. Ei le materie sonore con ìmpari numero, oscuro e inimitabile, vinse. Le sette Pleiadi ardenti e le tre Càriti leni, le stelle dell'Orsa e le Parche, in rapido giro costrinse. Tre volte sette: la strofe qual triplicata sampogna di canne ineguali risuona con l'arte di Pan meriggiante. Io tagliai le canne lungh'essi i fiumi, sovr'esse le fonti frigide, nel loto febbroso delle paludi, sul ciglio dei botri, nelle ruine delle città venerande. Per giugnerle insieme, la cera separai dal nettare flavo con la mia bocca ingorda ma non sì che non rimanesse nella masticata sostanza l'odor del cefisio narcisso. Trassi il refe da una sagena logora per lungo esplorare i fondi pescosi, ancor lorda di scaglie, pregna di salso, esperta del tacito abisso. Il Dèmone dai mille nomi, il vagabondo Orgiaste, il Dio circolare, il Maestro delle visioni, l'Amico dei suoni, Colui che conduce la melodìa del Tutto, m'insegnò quest'arte nascosta. Ebbi acuto l'orecchio al rombo del ponto remoto, allo sciame lene strepente, al vado pulsare del sangue, ai movimenti segreti dell'anima vigile, a ogni dimanda, a ogni risposta. Il suono si fece acque foglie glebe rupi nuvole marmi, scroscio di doglienza, sorriso di pace, grido di brama, combattimento ordinato, danza revoluta, solenne coro, sicìnnide incomposta. Ah, che mai sanno gli schiavi faticosi intenti a mestare con lor mestole ed assi ne' vecchi truoghi di pietra consunta lor polte ed imbratti, come i ciechi servi di Scizia posti in buon ordine ai vasi della mungitura, or che sanno eglino della potenza e dello splendore dei suoni? O parole, mitica forza della stirpe fertile in opre e acerrima in armi, per entro alle fortune degli evi fermata in sillabe eterne; parole, corrotte da labbra pestilenti d'ulceri tetre, ammollite dalla balbuzie senile, o italici segni, rivendicarvi io seppi nella vostra vergine gloria! Io vi trassi con mano casta e robusta dal gorgo della prima origine, fresche come le corolle del mare contràttili che il novo lume indicibilmente colora. Io vi disposi nei modi dell'arte così che la vita vostra rivelò le segrete radici, le innùmere fibre che legano tutta la stirpe alla Natura sonora. Io feci apparire tra l'una e l'altra sillaba i mille vólti del Passato tremendi come sembianze di morti che un'anima sùbita inondi. Io dal vostro cozzo faville sprigionai, baleni d'amore che illuminarono l'ombra del Futuro pregna di mondi. Splendete e sonate, o parole, in questo Inno che è il vasto preludio del mio novo canto. Converse io v'ho novamente in sostanza umana, in viva polpa, in carne della mia carne, in vene di sangue e di pianto. Splendete come l'aurora su l'alpe nutrice di fiumi, onde scese al suo messaggero Euretria la Decima Musa. Risonate come le trombe del vento che avea seppellito laggiù nelle sabbie di fuoco l'ancìpite Sfinge camusa. Ma, prima che l'ora sia chiusa, io voglio al Maestro sublime alzare il saluto figliale; poi, colcato sopra la terra munifica, gli ultimi vóti volgere alla Madre immortale. XX. Enotrio, in memoria dell'ora santa che versò d'improvviso il fuoco pugnace de' tuoi spirti su la mia puerizia imbelle, alle tue prime cune io peregrinai santamente. E purificai le mie mani nelle acque alpestri che, irose contra macigni superbi più che marmi di simulacri, schiumeggiano presso la casa umile dove nascesti, sorelle della corrente Strophia dinanzi la porta del re d'inni Pindaro in Tebe. Duro è il Teumesso, e il suo sprone è come ginocchio proteso d'oplìte in resistere all'urto. Ma il tuo Monte Gàbberi è duro più del Teumesso, o mio padre; è come un elmetto d'eroe. Ha forma d'aulòpide, cara a Pallade e a Pericle, il monte, con la visiera e il nasale. E l'aspra virtude apuana sembra guatar per i fóri le navi sul mar di Liguria e noverare le forze dell'arsenà che travaglia il patrio ferro dell'Elba dietro il promontorio lunense. Certo nell'infanzia selvaggia ei t'apprese il crudo cipiglio onde tu guatasti i Bonturi e i Fucci e i ladruncoli immondi e l'altra genìa per le terre che il vicin tuo grande esulato stampò di suoi fiammei vestigi. Ma l'alpe di Mommio ha una vesta di glauco pallore, e la Culla sta con Montéggioli bianca sopra un dolce golfo d'ulivi. Sicché nel cor mi sovvenne della sacra Fòcide, e il Plisto nel lapidoso Motrone riveder mi parve, e spirare sentii per le alture e le valli il soffio dell'Ellade, il nume di Pan nei vocali canneti presente, che ancóra conduce pe' tempi il Ritorno eternale. Sostai nella selva palladia attonito, e il ciel tra le frondi era come il vergine sguardo dell'occhicèrula Atena. E quivi sedetti su l'erba a meditare, o Maestro, il fato del tuo nascimento. E tu eri meco placato nella tua divina vecchiezza; e la santità degli ulivi ti coronava d'immensa corona la fronte sublime: E io dissi: «Padre, il tuo grande aspetto è come la terra natale, tra l'Alpe di Luni ove il Buonarroto ancor rugge e il Tirreno Mar navigato dalle prue dei Mille in eterno. Prometèa materia è quest'alpe, insonne altitudine alata, carne delle statue chiare, forza delle colonne, gloria dei templi, inno senza favella, sculta rupe che s'infutura. L'aquila batte le penne sul vertice aguzzo, il torrente precipita al piè con fragore. Da tutte le vene profonde una volontà di bellezza eroica s'agita e soffre per sorgere in luce di forme. O padre, qui son le tue cune che Michelangelo seppe. Degna è quest'alpe che gli occhi tuoi di fanciul torvo guardata l'abbiano quando la dolce tua madre era ignara del tanto peso ch'ella avea sostenuto e non ascoltava il torrente sonoro annunciar le tue sorti, onde l'umil casa ancor trema. Degna è che tu la contempli nella tua sera solenne, o eroe che tanto pugnasti e tanta sementa spargesti nei campi di guerra fenduti dall'unco tuo vomere fatto con l'acciaio delle me scuri. Se un luogo v'è dove tu possa grandemente spandere il fiato del tuo coraggio ancor caldo dalla titanica impresa, ben questo è, che un dio formò quando tutti gli iddii erano ellèni. Qui forse tagliasti la prima canna pel sufolo vano e v'apristi i sette suoi fóri, tu che sai perché Pan facesse obliqui i calami eterni e diritti Pallade Atena. Or, se tu spiri il tuo vasto soffio nella bùccina forte che tra l'ignavia dei servi chiamò i guerrieri festanti alla suprema tua giostra, da tutti gli echi dei monti che il castigatore grifagno vide fiammeggiare nel cielo dell'ire sue conflagrato vermigli come se di foco usciti fossero e fece d'essi le meschite infernali da tutti gli echi dei monti sola ti sarà ripercossa voce di vittoria e di gloria». Questo dal cor m'ebbi fervore nel puro silenzio dell'alpe. E dal ferreo Gàbberi al Ronco roseo di grecchia, dai boschi di Mommio argentei di pace ai rugginosi gironi della Ceràgiola ardente, il tuo spirto ovunque diffuso era nell'etrusca Versilia; e conveniva con Dante in Val di Magra, con Guido a Sarzana, con l'Ariosto di là dalla Pania su l'aspra Turrite, più lungi. E per tua virtude risorsero quivi gli antichi iddii della patria, risorsero su le ruine delle città disparite i popoli spenti a cantare le divine origini e i culti degli avi e la forza dell'armi. E come Erme, come Vergilio, come il vicino tuo grande, eri mediator fra due mondi. Enotrio, ora e sempre laudato sii tu fra gli uomini in terra, perché veruna dell'alte opere che tu operasti eguaglia in altezza il tuo spirto, presente ovunque un servaggio si scuota, un'augusta memoria risorga, una giusta potenza si vendichi, un sogno lampeggi, un desìo s'armi e combatta. Enotrio, ora e sempre laudato sii tu fra la gente latina, perché tu superstite regio del gentil sangue, tu vate solare contra il nubiloso barbarico ingombro esaltasti le marmoree fronti degli Archi di Trionfo sacre all'Azzurro. Enotrio, ora e sempre laudato sii tu fra l'italica gente, e col lauro gianicolense col cipresso del Palatino col gattice d'Arno col salce lombardo con le viole liguri con le pestàne rose con le sicule palme, con tutte le nobili frondi e con tutti i fiori soavi dei campi espèrii ghirlande di gloria ti sieno tessute dalla giovinezza robusta, perché tu solo, mentre in ogni capo di strada era alzato letto fornicario o pur banco di baratto o pur falso altare ad officii di vituperio, tu sol ci serbasti nell'ampio tuo petto il fuoco di Roma per la terza vita d'Italia. O padre, verrà quel gran giorno che ci promise il tuo canto! Ad ogni alba gli Archi dell'Urbe sembrano vomire la notte accidiosa che rempie i loro vani come le bocche delle cave maschere inerti cui sospese il vecchio tragedo per vóto a Diòniso muto. Subitamente per entro i loro vani sembra che parli la magnificenza del giorno geniale, con la concisa forza delle inscritte parole più fiera su i cuori virili che getto di bronzo, più acre che punta di stilo rovente. E gli Archi, ecco, aspettano i nuovi trionfi, perché tu cantasti: «O Italia, o Roma! quel giorno tonerà il cielo sul Fòro». Tonerà il cielo sul Fòro liberato d'ogni congerie vile, d'ogni cenere e polve, restituito per sempre nella maestà de' suoi segni; e dal fonte pio di Giuturna scoppieranno le acque lustrali, e da ogni luogo arido vene di acque, e torrenti di vita nelle solitudini prone dell'Agro, nell'imperiale deserto, da tutte le tombe; e tutte le vèrtebre fosche degli acquedotti saranno Archi di Trionfo per mille Volontà erette su carri; e la croce del Galileo di rosse chiome gittata sarà nelle oscure favisse del Campidoglio, e finito nel mondo il suo regno per sempre. E quella sua vergine madre, vestita di cupa doglianza, solcata di lacrime il vólto, trafitta il cuore da spade immote con l'else deserte, si dissolverà come nube innanzi alla Dea ritornante dal florido mare onde nacque pura come il fiore salino portata dai zèfiri carchi di pòlline e di melodìa là dove l'antico suo figlio approdò coi fati di Roma e disse: «Qui è la patria». Tonerà il cielo sul Fòro. I grandi Pensieri e le grandi Opere saran coronati, deità novelle, nell'Urbe. Ed anche tu, vate solare, assunto sarai nel concilio dei numi indìgeti, o Enotrio. XXI. Ecco, il mio carme si chiude. Si placa l'ebrezza dei suoni, come la sonora dei flutti danza innumerabile quando è senza bava di vento il mare che lento s'imbianca e per tutto è placida albàsia. Ecco, venir veggo pel prato dell'erba il selvaggio silenzio, a me venire qual cauto satiro su piede caprino con occhi sì chiari che sembra lùcergli tra i cigli tremore qual di linfe tra colocasia. Ei fece pur ieri il suo flauto secondo la norma del dio tegèo, ma del pollice soffre per una scheggetta di canna che vi s'infisse... Ah, mi manda Teocrito questo silenzio! O forse la ninfa parrasia? È il solstizio d'oro su i campi esperii, è il solstizio d'estate. Si càstrino i bianchi vitelli. Si tóndano i greggi lanuti. Si mietano gli orzi e i legumi. S'apparecchi l'aia e, conciata con pula e con morchia, si rasi. Non più pe' forami de' fiari s'ode rimbombevole coro ma a pena sottil mormorio, segno che l'arnie son piene, colme son di nettare biondo. Noi le voteremo domani all'alba, in mondissimi vasi. Piedi due fa l'ombra dell'uomo nell'ora sesta. Oh lunghezza del dì per oprare e oziare! Fa ventidue nella prima ora e nell'undecima. Oh grandi opere tra l'albe e i meriggi, ozii tra i meriggi e gli occasi! Natura, mia Madre immortale che anche tu mi dài vita breve e immensi disegni mi poni nel cuore, tu nata la prima, di te medesima nata, a tutti comune ma sola incomunicabile, m'odi. Io sì grave di sapienza e di esperienza, di gioia e di dolore, di amore e di odio, se in te mi distenda, ritorno leggero ed ignaro, mi sento pieghevole e verde quasi arbusto privo di nodi. Eccomi su l'erba supino, col braccio sotto la testa, col vólto nell'ombra, coi piedi nel sole. Così mi riposo. Un sangue infantile m'inonda. Sento un fresco sonno venire. Tu proteggi il sonno dei prodi. Io vidi Zagrèo, che i Titani co' vólti coperti d'argilla entrati nell'antro segreto sgozzarono e poi crudelmente dilacerarono, io vidi su l'erba il rinato Zagrèo al soglio del bosco dormire. Non vidi mai sonno più dolce né più profondo, o Nutrice. La sua barba d'oro era fatta d'ali d'uno sciame splendente che gli pendea dalla bocca aperta qual d'arnie forame. In miel converso era il patire! Così, così dormir voglio in te che mi dài signoria a pacificar mia discordia, o Persuasiva. Ancor novo eccomi, ancóra immaturo e pieno d'occulte potenze, ancóra nel mio divenire. Ciò che per me fu compiuto, in verità, lieve cosa parmi al paragone dell'opra che dentro mi nasce e si nutre del misterioso licore. O mia Madre, in tutte le vene accresci il mio sangue e l'affina! E, s'io fossi in crudo supplizio ed ogni aumento di sangue mi fosse aumento di pena, io ti griderei: «Madre, Madre, moltiplica questo mio sangue doglioso, perché più mi ferva l'anima e mi sia più divina!». Sano mi facesti nel ventre della incorruttibile donna che mi portò. Eccomi sano su l'erba, con muscoli snelli cuore saldo e fronte capace. Più ragione v'è nel mio corpo valido che in ogni dottrina. Tu proteggi il sonno dei prodi. Ecco, al favor tuo m'abbandono. Odo il brulichìo del tuo lento guaime, il tuo fulvo pineto con gli aghi e le pine far vaghi accordi, e sonar come sistri il grande oro tuo frumentario. Ma odo anche un rombo lontano che dice: «Son qua, Ulissìde». Madre, Madre, fa che più forte e lieto io sia, quando la voce del dèspota ch'io ben conosco, che udii tante volte, la maschia voce nel mio cor solitario griderà: «Su, svegliati! È l'ora. Sorgi. Assai dormisti. L'amico divenuto sei della terra? Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga! Riprendi il timone e la scotta; ché necessario è navigare, vivere non è necessario». °***°***°***°***° LIBRO SECONDO ELETTRA Alle montagne Candide cime, grandi nel cielo forme solenni cui le nubi notturne stanno sommesse come la gregge al pastore, ed i Vegli inclinati su l'urne profonde dànno eterne parole, e fanno corona le stelle taciturne; o Montagne, terribili dòmi abitati da Dio, ove gli anacoreti d'un tempo immemorabile per sola virtù di dolore conobbero i segreti del Mondo e nelle rocce co' i cavi occhi lessero come in libri di profeti; Montagne madri, sacre scaturigini delle Forze pure, quando non era l'Uomo; donde gioiosa alla cieca tenebra sparsa balzò l'alba primiera e alle vergini valli guidando le forme dei fiumi scese la Primavera; donde scesero stirpi umane d'oltrepossente vita, giù per aperte vie più vaste de' fiumi, stampando titaniche orme nella pianura inerte che fumigava umida al sole purpureo, pregna delle future offerte; o Montagne immortali, non parla nel sacro silenzio delle cose ignorate il vostro Spirto? Ascolta l'anima mia se non giunga un messaggio. Deh fate, o Montagne immortali, che scenda dai vostri misteri cinto di luce il Vate! La speranza e la gioia fuggirono lungi dai cuori umani; e tutti i sogni della bellezza e tutti i sogni dell'arte felice vanirono; e stringe ogni cuore un'arida angoscia; e rugge d'intorno la guerra degli atroci bisogni. Chi finalmente, sceso a noi dalle alture inaccesse, ricondurrà la gioia? Chi su la vasta fronte avrà, mai veduta possanza, una luce di gioia? O tu dalle Montagne purissime, Spirito ignoto, scendi con la tua gioia! Dai culmini virginei che splendono sotto le stelle pie, dalle inesplorate sedi ove le sorgenti perenni cantano inconsce della superna estate, dalle vene incorrotte dei geli, dal sacro silenzio delle cose ignorate, da tutta la grandezza venerabile delle Montagne madri io t'evoco, o puro Spirito senza nome, che l'occhio dell'anima vede trascorrere l'oscuro abisso dove tanto umano dolore si torce e schiudere il Futuro! A Dante Oceano senza rive infinito d'intorno e oscuro ma lampeggiante, e con un silenzio sotto i terribili tuoni immoto ma vivente come il silenzio delle labbra che parleranno: tenebrore dei Tempi, profondità dell'affanno umano, assidua mutazione delle cose, ritorno perpetuo delle sorti: oceano senza rive tra due poli, tra il Bene e il Male, con le sue bave disperse dalla procella eternale, co' suoi abissi ingombri dalle spoglie dei popoli morti, era il Destino; e tu come una rupe, come un'isola montuosa, come una solitudine di pensiero e di potenza, come una taciturna mole di dolor meditabondo che ode e vede, sorgevi uno dal gorgo; e nell'ululo delle prede, nel sibilo dei nembi, nel rombo delle correnti, il tuo orecchio udiva quel silenzio e la sola Parola che doveva esser detta; e di sotto alla fronte percossa dalle schiume e dai vènti il tuo occhio insonne vedeva infiammarsi il mondo all'alta tua vendetta. Allora, nei baleni e nell'ombre, lo spirito dell'uomo stette davanti a te, ignudo, senza la sua carne, senza le sue ossa, disvelato davanti alla scienza del tuo dolore; e nel cavo delle tue mani, che sapean l'arme e il fiore, più mansuefatti degli augelli che la neve caccia verso gli asili umani, discesero i messaggi delle divine speranze, i poteri sconosciuti delle verità divine; e ti diede i suoi tuoni e i suoi raggi il tuo Dio, cui tu alzasti il canto che non ha fine. O nutrito in disparte su le cime del sacro monte, abbeverato solo nell'albe al segreto fonte delle cose immortali, Eroe primo di nostro sangue rinnovellante; oceanica mente ove dieci secoli atroci, carichi d'oro d'ombra di strage di fede e di paura metton lor foci silenziosamente; anima vetusta e nuova, instrutta e ignara, memore e indovina, ove si serra tutto il pensier dei Saggi e palpitano il Fuoco l'Aria l'Acqua e la Terra; o Risvegliatore, o Purificatore, o Intercessore per la vita e per la morte, o tu che cresci il vigore della stirpe come il pane nato dal nostro sudore, noi t'invochiamo; o tu che col tuo canto disveli agli uomini i cammini invisibili e discopri i vólti nascosti dei destini, noi ti preghiamo; o tu che risusciti l'antica virtù delle contrade e tempri il medesimo ferro per la bontà delle spade e per la gioia delle falci nelle profonde biade, noi ti attendiamo; perocché tu sii pur sempre atteso in prodigi, come il Figlio del tuo Dio, dai cuori che nei battiti del tuo canto appresero a sperare oltre il volo delle fortune, o profeta in esiglio, e pur sempre su le nuove tombe e su le nuove cune, là dove un'opra si chiuse e là dove s'apre un germe, suoni il tuo nome santo, e il tuo nome pei forti sia come lo squillo degli oricalchi, e solo il nomar del tuo nome, come il turbine agita i lembi d'un gran vessillo, scuota nei suoi mari e nei suoi valchi l'Italia inerme. Dove sono i pontefici e gli imperatori? Splendenti erano nella specie dell'oro, e stampavano con piedi obliqui le vestigia sanguigne, vestiti dell'antica frode, e i lor vestimenti odoravano. Rotti come i sermenti addi, perduti come i fuscelli nella tempesta, diffusi come crassa cenere ai vènti. E pallido il postremo alza le mani verso le porte dei cieli e attende un segno, e chiama, e nulla appare fuor che la morte. Ma il cuore della nazione è come la forza delle sorgenti meraviglioso; e tu rimani alzato nel conspetto della nazione con la tua parola eterna nella tua bocca respirante, col tuo potere eterno nel tuo pugno vivo; e la tua stagione sta su la nostra terra senza mutarsi; e la tua virtù è dentro le radici di nostra vita come il sale è nel mare, come la fecondità è nella nostra terra; e nulla di te perisce nei tempi ma la tua passione, ma il tuo furore, ma il tuo orgoglio e la tua fede e la tua pietà e la tua estasi e tutta la tua grandezza dura nei tempi come dura la nostra terra. Tu la vedesti col tuo profetico onniveggente occhio infiammato l'Italia bella, come una figura emersa dall'interno abisso del tuo dolore, creata dalla tua stessa fiamma, con i suoi monti, con i suoi piani, con i suoi fiumi, con i suoi laghi, con i suoi golfi, con le sue città ruggenti d'ire, l'Italia bella; e la tua rampogna la rifece sacra, la tua preghiera fece risplendere di purità le sue membra schiave; sì che sempre gli uomini vedran su lei bella il duplice splendore del cielo e del tuo verbo. Sol nel tuo verbo è per noi la luce, o Rivelatore, sol nel tuo canto è per noi la forza, o Liberatore sol nella tua melodia è la molt'anni lagrimata pace, o Consolatore, quando la cruda pena il veemente sdegno il duro spregio si fanno eguali alle più dolci cose della foresta primaverile e la mano che torturò la carne immonda, che trattò la ghiaccia e il fuoco, la pece e il piombo, gli sterpi e i serpi, il fango e il sangue, tocca segrete corde e nel silenzio fa il divin concento ch'ella può sola. Cammineremo noi ne' tuoi cammini? O imperiale duce, o signore dei culmini, o insonne fabbro d'ale, per la notte che si profonda e per l'alba che ancor non sale noi t'invochiamo! Pel rancore dei forti che patiscono la vergogna, pel tremito delle vergini forze che opprime la menzogna, noi ti preghiamo! Per la quercia e per il lauro e per il ferro lampeggiante, per la vittoria e per la gloria e per la gioia e per le tue sante speranze, o tu che odi e vedi e sai, custode alto dei fari, o Dante, noi ti attendiamo! Al Re Giovine Nella gran bandiera che agitarono i vènti marini a poppa della nave guerriera tutt'armata di ferro gigante contra i ferrei destini, nella gran bandiera di battaglia e di tempesta avvolgi il tuo padre esangue, coprigli la bianca testa, consacragli il petto forte con quella croce raggiante, o tu, della purpurea sorte erede, che navigavi il Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare! Avvolgi il tuo padre nell'insegna che attese la gloria sopra le acque così lungamente; componilo sul carro scemato del bronzo possente; dàgli a scorta mute squadre che in arme sognino la vittoria pel sangue non vendicato sul deserto ardente; nella luce dell'Urbe fatale, nel silenzio delle scorte e del tuo dolor regale, accompagna il tuo padre clemente, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare. Accompagna il padre alla tomba ove già l'avo dorme, nel tempio sublime che alzò su colonne di granito la forza di Roma. La romba degli inni austeri come un turbine all'ultime cime rapisca i tuoi pensieri nuovi, oltre la tomba, oltre l'altare. E i grandi pensieri ti facciano insonne; e Roma e la sua Fortuna dalla chioma terribile ti facciano insonne, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare. Tu non dormirai se il tuo cuore è degno che lo morda l'avvoltore violento; tu non dormirai se de' tuoi nervi indurati attorca tu la corda per l'arco che t'è innanzi lento; tu non dormirai se tu oda la voce dell'Urbe, sepolcrale e marina, non voce di volubili turbe ma d'immutabili fati, ma dell'anima eterna latina, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare. Tu non dormirai se degni sieno i tuoi occhi di contemplar l'orizzonte che il Quirinal discopre al dominatore; tu non dormirai se le tue mani sien pronte alle lotte ed all'opre, alla spada ed al martello, a foggiar per la tua fronte un'altra corona di ferro col ferro d'un altro Salvatore sopra l'incudine d'un altare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare. Non dormimmo noi nella notte solenne quando passò per l'ombra d'Italia il funereo convoglio che portava il buono infranto cuore. Non dormimmo. Ascoltammo gli eroi favellare nella notte ingombra. Ascoltammo il fragore dei carri nel vento d'estate. Tremammo. Più del cordoglio poterono le speranze alate. Per l'ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. Gravido di vita e di morte anelava il Mare. Tremammo di forza chiusa e di volontà raccolta; fummo ebri d'un sogno virile. Sentimmo nei polsi robusti ardere la febbre civile. Sentimmo nel suolo profondo rivivere gli iddii vetusti. Ebri di presagi augusti, vedemmo ancóra sul mondo splendere il latin sangue gentile. Ascoltammo gli indigeti eroi favellare nella notte ingombra. Seguimmo nell'ombra infinita il volo della Morte lungo il patrio Mare. E dicemmo: «Passa lungo il patrio Mare, Maestà della Morte! Alza gli spirti; fa palpitare il popolo che veglia nella notte balenante. Genova ti saluta sul suo golfo magnifica e forte, coronata di baleni. La Spezia ti saluta, in vista dell'Alpe, austera e forte, coronata di baleni. Salutano il tuo passare le due madri delle navi, o Morte, veglianti sul Mare. Più grande saluto avesti tu mai? Ma, giunta alla mèta, tu avrai il saluto del Sole e di Roma. E il nuovo destino, segnato dal sangue regio, avrà nella nuova luce principio solenne». Per l'ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. E dicemmo: «O Italia, o Italia, non ti vedremo noi su l'alba, per questo buon sangue che ti giova, per la divina prova di questa sacrificale morte, rifiorir nel Mare?». E dicemmo: «O Italia, Italia sonnolente, alfine ti svegli tu dal tuo sonno vile? Ahi sì lungamente sotto il sole giaciuta con l'obbrobrio senile, tra le mani dei vegli scaltri che t'han polluta che di te han fatto strame docile all'ignavia loro e d'ogni tuo nobile alloro una verga per batter la fame, non senti l'odor della morte? Oh nuova sul Mare!». Così noi dicemmo, questo sognammo ascoltando il fragore dei carri nel vento d'estate per la funebre notte recanti alla tomba il re spento, al silenzio di Roma, alla pace. Questo pregò sotto il firmamento ingombro la nostra ansia seguace. Or chi sarà l'eroe che attendiamo, il pastor della stirpe ferace? Tendi l'arco, accendi la face, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare! T'elesse il Destino all'alta impresa combattuta. Guai se tu gli manchi! È perigliosa l'ora. Ma tu sai che il periglio è la cintura pe' fianchi dell'eroe. Dal sangue vermiglio fa che nasca un'aurora! La fortuna d'Italia prese l'ali sul campo d'una battaglia perduta. Ricòrdati d'un altro padre partito per un più triste esiglio, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare. T'elesse il Destino. Ricòrdati del figliuol vinto che cavalcò quel giorno tra la Sesia e il Ticino verso il bianco maresciallo. Rifiorì l'itala primavera tra i dolci fiumi; e il re sardo scese dal suo cavallo per segnare il duro patto. Tutto fu nemico intorno. Egli disse al suo cuore gagliardo: «Sopporta, o cuore, e spera!». Ricòrdati di quel ritorno tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare. Egli volle Roma, egli ebbe il Campidoglio, egli ha pace nel Tempio romano. Che vorrai tu sul tuo soglio? Quale altura è il tuo segno? Miri tu lontano? È largo quanto il tuo orgoglio il gesto della tua mano? Sai tu come sia bello il tuo regno? Conosci tu le sue sorgenti innumerevoli e la forza nuova o antica delle sue correnti? Ami tu il suo divino mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare? T'elesse il Destino all'alta impresa audace. Tendi l'arco, accendi la face, colpisci, illumina, eroe latino! Venera il lauro, esalta il forte! Apri alla nostra virtù le porte dei dominii futuri! Ché, se il danno e la vergogna duri, quando l'ora sia venuta, tra i ribelli vedrai da vicino anche colui che oggi ti saluta, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare. Alla memoria di Narciso e di Pilade Bronzetti Canta, o Verità redimita di quercia, canta oggi gli eroi al genio d'Italia che t'ode! Al popolo ardente di vita novella tu canta oggi i suoi leoni, il suo sangue più prode che corse la gleba feconda! Tu fa che fiammeggi nell'ode ciascuna ferita e lungi la fiamma s'effonda per tutte le prode, per tutte le cime, per tutta la patria sublime che freme di gloria sepolta! Canta, o Verità redimita di quercia, canta oggi gli eroi al genio d'Italia che ascolta! Ma ascolta dall'ombra dei monti Trento, l'indomata figlia cui la corda non spegne la voce iterata che chiama che chiama la madre nell'orror notturno; e grida: «Ricorda tu prima dell'altre glorie la mia gloria oggi che su l'ardue fronti dell'Alpe volò la Vittoria e che l'Adige taciturno n'ebbe rinnovata promessa! Ricorda Castel di Morone, Tre Ponti con l'Aquila che dal Tifata piombò sul Volturno». Canta dunque, pria che si parta la nova speranza da noi e si spenga il sùbito ardore, canta dunque il fior degli eroi, il prode dei prodi che dorme leggero sul cuore di Brescia fedele, e l'emulo del re di Sparta con i suoi trecento, con i suoi trecento custodi che la dolce Campania tiene; canta oggi la gloria di Trento per lei consolare in catene del vano amor del van dolore, oggi che da mano servile la sua pura corona è sparta come fronda vile. Come vil lordura dal tempio di Roma lo sgherro spazza quella corona pura che tesseano, ideal tesoro, (ancor dunque ai monti si sogna?) fedeltà più dura del ferro, speranza più ricca dell'oro. Giovi ella a crescere lo strame su cui la frode e la paura giaccion come buoi stracchi ruminando menzogna. Giovi ella a crescere il letame che impingua l'annosa vergogna. Ma tu non piangere; tu sogna, anima chiusa, ancor nei tuoi monti. È alto il sole sul Fòro. Cantiamo gli eroi! Non piangere. Aspetta nei monti; poi che non indarno nel libero azzurro sul Gianicolo, alto a cavallo, sta Colui che udisti a Tiarno per te su la via sfolgorata tonare col bronzo. Ma sogna. Come il bianco alburno celandosi sotto la scorza si fa vigor novo del tronco, nell'anima tua sempre alzata il sogno convertasi in forza. Non piangere. Sogna nei monti. Cantiamo la gesta obliata, Castel di Morone, Tre Ponti con l'Aquila che dal Tirata piombò sul Volturno. Cantiamo la vetta ridente su l'antico fiume esperto di strage, la vetta ridente di giovine sangue. Oh tumulo grande che gioiosamente di sé fece l'alta coorte! Ciascun combattente su la sua terribile ebrezza col sole e con l'aria sentiva il guardar leonino del Duce, dell'Onnipresente. Oh vendemmia di giovinezza più forte che il vino! Porpora d'autunno, porpora di morte su la dolce di uve Campania! Non piangere, anima di Trento, la tua calpestata corona. Dimentica il male, se puoi. Non fare lamento. La tua madre non t'abbandona: ha il cuore profondo. Passano i Bonturi e il seguace lor gregge immondo. Durano gli eroi eterni nei fasti d'Italia, e quel Dante che alzasti nel bronzo, al conspetto dell'Alpe dura solo più che le rupi, gran Mésso dei fati venturi signore del Canto sul mondo. Passano i Bonturi e il seguace lor gregge immondo. Non fare lamento. Perdona pel lungo martirio di Dante, perdona pel chiuso dolore di Quegli che disse la grande parola. Sovvienti? Ei ti vide perduta, ei vide tanto sangue invano sparso, tanto fiore di libere vite invano reciso, Trieste come te perduta, come te perduta l'Istria, alla mercé del nemico le porte d'Italia, ottenuta Venezia con man di mendico, laggiù laggiù sola su l'Adria la macchia di Lissa, l'infamia, tutta l'onta; e disse: «Obbedisco». Ah ti sovvenga! Ti sovvenga ancóra di Lui doloroso, col piombo nell'ossa dolenti, combusto dal fuoco di cento battaglie e pensoso già del vasto rogo che alzato ei volea sul selvaggio granito, al conspetto del mare, per dar la sua cenere ai vènti del suo mar selvaggio. Ei disse: «Ah ch'io venga ch'io venga anche all'ultima guerra! Legatemi sul mio cavallo. Ch'io veda brillare le stelle su la Verruca, oda al Quarnaro cantare i marinai d'Italia! Legatemi sul mio cavallo». Verrà, verrà sul suo cavallo, con giovine chioma. Torrà il nero e giallo vessillo dal suo sacro monte che serba il vestigio di Roma. Ridere su l'antica fronte vedrà le sue vergini stelle; più oltre, più oltre verso le marine sorelle, anche udrà anche udrà nel Quarnaro i canti d'Italia sul vento. Non piangere, anima di Trento, la tua calpestata corona. Ribeviti il tuo pianto amaro. Dimentica il male, se puoi. Non fare lamento. Perdona. Prepara in silenzio gli eroi. Per i marinai d'Italia morti in Cina Chi ti vide col suo cuore puro, o Italia liberata, detersa dal sangue e dal pianto, dalla polve e dal sudore, dopo l'alta gesta, alzata nel mare nel sole nel canto? Chi ti vide, dopo l'alta gesta, vivere nel mare col grande tuo corpo fecondo? Chi sentì nella tua calda giovinezza palpitare l'antica speranza del mondo? Forse i figli, forse i figli tuoi migliori, i marinai su l'acque remote, nei porti strani, gli umili tuoi figli che non sai né rivedrai, ti videro e caddero morti. Ah ti videro più bella essi, i tuoi semplici eroi, negli ultimi palpiti sacri! Canterò oggi, per quella tua bellezza, se tu m'odi, il pianto di tutte le madri. Ecco, una madre nell'antica Ichnusa dei pastori, nell'isola diserta che stampa sul Tirreno dalla Nurra al Campidano sua durabile orma, ecco, la madre che filò la nera e bianca lana, ecco, la madre a sera vien su la soglia con la nuora pregna, quando le greggi tornan di pastura. Sta su la soglia con la nuora, e conta le stelle prime nell'aria serena, nell'aria dolce ove il colmigno fuma; e sta con nel suo cor la sua preghiera; e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta. E guarda verso il mare la Caprera ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l'onda; e guarda l'ombra della Maddalena, sul dolce mare un'ombra di guerriera che tutta armata a guerreggiare è pronta. E prega, ignara della sua sciagura, e prega e dice: «Chi me l'assicura? Tu, Vergine Maria, Vergine pura, tu guardalo dal male e tu l'aiuta! T'accenderò quant'io potrò di cera, quant'io potrò d'oliva, se sventura non gli accade, se salvo mi ritorna. Guardalo, Vergine, alla madre sua, guardalo alla sua madre e alla sua donna. Dov'è, dov'è? Che fa egli a quest'ora, il buono figliuol mio, mentre che annotta? Lo rivedemmo ch'era primavera. La rondine non era anco venuta. Giunse improvviso, giunsemi alla porta gridando: «O madre, o madre, apri la porta!». Eri al telaio sotto la lucerna...». A lungo a lungo ella così racconta al cuore che ben sa, che ben ricorda, che ben ricorda ch'era primavera. Così racconta la madre canuta; e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta; e guarda verso il mare la Caprera ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l'onda. E un'altra madre viene su la soglia d'un'altra casa e guarda un'altra altura e un altro mare, il mar di Siracusa e l'Etna grande che nell'ombra fuma; e prega in cuore e dice: «O creatura del sangue mio, quando ti rivedrò?». Odorano le selve alla riviera con frutta d'oro; cantano alla luna le ciurme prima ch'ella si nasconda: trema la rete, palpita la vela. E un'altra madre viene su la soglia d'un'altra casa, là nella remota Italia, là sul Garda ove Peschiera sorge custode nella sua cintura forte, ove il Mincio memore saluta i campi di battaglia. E un'altra ancóra prega in silenzio e guarda la pianura tra l'Oglio e l'Adda ove la primavera fu cerula di molto lino. E ancóra un'altra prega dalla pampinosa rama dei Monti d'Alba, dalla volsca Velletri che disotto le sue mura vide un mattino tempestar fra l'onda dei cavalli il Leone ebro di Roma. E un'altra ancóra sta su la picena spiaggia, di là dal Tronto, e si ricorda del bel naviglio che la prima volta portò il fanciullo a Spàlato, a Gravosa, a Sebenico, alla latina sponda cui San Marco legò la sua galera e prega in cuore e dice: «O creatura delle mie pene, non ti rivedrò?». Sì penano le madri in su la sera al novilunio, alla dolce frescura. E non, di qua dal Tronto, nella terra d'Abruzzi, nella terra ove riposano i miei maggiori con la rugginosa àncora di speranza e di fortuna, non prega qualche madre per ventura guardando su la placida Maiella tramontare la falce della luna? Guarda greggi passare ad una ad una lungh'esso il lito andando alla pianura dell'Apulia, ai lor paschi, dall'altura del Sannio che laggiù si fa nevosa; migrar le greggi per la via saputa dai primi avi la madre guarda, muta presso la casa ove restò la cuna antica per la nova genitura, la madre veneranda cui virtù di nostra prima gente in grembo dura; e prega in cuore e dice: «O creatura, creatura, che fai mentre che annotta? Se sei grondante, ora chi ti rasciuga? Forse hai tu sete, e la vigna ha tanta uva! Figlio, che fai? Pensi alla madre tua? Pensi alla madre tua che non t'aiuta?». E guarda pel sentiere che s'oscura, e il cor le stringe sùbita paura. Tramontata è la falce della luna; nell'ombra intorno altro non v'è che luca se non il ferro pronto all'aratura. È il mésso quei che per l'erta s'indugia? Gran silenzio negli alberi s'aduna. La madre ascolta, non respira più. S'ode il campano in lontananza ancóra, della greggia che valica la duna; s'ode il passo per l'erta che s'oscura. La madre attende, non palpita più. Morti sono i figli, morti sono i figli, morti sono i figli alla guerra lontana. Pochi erano contro molti. Essi avean pel suolo ignoto lasciata la nave lontana. Morti come sopra il ponte della nave, come sanno marinai dovunque morire. Non il fiume, non il monte, non il piano, essi non hanno veduto la casa e il confine. Veduto non han Gallura né il Mar Ligure né l'Adria morendo su l'orride porte, ma veduto han la figura grande e sola della Patria risplendere sopra la morte. Veduto non hanno i Monti d'Alba o l'Etna, non Peschiera né il Garda, ma l'unica Italia. Morti sono i figli, morti sono intorno alla bandiera d'Italia d'Italia d'Italia. A Roma Aurea Roma, sia testimone dal ciel di settembre la faccia del Sole che mai cosa più grande di te visitò nell'alterno Orbe; sieno testimoni dal confino dell'Agro il Soratte santo apollineo con le sue corone di nubi e il Cimino proclive che dal Tevere al Mare tende le sue cerulee braccia; e testimoni sieno i Monti d'Alba pampinei ridenti al cielo dai profondi occhi dei laghi; e il divino Agro che tace, co' suoi armenti irti, co' suoi pastori biformi dall'aspetto umano ed equino, l'erbifero sepolcro dei regni sia oggi testimone al canto che memora il detto sibillino. «Manca la Madre» disse il carme euboico al sacerdote. O Roma, guerriera senz'arme, ti manca l'universa Idea che sorga, su l'ombre oblique, su le forme vuote di alito, su le cloache ingombre di uomini, generatrice. Manca la Grande Madre. Ti manca il vergine eroe, il nepote ultimo del magnanimo Enea, che con la sua man pura la tragga vivente alle tue mura auguste e instituisca la Festa nova e inizii la nova Epopea. L'ancile di Marte è scodella al mezzano; la meretrice è addetta al fuoco di Vesta; del tuo Campidoglio non resta, o Roma, che la Rupe Tarpea. Ma, sotto il ciel settembrale che riversa il suo calice d'oro ampio dal Celio al Viminale dal Gianicolo al Vaticano dall'Anfiteatro al Fòro, nel dì fausto dell'alta conquista, cantiamo l'avvento fatale, su la torbida acqua corrotta chiamando l'imagine prisca. Contro l'un concistoro che ciancia baratta confisca e l'altro che munge il tesoro di Pietro per l'anima ghiotta, alziamo la statua ideale. Sorse fervido il popolo quando intese il responso canoro: «Manca la Madre. O Romano, che tu chieda la Madre io comando. Com'ella venga, addotta sia da una pura mano». Venne la Magna Madre su la nave alla foce del fiume biondo; e nel limo ristette, immota, incrollabile come una rupe. I cavalieri, il senato, la plebe di Roma, le vergini del fuoco santo accorsero in turba alla foce del fiume incontro alla veneranda Ospite. Ed era ne' cuori letizia. Ma stava nel vado limoso la carena immota simile a una rupestre isola. Legarono all'alta prora una fune gli uomini forti e fecero gran forza di braccia, e con voci iterate aiutavano eglino la vana opera, a trarre la nave dipinta nel Tevere biondo. Ma sedeva la Magna Madre incrollabile sopra la tolda, con la sua corona di mura su le chiome che fingono i flutti del ponto e i solchi dell'agro, con le sue mani invitte benefiche di beni infiniti prone su le ginocchia più salde che le roveri annose nei monti; al conspetto del popolo grande sedeva la Madre dell'aurea fecondità, la nutrice dei mortali e degli immortali, la donatrice delle semenze ineffabili, la dea che moltiplica il sangue animoso, edifica le chiare città, conduce i pensieri i timoni gli aratri, errante sonante in circoli immensi. E la forza degli uomini forti s'accrebbe di tutta la plebe romana, s'accrebbe di tutti i cavalieri romani. E tutti le braccia davano alla fune ritorta e iteravan le voci al travaglio, ma indarno; ché stava immota nel vado la dipinta carena e il simulacro sublime splendeva sopra la tolda nell'aer salino tacente. Attonita interruppe il conato la moltitudine e tacque pavida innanzi al prodigio con supplice cuore. S'udiva fluire il Tevere biondo, addurre all'imperio del Mare la maestà di Roma. Tra il popolo supplice, allora s'avanzò Claudia Quinta vestale. Offendeva lei casta il sospetto del volgo, iniquo rumore. S'avanzò Claudia Quinta e con mani pure attinse l'acqua del fiume; tre volte il capo s'asperse, tre volte levò al cielo le palme; prona nel suo crine giacente, invocò a gran voce la dea. Quindi, alzata, legò il suo cinto alla prora e con lene fatica trasse la Magna Madre nel fiume, trasse la Madre dell'eterna fecondità verso l'arce eterna dell'Urbe. Tonarono i petti romani; sanguinò la bianca giovenca dinanzi alla poppa coronata. Sedente sul plaustro de' buoi la Turrigera, addotta da virtù di vergine pura, entrò per la porta Capena. Così, o Roma nostra, negli anni verrà non dal Dindimo ululante, non pietra esculta in nave dipinta pel Mediterraneo Mare, verrà dagli oceani lontani ove la vita allaccia la vita d'isola in isola per correnti misteriose di voleri umani e di sogni umani che cercano le novelle forme, verrà dai continenti immensi ove ancóra dorme la ricchezza nei misteri delle montagne e delle lande promessa agli insonni messaggeri, verrà dai confini del mondo con l'impeto degli elementi e con l'ordine dei pensieri, verrà dall'alto e dal profondo la Potenza in cui sola tu speri. Così, o Roma nostra, nei tempi un vergine eroe di tua stirpe così la trarrà alle tue mura. Non carena immobile in sirte limosa, non simulacro già venerato in templi estranei trarrà la man pura, ma la Potenza umana, ma il sacro spirito nato dal cuore dei popoli in pace ed in guerra, ma la gloria della Terra nel divino fervore della volontà che la scopre e la trasfigura per innumerevoli opre di luce e d'ombra, d'amore e d'odio, di vita e di morte, ma la bellezza della sorte umana, dell'uomo che cerca il dio nella sua creatura. Però che in te come in un'impronta indistruttibile, debba la Potenza dell'Uomo assumere forma ed effigie, instituita nel Campidoglio e nel Fòro, di contro all'Onta dell'Uomo, su le vestigie della forza e dell'orgoglio che chiesero la Grande Madre alle montagne frigie per lei custodir nelle tue sacre mura che sole credevi tu degne di chiudere l'altrice universa quantunque sì brevi. O Roma, o Roma, in te sola, nel cerchio delle tue sette cime, le discordi miriadi umane troveranno ancor l'ampia e sublime unità. Darai tu il novo pane dicendo la nova parola. Quel che gli uomini avranno pensato sognato operato sofferto goduto nell'immensa Terra, tanti pensieri, tanti sogni, tante opere, tanti dolori, tante gioie, ed ogni diritto riconosciuto ed ogni mistero discoperto ed ogni libro aperto nel giro dell'immensa Terra, tutte le speranze umane volanti da porti sonori, tutte le bellezze umane cantanti per boschi d'allori, vestiranno le forme sovrane, appariranno alla luce eterna, o Roma, o Roma, in te sola. Ai liberi ai forti materna, o dea, spezzerai tu il novo pane dicendo la nova parola. Aurea Roma, o donna dei regni, sien testimoni all'augurale Ode che canta oggi il tuo destino le cose che portano i segni: la nube che sul Palatino sanguigna risplende come porpora imperiale tra gli ardui cipressi; il divino silenzio del vespero che accende i Diòscuri domitori di cavalli sul Quirinale; l'ombra spirante che occupa i Fòri gli Archi le Terme taciturna; la fonte di Giuturna che dalla ruina risale; la tavola delle Leggi sacre che dalla polve riappare; e la mia speranza, o Madre, e il fior del mio sangue latino, e il fuoco del mio focolare. A uno dei mille O vegliardo, consunto come l'usto dell'àncora che troppe volte morse con sue marre i tenaci fondi, pregno del sale amaro, splende la gloria sul tuo vólto adusto quando nelle fortune indaghi l'Orse e t'argomenti di campar tuo legno cercando il faro? Quando torni dall'isola dei Sardi carico, e taciturno al tuo timone stai rugumando il tuo masticaticcio, tese le scotte, a tratti co' tuoi grigi occhi non guardi per l'ombra se tu scorga il tuo Leone fiammeggiare laggiù sul sasso arsiccio contro la notte? E quando poi governi a prender porto, maggio illustrando la città dei Doria, non cerchi tu quella che a Quarto eresse magra colonna la modestia del popolo risorto, per figurarvi in sommo la Vittoria che sul gran cor parea ti sorridesse come tua donna? Tu non rispondi. Solo ascolti i vènti e disputi talor con la tempesta. Hai crudo e breve il motto a dir tua noia, e più non dici. Tua vita va tra due divini eventi, tra bonaccia e fortuna; e quella gesta la scrisser già su le tue vecchie cuoia le cicatrici. Ond'io ti priego che mi sii benigno, o tu che troppo sai d'amaro sale, se consecrarti ardii questi miei carmi tumultuanti. In van chiesi al tuo mar che nel macigno, nell'invitto macigno sepolcrale, volesse per l'eternità foggiarmi strofe giganti. Ma tu vi sentirai correre, sopra al rosso bulicame, odor salmastro; romoreggiar v'udrai l'onda nemica come il frangente; vi rivedrai quale t'apparve all'opra Colui che fu buon calafato e mastro d'ascia, d'ogni arte artiere, dell'antica tirrenia gente. Io ne cercai l'imagine sicura entro gli occhi tuoi tristi, in cor tremando. Eri presso il cordaio per rinnovare tue gomenette; seguivi l'arte della torcitura, il crocile, la pigna, il naspo; quando su le tue labbra le parole amare lessi non dette. «Il torticcio dell'àncora s'è rotto. Rinnovarlo non giova. Orvia, tralascia! Per flagelli e capestri, o cordaio, l'acre canape torci. La terza Italia si distende sotto ogni bertone come una bagascia. E Roma all'ombra delle querci sacre pascola i porci.» La notte di Caprera I. Donato il regno al sopraggiunto re, il Dittatore silenziosamente sul far dell'alba con suoi pochi sen viene alla marina dove la nave attende. Ei si ricorda nell'alba di novembre: quando salpò da Quarto era la sera, sera di maggio con ridere di stelle. Non vede ei stelle ma l'alta accesa gesta dietro di sé nella stagion sì breve. Ei seco porta un sacco di semente. Quella è la nave che all'acque di Sardegna già navigò dal Faro in gran segreto per il soccorso, innanzi ch'ei prendesse Reggio ed i monti, innanzi che Soveria fossegli resa, quando le nuove schiere precipitò nella Calabria estrema e duce fu alle armi, alle carene fu calafato, fu mastro d'ascia, artiere d'ogni arte, pronto ei sempre alla diversa necessità con vólto sorridente. Donato il regno al sopraggiunto re, ora sen torna al sasso di Caprera il Dittatore. Fece quel che poté. E seco porta un sacco di semente. II. Ancóra dorme la città che ululò d'amor selvaggio all'apparito Eroe nel bel settembre. Emmanuele dorme là nella reggia ove tanto tremò l'erede esangue di Ferdinando. Implora Dominedio Francesco di Borbone chiuso in Gaeta con la sua fulva donna, con l'aquiletta bavara che rampogna. «Calatafimi! Marsala!» Chiama a nome i suoi cavalli di guerra il Dittatore, novo nell'alba, gli arabi suoi sul ponte recalcitranti al vento che riscuote il Golfo. Palpa le lor criniere ondose che sanno ancor d'arsiccio, le lor froge palpa, e le labbra frenate onde fioccò la spuma come neve su i moribondi. Ed ei li pensa lungi, franchi del morso, per le ferrigne rupi; e dice: «Anche a voi la libertà!». Quella divina voce odono i due cavalli che hanno i nomi delle Vittorie e lui guatan con occhi di fanciul!i, ecco, obbedienti. Sorge l'aurora. È pronta la nave. Il Dittatore delle tempeste grida: «Salpa!». L'alta onda del dominato Oceano gli torna nella memoria e nella voce. Scioglie l'ultimo capo dell'ormeggio allor con atto che par santo al devoto stuolo. L'anima già per l'acque si diffonde simile al dì. Ripete ei la parola che consolò i suoi laceri prodi: «A Roma, a Roma ci rivedremo! A Roma!». Bello non è come il raggiante vólto del donator di regni il novo Sole. III. Ed or sen va il Ligure pel suo Tirreno. Guarda vigile, dalla prua che non ha rostro, se non vegga la rupe brulla apparir tra i nugoli; o seduto resta sul sacco delle semente a lungo, tutto pensoso della seminatura nei magri solchi e delle sue lattughe anco e de' suoi magliuoli e de' suoi frutti. Novera già col pensier nel suo chiuso la scarsa greggia, e le lane valuta, i negri velli ed i candidi, cui non mai segnò la robbia; alla futura prole sorride, e allarga la pastura sopra il macigno. In quale tempo ei fu pastore? Quando migrò con la tribù su le grandi orme dei padri alle pianure? Quando agli armenti cinse i fuochi notturni, fatta la sosta presso la fonte pura? Mondo di strage, ei beve il vento. I flutti crespi e canuti accorrono ver lui come le bianche pecore per l'azzurra erba; ed ei sa il suono che le aduna. D'antico tempo gli sovviene. Di tutto quel che fu ieri non gli sovviene più. Apre così le braccia la Natura subitamente al buono figliuol suo per riposarlo, sopra il suo petto ignudo, di tanto sangue e di tanta ventura. E il figlio a lei così volge dischiusa la sua divina anima di fanciullo. IV. Ma ecco l'ombra di Caprera. Ecco l'aspra Gallura, i monti aerei nell'aria. Ecco il granito ov'ei riposerà. Ecco la tomba che gli lavorerà l'arte del Mare. Come in petrose tazze, nei grembi cavi l'isola solitaria serba il silenzio ch'è bevanda al pugnace. Quivi placato nella sua verità ei può sognare; né quel silenzio mai gli mancherà, sopra il fragor del Mare. V. Or liberati i cavalli di guerra (ei palpitò forte veggendo selci risfavillar sotto l'urto del ferro, udendo su per le rupi deserte eco del gran galoppo senza freno) or nella bianca stanza è solo con sé il Dittatore, solo con sé fedele. Guarda le bianche mura ch'ei fece, artiere d'ogni arte, dopo che preso e difeso ebbe quelle di Roma. È senza mutamento la povertà, è senza mutamento la pace. Il sacco delle semente è a piè del letto. L'arme, disopra l'origliere, al vacillar della lucerna splende. Palpita e guizza la fiammella. E gran vento alle finestre, gran vento di maestro sul mar che romba nelle anse di Caprera, grande clamore a quando a quando, immenso grido, selvaggio urlo come a Palermo, come a Palermo urlo di popolo ebro. «O cuore, balzi? Placato ancor non sei?» L'Eroe sorride; ma gli occhi del veggente veggono il sole su la città che ferve colui che parla e l'ultimo suo gesto, il furibondo palpito che solleva tutto quel muto popolo come un petto immortale, e tutto il sangue repente sparir dai vólti innumerevoli, e tutte le bocche urlanti, tutte le mani distese in alto alla ringhiera; Piazza Pretoria fatta dal travincente amore vasta come l'Italia intera; l'anima d'un popolo fatta un cielo di libertà, eguale al giorno ardente; una bellezza nuova per sempre accesa nel triste mondo, un'imagine eterna di gloria impressa nel vano velo, eretta un'altra cima, ala data alla Terra! VI. «O cuore, balzi? Non sei placato ancóra?» L'Eroe sorride; ma si tocca la fronte ove in quel dì battevan forte il sole siciliano e il vento dell'ignoto destino e il suo volere. Poi s'accosta al bianco letto che dà i profondi sonni, ove il lin rude par che di sale odori (lavato in mare e torto su lo scoglio?), ma il cuore è insonne, riposare non può. Ei crolla il capo e dice: «Spartirò le mie semente». Si china; piano scioglie la bocca al sacco; e ripone la corda. VII. Seduto sta; le sue semente ei sparte, faville d'oro dall'una all'altra mano. Sparte e col soffio ventila come fa esso il colono che non mai fece altra arte. La man non falla quando l'occhio s'inganna: sa come pesi nella palma il buon grano. Tenne la spada ed or terrà la marra. Mezzo novembre avran repente e chiaro l'opre, poiché non anco Aldebarano sorse dal mare ed ecco il Maestrale porta il sereno a chi vuol seminare. «O cuore, o cuore, entra nella tua pace!» Gli àlbatri intorno soli rosseggeranno, cui tolta fu la terra lavorata. «Guardiamo innanzi, all'alba che verrà!» Chino la fronte, le sue semente ei sparte, faville d'oro dall'una all'altra mano. «Ciò che compimmo altri lo canterà.» VIII. Ma la grandezza di ciò che fu compito s'alza e sovrasta alla notte sublime, sovrasta al cuore di colui che ha sorriso, occupa la solitudine, vince la pace, infiamma l'ombra; non ha confine in breve nome. O Italia, i Mille, i Mille! Ali fulminee delle Vittorie latine, rapidità della forza e dell'ira su le riviere del sangue, alte e succinte vergini d'oro, messaggere vestite di vento, immenso amor di Roma, chi si chiamerà fra voi l'eguale di quella che un volo su da Calatafimi sino al Volturno volò senza respiro e dissetò la sua gran sete alfine sol nelle vene di Leonida ucciso un'altra volta? Pianto alla Porta Pila, silenzioso pianto alla dipartita, coro di donne liguri! Ultimo addio di ferree madri ai giovinetti figli! Divinità rivelata nei cigli umani e primo tremito delle prime stelle nel puro cielo primaverile! Più dolce maggio in terra non fiorì. Navi sospinte nel mare dal respiro stesso dei petti eroici, dal destino e dalla febbre, dalla speranza invitta e dal prodigio, piene di melodìa e di ruggito, nell'oscuro periglio illuminate dai baleni d'un riso silenzioso, con la prora diritta a gloria e a morte, a un punto e all'infinito! Rapida gioia de' bei delfini amici nel solco, méssi d'un rinnovato mito! Stelle augurali dell'Orsa al grande ardire, accesa in cielo bandiera del naviglio! Più alto sogno in Dante non salì. IX. Chino la fronte, sparte le sue semente il Dittatore, sotto la sua lucerna che per le mura d'ombre e di luci crea notturne vite coi lunghi aliti della notte. È gran vento alle finestre: geme, sfida, minaccia, rugge, ulula, intermesso. La man nell'atto a quando a quando trema. Fissi alla gesta son gli occhi del veggente. L'anima eterna è cinta di baleni. Ei vede, ei vede il patrio mare ardente, i suoi vascelli nel fulgido silenzio misteriosi come due giganteschi spiriti, fatti leggieri dall'ebrezza che vi s'aduna, dal sogno che vi ferve, come le navi dei templi dalla prece: e il primo approdo, Telamone col segno dell'Argonauta, le odorifere selve dell'Argentaro, la pallida Maremma tinta del sangue gallico, ove raccese Mario la febbre di Minturno ed il ferro trasse dal piè degli schiavi, ne fece spade battute per la strage crudele. E l'altro monte, e l'altro monte ei vede, l'Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo divinamente apparito, la vetta annunziatrice della Sicilia bella! X. Ed ora tutto è baleni, ora tutto folgori e tuoni, furore e sangue, azzurro e sole, ferro e fuoco, aure e profumi. L'inno è nel vento, l'ebrezza è nell'arsura. Ei squassa l'aspre chiome della fortuna in pugno e fa d'ogni uomo una virtù, una virtù d'ardore ch'ei conduce col suo sorriso terribile nell'ultimo impeto al cuor d'un astro. E l'armatura della sua possa è il suo sorriso; e ovunque risplenda, quivi è il prodigio; e nessuno lo vede senza vedere un dio nel suo cielo; e beato colui, quasi fanciullo, che primamente lo vede nella luce e tra le spiche ucciso cade giù. XI. O Verità cinta di quercia, quando canterai tu per i figli d'Italia, quando per tutti gli uomini canterai tu questo canto? Ecco il pane spezzato sotto l'olivo, prima della battaglia; ecco irto d'armi il colle di sì grande nome, nomato il Pianto dei Romani, aspro di sette cerchi, balzo di Dante, per ove gridan come stuol di selvagge aquile sette Vittorie disperate; Alcamo in festa, Partinico fumante; l'avida sosta della falange, al Passo di Renna, in vista della Conca e del Mare; la sete, la fame; la corsa verso Parco nella tempesta e nella notte, inganno meraviglioso; la montagna affocata di Gibilrossa ove ecco ogni uomo par che trasfiguri come se oda parlare una divina voce alla sua speranza; e la discesa muta di sasso in sasso, per gli arsi aromi, lungo le schegge calde, mentre la sera coi richiami lontani de' suoi pastori e coi suoi flauti fa la melodìa dell'obliata pace; e poi la notte vigile di fatali stelle; e poi l'alba, e nell'alba il tonante impeto, l'urto, la furibonda strage, l'inferno al ponte dell'Ammiraglio; il maschio Nullo a cavallo oltre la barricata con la sua rossa torma, ferino e umano eroe, gran torso inserto nella vasta groppa, centàurea possa, erto su la vampa come in un vol di criniere; il grifagno Bixio, il risorto Giovanni delle Bande Nere, temprato animato metallo, voce a saetta, sottil viso che sa la cote come il filo d'una spada laboriosa, ossuta fronte salda come l'ariete che dirocca muraglie, eccolo all'opra che balza da cavallo per trarsi il piombo con le sue stesse mani fuor delle fibre tenaci; ecco espugnata la Porta, data la rotta alle masnade regie col ferro alle reni; le strade ancor nell'ombra, deserte; la città ancor dormente, e la prima campana che suona a stormo verso l'aurora alzata su Gibilrossa; Fieravecchia che batte già colma come un cuor che si rinsangua; Macqueda sotto la grandine mortale; Montalto ai regi tolto dallo spettrale Sirtori; atroci strida, crollar di case, rossor d'incendii; la morte che s'ammassa nella ruina; l'afa delle carni arse, il cielo azzurro su l'urlante fornace; e il Dittatore terribile che passa, il Dittatore sorridente con pace tra quel delirio umano, il dio che guarda, indubitata forza, con nella faccia il sole, il sole del sorriso eternale. Gloria per sempre! Ecco Palermo schiava che si risveglia giovine tra le fiamme, che si solleva, memore della Gancia, nella vendetta e nella libertà. XII. Sotto l'immensa gloria chino la fronte, il Dittatore onniveggente è immoto. Nel sacco rude la sua mano s'affonda e inerte sta, immemore dell'opra. Or è interrotta l'opra del buon colono. Ei più non vede rilucere pe' solchi le sue semente, né ribatte le porche ei con la marra in suo pensiero. Ascolta il vento e il mare nella notte profonda. Ascolta il rombo del suo spirito solo. Non proferì la sua più gran parola quando a quel re sopraggiunto donò il regno e solo poi si ritrasse all'ombra d'un casolare, lungi alla bella scorta, sol con taluno de' suoi laceri prodi? Triste è la bocca nella sua barba d'oro, ché le sovvien del molto amaro sorso. Era laggiù, presso Teano, incontro ai foschi monti del Sannio, il donatore; seduto all'ombra era, su vecchia botte non più capace di contener la forza del vin novello. Era l'autunno intorno; ammutolito sul Volturno il cannone; piegata e rotta la gente di Borbone sul Garigliano; scomparso con la scorta splendida il re sul suo cavallo storno, andato a mensa. Era l'autunno intorno: cadean le foglie dal tremolio dei pioppi; i campi roggi fumigavano sotto l'aratro antico tratto dai bianchi buoi campani cui rauco urgeva il bifolco fasciato le anche dal vello del montone, coperto il bronzeo capo dal frigio corno. Antiche e grandi eran le cose intorno; antico e grande era il cuore dell'uomo seduto in pace su la fenduta botte. Ognun taceva al conspetto dell'uomo meditabondo. Quasi era a mezzo il giorno: era il meriggio muto come la notte. Ognun taceva, ogni anima era prona dinanzi a lui, col silenzio che adora e riconosce: alta preghiera in ora che parve a ognuno scorrere per ignota profondità. E il forte elce nodoso, che negreggiava quivi, fu santo come i dolci olivi dell'orto ove pregò tre volte un altro uomo di fulve chiome. E il donatore, seduto su la doga vile, crollò la testa di leone. Calmo guardò pei fumi il campo roggio, col calmo sguardo cerulo che soggioga il rischio; udì l'anelito dei buoi affaticati per quelle terre sode; seguì un aratro che discendea da un poggio, considerò se fosse dritto il solco dietro l'attrito vomere. Anche ascoltò la lodoletta che facea sua melode. Venne per l'aria il suono d'un rintocco. Allor fu quivi recato da un pastore giovine irsuto di pelli, sopra un moggio, al donator di regni un duro tozzo di pane, e cacio stantìo, di grave odore. Aveva ei seco il suo coltello a scrocco, il suo coltello di marinaio, ancóra raccomandato alla sua vecchia corda; l'aperse pronto, con quello s'affettò il pane e il cacio. Maciullando, guardò l'aratro antico tratto dai bianchi buoi, e giudicò del dritto solco; poi, come il più duro non passava pel gozzo, chiese da bere sorridendo al pastore. Allor fu quivi recato in un orciuolo al donator di regni acqua di pozzo. Avido ei bevve, accostatosi il rozzo vaso alla bocca, ma la bocca schifò. L'acqua putiva, come d'un otro immondo. Senza sdegnarsi ei versò l'acqua al suolo. Poi s'asciugò, tranquillo; e disse: «Il pozzo è infetto. Certo, v'è una carogna al fondo». S'alzò nel detto; e andò pei campi solo. XIII. Or si ricorda ei ben del sorso tristo; e il cuor gli duole d'un lento presagire (riarderà l'agosto su le cime dell'Aspromonte torbido, e di vermiglie bacche il novembre allegrerà le infide macchie a Mentana). Ei vede il buono Elìa col piombo in bocca laggiù su la collina dei sette cerchi; e laggiù sul sottile istmo, a Milazzo, entro i maligni intrichi delle paludi e dei canneti, ritto il suo Missori bellissimo che uccide i cavalieri. Ode il grifagno Bixio che nel più folto della mischia gli grida: «Dunque così voi volete morire?». Subitamente Deodato Schiaffino, quel da Camogli, il biondo, gli apparisce: il marinaio biondo che gli somiglia, occhi cilestri, d'oro la barba e il crino, ma più membruto, più alto, d'una stirpe ingigantita nel travaglio marino. Subitamente gli apparisce supino, a mezzo il colle, nel sangue che invermiglia tutto il pianoro. È caduto così l'alfiere, primo all'assalto. Garrisce dopo lo schianto la bandiera investita, come da un vento d'ira, dal grande spiro: e sul torace come sur un macigno fanti e cavalli s'azzuffano in prodigi di furia, e tutta la virtù dell'estinto ecco risorge viva in un cuore vivo, ed è il torace dell'eroe come un plinto alla grandezza d'un altro eroe. «Così dunque volete morire?» Un leonino fremito scuote il Dittatore. Ei mira sé nel gigante biondo che gli somiglia, nel marinaio ligure che morì com'ei vorrebbe. Cupo aggrotta le ciglia; con gli occhi fissi interroga il Destino. XIV. E dalla morte sorge l'ombra di Roma. Come il pastore dell'Agro spaventoso nel ferin sangue porta germe nascosto d'antica febbre che sùbita riscoppia mentre di sotto l'arco dell'acquedotto inaridito ei guata fuggir l'ora su l'erba e sta con l'anima gravosa ch'ebbe immutata per geniture molte dal tempo quando con solfo e con alloro Pale odorava la pecora feconda: conosce il segno del vigile malore, conosce il gelo che in foco si risolve; dà la sua vita alla vorace forza: ed ei ben sa ch'ella non abbandona se non l'ossame, e guata fuggir l'ora per l'erba e sta con l'anima gravosa e brucare ode la pecora d'intorno: così l'insonne sente dal più profondo sangue salir la febbre sacra, il morbo divino, ardore immedicabile, odio ed amore ambi indomati, onde il corpo arde e la mente, sacra febbre di Roma, ultima vita terribile del suolo esercitato dai padroni del Mondo. XV. Ei lo conobbe come conosce il figlio il sen materno, conobbe il suol latino come colui che alla mammella antica s'abbeverò con sete di giustizia. Vi giacque armato, sotto il seren d'aprile, e di rugiada nell'alba si coprì. Vi colse il fiore dell'asfodelo; misti alle fresche orme vi rinvenne i vestigi dei Fabii; v'ebbe a ginocchio il nemico; vi fu calpesto dai suoi nello scompiglio, dai cavalieri suoi fuggiaschi, ferito dall'unghie dure, di polve e sangue intriso, tremenda impronta, quando del cuore invitto impedimento al terrore improvviso ei fece solo e là, prono, col viso nella carraia, baciò la madre, vivo oltre la morte, e nel fragor sinistro l'urlo supremo della sua Lupa udì. XVI. O Verità cinta di quercia, quando canterai tu per i figli d'Italia, quando per tutti gli uomini canterai tu questo canto? L'umano alito mai più grandemente magnificò la carne misera; mai con émpito più grande l'anima pura vinse il carcame ignavo. L'onta dell'uomo, il corpo che si lagna e trema, che ha sonno, che ha sete fame paura, che ha orrore del suo sangue e delle sue viscere, che si salva, si cela, fugge, cade, invoca pietà, prega soccorso, per soffrire si giace e per morire chiude gli occhi, la salma pesante opaca e fragile, la carne misera e impura, l'onta dell'uomo schiavo, veduta fu sùbito trasmutarsi, al nomar d'un nome, in una sostanza novella, armata d'una vita tenace e numerosa come di germinanti membra e di vene perenni, inebriata di strage come di allegrezza, agitata con risa e grida se molto era la piaga vasta, se orrenda era, come si squassa una bandiera superba a rincuorare stanchi e codardi. Cantami, o Verità cinta di quercia, cantami questo canto! Eccoti innanzi le donne, ecco i vegliardi, ecco i fanciulli: le donne senza pianto, senza vecchiezza i vegliardi, a mortale gioco i fanciulli con la morte che passa; ecco guidato a suon di trombe il ballo dal buon Manara sotto il colle tonante; ecco il Masina, con la sua schiera franca di cavalieri bolognesi, l'uom d'arme e di piacere, ardentissima spada, gioioso a mensa come in campo, che già tinto in vermiglio ritorna al quarto assalto per la Corsina e sprona il suo cavallo su la scalèa, gli dà ferocia ed ali, colpito in petto non fa motto né lai, vuota la sella, stramazza, con le braccia aperte e il ventre prono sul sasso sta; ed ecco i suoi già pronti a dargli bagno di grana e coltre di porpora, le lame battute a freddo, le lance di Romagna, che per ammenda di Velletri han pagato un fiero scotto, eccoli tempestare su l'atterrato per trar dalla battaglia il corpo e dargli sepoltura, gli eguali dei belli Achei corazzati di rame sul corpo di Patroclo nato dal cielo, del caro al Pelìde compagno; mentre dardeggia la voce del grifagno Bixio ferito di piombo all'anguinaglia, voce di scherno, che fischia sfonda e taglia come la spada che tronca gli è rimasta nel pugno; e il fabro d'inni Mameli, il vate soave come Simonide ceo, ma più puro che l'ospite di Tessaglia, guerreggiatore laureato, sul franto ginocchio cade sorridendo; e di vasta anima un altro artefice, il lombardo Induno, alfine cade, giace forato come selvaggio bugno e per tanti varchi non la sua vasta anima dà ma inganna la morte, due volte fatto immortale. Ecco il Bronzetti, ad altri campi sacro, ad altro antico esempio, che il suo caro non abbandona già sotto le calcagna nemiche ma l'ardire e la pietà di Niso ingenuo innova; ecco il toscano Masi, il Sampieri veneto, ecco il lombardo Vismara, il Bacci piceno, l'apuano Giorgieri, duci e gregarii, il romano Spada, e Fulgenzio Fabrizi umbro ammirando al Ponte Milvio, e il conte ravennate Loreta, e il buon Savoia mantovano, e il buon Maestri, il monco, il mutilato di Morazzone, e quel gentil Montaldi già cacciatore al Salto e capitano che navigando laggiù pel guerreggiato fiume fu solo ed ebbe cento braccia a sostener con l'arme l'arrembaggio; ecco l'Anceo, il Silva, il Rodi, il Sacchi, il pro' Daverio, il Mellara, gli Strambio, il più bel fiore del sangue di Romagna e di Liguria e d'Umbria e di Toscana, d'ogni contrada, figli della montagna, figli del piano, figli del litorale, della città e del borgo selvaggio, il più bel fiore fiorito dalle madri nel vaticinio della gesta fatale, speranza e forza della profonda Italia, speranza che arde e forza che combatte, dolor che ride e giubilo che assale, solenne ebrezza, funebre voluttà, il più bel fiore fiorito dalle madri potenti come la terra che bagna il fiammeo flutto ond'è converso il latte robusto dato con compagnia di canti; e il Morosini, e i Dandolo, sonanti nomi nel bronzo della gloria navale, stirpe di dogi, sangue republicano che tinse già di suo colore i fianchi delle galere, il Mare Nostro, Candia, la Morea, Nasso, in cento assedii, e i sacri marmi d'Atene e l'oro di Bisanzio, spoglie del Mondo offerte alla Città. XVII. Villa Corsina, Casa dei Quattro Vènti, fumida prua del Vascello protesa nella tempesta, alti nomi per sempre solenni come Maratona Platèa Crèmera, luoghi già d'ozii di piaceri di melodie e di magnificenze fuggitive, orti custoditi da cieche statue ed arrisi da fontane serene, trasfigurati sùbito in rossi inferni vertiginosi, chi dirà la bellezza che in voi s'alzò dalla ruina e stette su l'Urbe come terribile astro a sera? chi canterà la vostra grande sera? Cadeva il dì crudo su fuoco e ferro. Tre volte e quattro iterato per l'erte scalèe l'assalto: grado per grado, pietra per pietra, preso e perduto e ripreso e riperduto il baluardo orrendo; accumulati i cadaveri a piè degli agrifogli, dei balaustri, delle statue, delle urne; fatto il pendìo riviera del sangue, cupo bulicame di membra lacere; acceso l'incendio; alzato al cielo impallidito il clamore supremo i Legionarii ansanti, arsi di sete e d'ira, armati di tronconi e di schegge neri di fumo e di polvere, belli e spaventosi parvero come quelli che superato avean l'uman potere con la scagliata anima (tale il segno superato è dal dardo veemente) e respiravan dai lor profondi petti piagati l'ansia d'un miracolo ardente. «Avanti!» allora gridò la voce immensa. Erano questi reduci dall'inferno raccolti presso le mura, tra il Vascello e San Pancrazio. Ansavan come belve cacciate innanzi dal fuoco nelle selve incendiate, esausti, dalla sete stretti le fauci; e non avean da bere se non sudore e sangue. Ognun coi denti secchi mozzò l'anelito, e si tese per obbedire. «Avanti!» ripeté la voce immensa. Ed il bianco mantello ondeggiò, come l'onda delle bandiere, su gli aridi occhi. S'udìa, contra il Vascello, spesso il nemico tonar dalle trincere della Corsina come da una fortezza. Perduta omai l'altura; folle impresa tentare un altro assalto; tutta l'erta spazzata; dubbio giungere a mezzo; certa la strage. «Avanti!» gridò la voce immensa e pura come il ciel di primavera sopra le fronti degli uomini promessi. E comandò agli uomini il portento. «Orsù, Emilio Dandolo, riprendete Villa Corsina! Su, di corsa, con vénti dei vostri prodi più prodi, a ferro freddo!» Ed il nomato tremò nel cuore udendo il nome suo in bocca della stessa Gloria. Caduto eragli già il fratello su la scalèa, spento. E disse: «O fratello, teco verrò!». Pronto, fece l'appello dei morituri. E la falange breve mosse all'assalto ultimo. Una gran febbre allora parve palpitare nel vespro, visibil come l'ardore nei deserti quando per l'aere vibra incessantemente. Sorse un clamore terribile nel vespro, terribil come quel dei romani petti che ferì l'aere ed i volanti uccelli quando rostrata salpò la quinquereme di Scipione. Videsi in alto un negro stuolo di corvi sbattere sul funesto Gianicolo, ove scendean le aquile un tempo con i presagi. E nel fuoco e nel ferro il fato della Republica fu certo. I morituri la videro morente nel sangue loro. Un disse: «Vinceremo». XVIII. Veniva, senza squilli, in corsa, alla Porta di San Pancrazio la seconda legione lombarda, quella dal Medici condotta florida schiera giovenile, corona di Lombardia. Il Vascello, dal prode Sacchi difeso fin quasi a mezzo il giorno, quindi tenuto da quel santo e feroce Manara cui serbata era la gloria di Villa Spada, sosteneva il maggiore sforzo nemico. Fervida era già l'opra degli approcci, era imminente già il crollo del fastigio, era già degli uccisi ingombro tutto il palagio. Or veniva al soccorso Giacomo Medici, incrollabile possa, compatto bronzo contra le sorti immoto. Dalla Toscana nel Lazio, senza colpo ferire, avea condotta la legione con disciplina durissima, per prove e patimenti infiniti, veloce e càuto, dando per guanciale al riposo la gleba o il sasso, avendo giorno e notte il rischio sempre alle spalle, di fronte e ai fianchi come dogo o molosso pronto ad azzannare senza latrato. Il sole, il vento, l'erbe, i torrenti, le rocce aveangli fatta selvaggia come un'orda la bella schiera. Ai giovini leoni, tutta la notte nutriti dall'odore della Campagna sacra nel periglioso cammino, Roma era apparita in fondo alla pianura nella sùbita aurora come una nube. Ed un grido era sorto: «O Madre!». Ed ogni cuore in quella parola s'era devoto, con volontà di gloria; e taluno ebro avea sentito forse nelle gramigne rimaste fra le chiome incolte il peso mortale degli allori. Veniva or dunque, senza squilli, alla Porta di San Pancrazio la seconda legione lombarda. Ed ecco, verso la Porta, incontro a lei la fila delle barelle atroce, con i feriti, con i morenti in mostra! Ed i feriti ed i morenti, incontro ai giovinetti floridi, del dolore fecero un riso non umano. E coloro che non avean più pel riso la bocca ma cave piaghe, gittarono dagli occhi il lor baleno; e taluno gittò le bende intrise discoprendo la coscia tronca od il ventre lacerato e gridò: «Resti con voi questo segno!». Ed un monco scosse ridendo il moncherino come un aspersorio di sangue e battezzò gli imberbi. E tutti ridevano di gioia come fanciulli, poiché la morte ai loro terribili atti mesceva un che di dolce, una bontà puerile, un candore di libertà mai detto da parola d'uomo né vinto in terra; e di candore splendevan essi nel dissanguarsi in fondo alle barelle che penetravan l'ombra di Roma fatta più profonda dal rombo che il Campidoglio spandea sonando a stormo. Nell'ombra «Viva la Republica!» urlò l'anima alzata del coro moribondo. E l'urlo sotto la Porta rimbombò. E la legione, scagliata dalla Porta eroica, entrò nella battaglia. Allora, bianco a traverso la bufera del fuoco, bianco sul suo cavallo agile come un tigre dómo, non simile ad un uomo fragile ma simile ad una forza onnipresente espressa dalla lotta stessa dei fati e degli uomini, incontro ai giovinetti venne il Liberatore. Muto trascorse lungh'esse le coorti adolescenti come fa il nembo sopra le spiche ma l'anime ch'ei piegò col suo gran soffio parvero dall'angoscia risollevarsi moltiplicate. Gli occhi erano intenti a lui; e con un solo sguardo ei toccò le anime come un solo baleno tocca le innumerevoli onde. «Avanti!» allora gridò l'immensa voce. Ed il cavallo a un tratto s'arrestò come un torrente precluso che si copre di schiume. Calmo il cavaliere biondo parve più alto, signore delle sorti, sicuro. Spessi fischiavangli d'intorno gli obici senza toccarlo; orrido scroscio facean su i muri del Vascello; talora sordi facean nella legione un solco ove spariva qualche silenzioso capo atterrato. Si protese, raccolse il puro sogno dei giovinetti morti nella sua voce che fu pei vivi come la melodia della materna Roma. «Giovani, avanti, ché vinceremo anche oggi!» Non con lo sprone ma col suo grande cuore ei sollevò il suo cavallo a volo: nel balzo il bianco mantello palpitò come la bianca ala della Vittoria. Il giovenile grido coperse i tuoni del monte, dietro il galoppo senza orma. Nella fumèa del vespro, intorno a Roma, erano ovunque la ruina e la morte. Ma chi morì, morì vittorioso. XIX. Con gli occhi fissi interroga il Destino il Dittatore. Arde tra le apparite stragi, nel grido dei magnanimi figli. Arde, in silenzio, della sua febbre antica. E la grandezza di ciò che fu compito s'alza e sovrasta alla notte sublime. «Ah non invano! Ah non invano!» dice la sua speranza. «Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile! Altra rugiada aspettan le gramigne dell'Agro, e avranno altra rugiada, prima che sorga l'alba della novella vita. O Madre, e quel che ti daremo vinca di santità quello che t'offerimmo. Pur t'offerimmo quel ch'era in noi divino.» Ed ecco ei tende la mano, come chi promette, ei tende la mano che spartiva le sue semente con la saggezza antica, la man che già seminò, che al mattino seminerà là dove fu il granito. Per testimone ha l'anima sua. Dice: «Verrò, verrò. Là donde mi partii ritornerò». La trista dipartita ripensa: il luglio torrido; le milizie raccolte in piazza, mute sotto il meriggio muto, al conspetto del Vaticano inviso, come le statue dei portici; il sorriso che gli sgorgò dai precordii alla vista della coorte adolescente; Iddio nei cieli azzurri, il silenzio infinito, l'orazion piccola «Io offro a chi mi vuol seguire fame sete fatiche combattimenti e morte»; poi l'uscita da San Giovanni, tutto il popolo afflitto che lacrimava e le Trasteverine accorse in gara che spargevano i gigli sotto il cavallo dell'eroina Anita a San Giovanni, il sordo calpestio in notte chiara su la Via Tiburtina con la grande ombra di Roma che seguiva i legionarii, la sosta su la cima nuda, l'estremo sguardo, l'estremo addio alla Città già in mano del nemico; e poi la corsa di confine in confine per monti e valli, l'arrivo a San Marino, al bel Titano, con la sua schiera esigua sfuggita a quattro eserciti, la fine dell'alta guerra, il Mare, l'accanito inseguimento per le selvagge rive, per le paludi febbrose, l'agonia della sua donna sotto il sole maligno, il disperato remeggio verso il lido di Chiassi, il dolce corpo su l'erbe arsicce morente, poi l'abbandono improvviso sopra la Costa di Paviero, il supplizio feroce, il caro corpo non seppellito nella calura lùgubre l'infierire di tutti i mali contro l'anima invitta. «O Madre, e quel che ti daremo vinca di santità quello che t'offerimmo» dice l'Eroe che seppe ben patire. Per testimone ha l'anima sua. Dice: «Verrò, verrò. Là donde mi partii ritornerò, Madre, per ben morire». XX. Or s'è placato il cuore in quel suo puro atto di fede e in quell'offerta. Il giusto seminatore, innanzi ch'ei s'induca al meritato sonno, innanzi ch'ei chiuda gli occhi da tanta visione consunti, getta il buon seme del dolore futuro. Ascolta il vento, esplorator notturno che indaga gli antri, che visita le rupi, che parla e poi tace, tace e poi rugge. Pensa il piloto: «Reca lungi l'augurio tu che ben sei vento italico, più nostro che ogni altro, Maestrale, robusto tenditor di vele latine, duro scotitor di latine selve, tu che tra Ponente e Borea spiri, giù dalle Alpi insino al Peloro, per tutta la Italia e segui l'Apennino e le punte dei promontorii tutte sul mare giungi in libertà, Maestrale, tu lungi in questa prima notte reca il saluto dell'uomo a quella che sta nella pianura oltre Argentaro, nell'Agro taciturno che divorò le stirpi, e l'assicura che a lei pensò l'uomo quando la prua sciolse da Quarto, ed a lei quando fu presa la riva, e sempre in ogni pugna a lei, dal Pianto dei Romani, laggiù, da Gibilrossa, dal Faro, dal Volturno. E, come attende l'uomo, tu l'assicura che a lei verrà se pur sempre all'autunno segua l'inverno e dall'inverno surga la primavera. Intanto ei veglia e scruta». Così promette il piloto di altura e di rivaggio, l'uomo tirrenio, instrutto di sapienza pelasga, che misura senza fallire con l'occhio l'azzimutto e su la linea di fede sa condurre il suo naviglio con bussola vetusta, col buon pinàce di manico sicuro, privo dell'ago, dell'ago che si turba strepita impazza smarrisce sua virtù. «Andremo a poggia e all'orza. Orza di punta!» pensa il piloto. E il sorriso si schiude nel suo oro. «Alle mure dei trevi! Mura!» Silenzioso ride: pensa la susta che tiene a segno l'antenna latina. Una minaccia arguta par che il suo riso aguzzi. Ei sa che avrà vento traverso, buffi di vento obliquo; ma sa come si muri. E crolla il capo incolpevole. «Orsù via, che domani si semina!» Nel suo pensiero ondeggia di biade il sasso brullo. S'accosta al letto placido ove il lin rude par che di sale odori, male asciutta vela che quivi posi dalle fortune. Il sacco è a piè del letto; l'arme luce su l'origliere: il sogno eterno illude quella divina anima di fanciullo. XXI. Or mentre giace, sopra il vento intermesso ode un belato. Belare ode un agnello forse smarrito nelle rupi deserte; per la notte ode una voce innocente che chiede prega geme trema si perde. Già sollevato in sul cubito, teso l'orecchio, ascolta nelle pause del vento. La voce trema prega geme. «È un agnello smarrito; cerca la madre» E balza in piedi il Dittatore. Indossa le sue vesti, rapido come allor che il pro' Daverio il tre di giugno entrò dov'ei giaceva pesto e ferito, urlando «La bandiera!». Durano affé i buoni usi di guerra, se bene tace la diana, a Caprera. Anche allora brillavano le stelle. Il Dittatore cammina contravvento. A quando a quando sosta, tende l'orecchio se mai distingua, tra i colpi del maestro, sopra gli schianti della risacca, il segno di quel belare. Conosce dall'altezza dell'Orse l'ora. Tutto il cielo è sereno. Le sette Guardie tramontan sul Tirreno. Il buon piloto mira le chiare stelle dei marinai, le dolci Gallinelle sul collo al Toro, nell'ala pegasèa Markab, in bocca al Cane Sirio ardente, e su la spalla d'Orione Adhaèr, e Vega e Arturo e Canòpo e la Perla. D'antico tempo or gli sovviene. Regge, nella memoria, col pollice l'anello dell'astrolabio e studia come ascenda un astro e come si colchi, nel silenzio dei mari. Gira sul capo il ciel sereno. L'isola acclive è come una galèa grande che sola navighi verso terre lontane. Il vento cade. Ed ecco l'agnello chiama la madre nelle rupi deserte: s'ode la voce che trema prega geme. «O creatura di Dio, dove sei persa?» Ed ecco un che di bianco, un che di lieve nell'ombra, come una falda di neve intiepidita da una pena vivente. L'uomo si china verso la pena, sente il vello, prende con le mani leggiere la creatura di Dio, l'alza, la tiene fra le sue braccia, l'accoglie sul suo petto. Non fu pastore ei forse? Gli sovviene d'antico tempo quando migrò col gregge alle pianure su l'ampia orma paterna, quando di fuochi notturni cinse il gregge, fatta la sosta intorno alla cisterna. L'anima sua ora è come la terra, è come il mare, è come il firmamento, come la forza delle stirpi guerriere e pastorali che nel cominciamento furono, come la verginità fresca del primo sguardo che dalla cosa espresse il mito, come la meraviglia ingenua animatrice che d'ogni cosa fece una bellezza e la favola breve dell'uom fallace converse in gioia eterna. XXII. Col novel peso pianamente sen va alla sua casa, portando nelle braccia la creatura che tuttavia si lagna, che chiama chiama, che chiama la sua madre. Il vento cade, il mare s'abbonaccia, il ciel s'imbianca. Ei sente nella faccia pungere l'uzza mattutina, e la guazza piovere sente su l'oro della barba che si confonde con quella dolce lana. «O creatura, non posso io darti latte» dice il pastore sorridendo al belato che non si placa. «Tu chiami la tua madre. Dove sarà ella? Molto lontana? E veggo già che s'avvicina l'alba; sicché non giova tornare alla mia casa; ma giova a te avere la tua madre che anche ti chiama, che ha la poppa gonfiata di molto latte che tu ti beverai.» Ed ei si gode nel suo cuore piegando a un'altra via, però che bene ei sa la via del chiuso ove la greggia scarsa attende l'ora della pastura. L'alba stampa nel ciel le sue dita rosate quando all'ovile giunge, all'ovile fatto di schiette pietre che scelse di sua mano e poi commesse e legò con la calce e vi coprì tutto il tetto di lastre pulite ed anche vi fece di legname sodo la porta, come artiere d'ogni arte ch'ei fu, che sempre sarà finché le braccia gli reggeranno. Or, mentre giunge, il cane lo riconosce come riconobbe Argo sul concio il dire del molto travagliato Odisseo; sì lo riconosce il sardo mastino, forte, fulvo, e balzagli innanzi e gli fa festa. Ma, dal chiuso, al richiamo della deserta creatura la madre risponde. Senza indugio il pastore apre la porta e càuto depone al limitare di pietra il redo che, su le oblique zampe lanose, come un infante traballa, bela dal roseo muso, per l'ombra calda saltella in cerca della poppa gonfiata. Chino alla porta, dell'avido poppare si gode l'uomo incolpevole; è pago; ché buono ei stima l'odore della calda lana nell'uzza che punge aspra di sale, e invero sol gli rincresce d'un pane, d'un pan che manca alla sua lieta fame sì mattutina. «Ecco che è fatta l'alba. Riconterò le mie pecore.» Taglia una verga, entra nel chiuso, e caccia il branco. Nitrire i suoi cavalli di battaglia ode all'aperto. Respira: «Oh Libertà!». Poi, sufolando ne' modi della Pampa e dell'Oceano, pascola verso il mare. Canti della morte e della gloria I. O Verità cinta di quercia, canta la tristezza del popolo latino, il Sol che muore dietro l'Aventino e la notte che abbraccia l'Arce santa. Ahi che lungi egualmente a Roma, e in quanta lontananza entro l'ombra del destino compiuto, sono i Fabi e il lor divino Crèmera, Villagloria e i suoi settanta! Esausto è il latte della Lupa stracca nelle flaccide mamme, e tutto è spoglio dai ladruncoli il fico ruminale. Acca Larenzia lucra da baldracca. L'oca senz'ale abita il Campidoglio e la talpa senz'occhi il Quirinale. II. Il pastore d'Amulio dal galèro di pel lupigno, Fàustolo che scorse il pico verde e quel seguendo accorse al loco lupercale umido e nero, indi prese i Gemelli, uno leggero, l'altro più grave, e nudi ambo li porse a Larenzia mammosa, non s'accorse che in un pesava il peso dell'impero. Il peso dell'impero e del delitto necessario facea grave il fratello di Remo, sacro all'augurale volo. Ei diede al mondo l'Urbe e al cuore invitto del Guerriero insegnò come sia bello con un sogno di gloria restar solo. III. La gloria fu. L'ultime vite insigni si spengono sul suol di Dante a un tratto come le faci in un festin protratto quando il cielo arde di baglior sanguigni. Vanno lungi da noi l'Aquile e i Cigni: quei ch'ebber pronta la virtù dell'atto e quei ch'ebber nel cuore il sogno intatto; né si vede che il seme lor ralligni. Alziamo gli Inni funebri, sul gregge ignaro, alla Potenza che ci lascia, alla Bellezza che da noi s'esilia. Implacabile è il Canto e la sua legge. E però leva su, vinci l'ambascia, Anima mia. Questa è la tua vigilia. Per la morte di Giovanni Segantini Implorazione dei monti, voci del regno alto e santo, dolor selvaggio dei vènti combattuti, profondo pianto delle sorgenti pure, quando l'ombra discesa da un più alto regno benda la rupe e il ghiacciaio albeggia solo come un cammino che attenda grandi orme venture! Salutazione dei monti, coro delle gioie prime, laude impetuosa dei torrenti, fremito delle cime percosse dalla meraviglia, quando si fa la luce nelle vene della pietra come nelle fibre del fiore perché Demetra rivede la sua figlia! Dominazione dei monti, purità delle cose intatte, forza generatrice delle fiumane pròvvide e delle schiatte armate per l'eterna guerra, mistero delle più remote origini quando un pensiero divino abitava le fronti emerse dai mari! O mistero, purità, forza sopra la Terra! Spenti son gli occhi umili e degni ove s'accolse l'infinita bellezza, partita è l'anima ove l'ombra e la luce la vita e la morte furon come una sola preghiera, e la melodìa del ruscello e il mugghio dell'armento e il tuono della tempesta e il grido dell'aquila e il gemito dell'uomo furon come una sola parola, e tutte le cose furono come una sola cosa abbracciata per sempre dalla sua silenziosa potenza come dall'aria. Partita è su i venti ebra di libertà l'anima dolce e rude di colui che cercava una patria nelle altezze più nude sempre più solitaria. O monti, purità delle cose intatte, forza, mistero sopra la Terra, ella va e ritorna come un pensiero immortale sopra la Terra. O monti, o culmini, il suo dolore fu come la vostra ombra sopra la Terra. La sua gioia sarà oltre la sua tomba un palpito della Terra. Per la morte di Giuseppe Verdi Si chinaron su lui tre vaste fronti terribili, col pondo degli eterni pensieri e del dolore: Dante Alighieri che sorresse il mondo in suo pugno ed i fonti dell'universa vita ebbe in suo cuore; Leonardo, signore di verità, re dei dominii oscuri, fissa pupilla a' rai de' Soli ignoti; il ferreo Buonarroti che animò del suo gran disdegno in duri massi gli imperituri figli, i ribelli eroi silenziosi onde il Destino è vinto. Vegliato fu da' suoi fratelli antichi il creatore estinto. Come la nube, quando è spento il Sole dietro le opache cime, di fulgore durabile s'arrossa: contro all'ombre notturne arde sublime la titanica mole e la notte non ha contro a lei possa: così dalle affrante ossa l'anima alzata contrastò la Morte, avverso il buio perdurò splendente. Dinanzi alla veggente tutte aperte rimasero le porte del Mistero, e la sorte umana fu sospesa su l'alte soglie ove la Forza trema. Sul rombo, nell'attesa, allor sonò la melodìa suprema. La melodìa suprema della Patria in un immenso coro di popoli salì verso il defunto. Infinita, dal Brènnero al Peloro e dal Cìmino al Catria, accompagnò nei cieli il figlio assunto. E colui, che congiunto in terra avea con la virtù de' suoni tutti gli spirti per la santa guerra, pur li congiunse in terra col suo silenzio funerale e proni li fece innanzi ai troni ed ai vetusti altari ove l'Italia fu regina e iddia. Canzon, per i tre mari vola dal cuor che spera e non oblìa! E «Ti sovvenga!» sia la tua parola. Vegliato fu da' suoi fratelli antichi il creator che dorme. E simile alle fronti degli eroi era la fronte, sola e pura come giogo alpestro, enorme. E profonde eran l'orme impresse dal suo piè nella materna zolla, profonde al pari delle antiche; e l'alte sue fatiche erano intese ad una gioia eterna; e come l'onda alterna dei mari fu il suo canto intorno al mondo, per le genti umane. E noi, nell'ardor santo, ci nutrimmo di lui come del pane. Ci nutrimmo di lui come dell'aria libera ed infinita cui dà la terra tutti i suoi sapori. La bellezza e la forza di sua vita, che parve solitaria, furon come su noi cieli canori. Egli trasse i suoi cori dall'imo gorgo dell'ansante folla. Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse ed amò per tutti. Fu come l'aura, fu come la polla. Ma, nato dalla zolla, dalla madre dei buoi forti e dell'ampie querci e del frumento, nel bronzo degli eroi foggiò sé stesso il creatore spento. E disse l'Alighieri in tra gli eguali nella funebre notte: «O gloria dei Latin', come tramonti!». Quivi bianche parean dalle incorrotte spoglie grandeggiar le ali sotto la fiamma delle vaste fronti. E Dante disse: «O fonti della divina melodia richiusi in lui per sempre, che tutti li aperse! Ecco quei che s'aderse, su la sua gloria, in cieli più diffusi e agli uomini confusi parve subitamente artefice maggior della sua gloria. O natura possente, non conoscemmo noi questa vittoria!». E Leonardo: «Innanzi ebb'io la nuda faccia del Mondo immensa, come quella dell'Uom che a dentro incisi. Creai la luce in Cristo su la mensa e creai l'ombra in Giuda. Dell'Infinito feci i miei sorrisi. Poi, nel vespro, m'assisi calmo alla sommità della saggezza ed ascoltai la musica solenne. Per quali vie convenne meco quest'aspra forza a tale altezza? Come questa vecchiezza semplice e sola attinse il culmine ove regna il mio pensiero? Fratello m'è chi vinse il suo fato e tentò novo sentiero». E il Buonarroti disse: «Io prima oscuro, per opra più perfetta rinascere, di me nacqui modello. Poi mi scolpii nella virtù concetta, come nel marmo puro s'adempion le promesse del martello. E posi me suggello violento sul secolo carnale di grandi cose moribonde carco. Irato apersi un varco nelle rupi all'esercito immortale degli eroi sopra il Male vindici; senza pace, stirpe insonne, anelammo all'alto segno. Ben costui che or si giace tal cuore ebbe, s'armò di tal disdegno». Nella notte così gli eterni spirti riconobbero il Grande cui sceso era pe' tempi il lor retaggio. Il titano giacea senza ghirlande, senza lauri né mirti, sol coronato del suo crin selvaggio. E, come il primo raggio dell'alba fu, la maggior voce disse: «O patria, degna di trionfal fama!». E parve che una brama di rinnovanza dalla terra escisse, e che le zolle scisse dai vomeri altro seme chiedessero a novel seminatore, e che l'onte supreme vendicasse la forza del dolore. Canzon, per i tre mari vola dal cuor che spera oltre il destino, recando il buon messaggio a chi l'aspetta. Aquila giovinetta, batti le penne su per l'Apennino; per l'aere latino rapidamente vola, poi discendi con impeto nei piani sacri ove Roma è sola, getta il più fiero grido e là rimani. Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini Nell'isola divina che l'etnèo Giove alla figlia di Demetra antica donò ricca di messi e di cavalli, di lunghe navi e di città potenti, d'aste corusche e di cerate canne, di magnanimi eroi e di pastori melodiosi, dal santo lido ove apparì l'Alfeo terribile che tenne la sua brama immune dentro all'infecondo sale, da Ortigia ramoscel di Siracusa, che fu sorella a Delo e abbeverava nell'orrore notturno la sirena ai fonti ascosi, il re degli inni Pindaro tebano assiso in ferreo trono, invocando le Grazie dal sen vasto e l'Ardire e la Forza e l'Abondanza sopra l'anima pura, celebrò le vittorie dei mortali. Per gli inni trionfali, con l'olivo selvaggio e il bronzeo vaso, i vincitori furono gli eguali dei belli iddii nel sole senza occaso. Inni, rapidi figli del furore e della fiamma, qual degli iddii, quale eroe, quale uomo noi celebreremo oggi al conspetto del religioso popolo accolto che offre alla Potenza generata dal suo dolente grembo una preghiera? Il dio celebreremo noi, pel cuore innumerevole avido di eterna vita, l'eroe celebreremo e l'uomo in una sola forma di bellezza giovenile, rapita negli alti astri ma sempre ritornante in terra come la primavera. Simile al mare procelloso incontro alle foci dei fiumi, che sforza verso le sorgenti prime verso le auguste origini montane la gran copia dell'acque (beve intorno la terra e si feconda), simile al mare l'onda del canto volga impetuosamente questa che palpita anima profonda verso l'antichità di nostra gente. Dove il veglio Stesicoro per Ilio ereditò la cecità di Omero, dove Pindaro assunse ai cieli il carro del re Ierone fondatore d'Etna e Teocrito addusse tra i bifolchi eloquenti le Càriti dal fresco fiato silvano, quivi improvvisa dopo il lungo esilio la doriense Musa ricomparve tra l'immemore popolo, improvvisa animò la siringa dell'occulto Pan, cui la cera dato avea l'odore del miele (appreso aveale a lamentarsi il labbro umano); e il dolore degli uomini e l'amore degli uomini e le cieche speranze e le bellezze della vita e della morte e tutte le virtudi riebbero nel Canto la purità sublime e necessaria. Oh sagliente nell'aria che la nutrì, semplice nuda e sola, come nel tempio la colonna paria, la melodìa che vince ogni parola! Gli Itali palpitaron di novella attesa udendo quella giovenile voce nell'aria limpida salire; e l'olivo che cinge i poggi curvi lungh'essi i patrii mari santo parve alle dischiuse ciglia e ancor più santo parve l'alloro; però ch'eglino, tristi servi, in quella voce riconoscessero l'antica lor giovinezza e la meravigliosa verginità dell'anima primiera che creò nella luce l'immutato ordine e bianco per gli intercolunnii condusse il coro. Cantava inconsapevole, su i giorni e su l'opre comuni il figlio degli Ellèni in false vesti, tra vane moltitudini loquaci, lungi ai marmi natali; e in cor gli ardeva una tristezza ignota, mentre nella remota isola i suoi teatri pel notturno silenzio biancheggiavano e la vota scena attendeva l'urto del coturno. «Egli è morto, l'Orfeo dorico è morto! Sicelie Muse, incominciate il carme fùnebre! O rosignoli, annunziate ad Aretusa ch'egli è morto e il canto morto è con lui, e il latte non fluisce più, né dai favi il miele, ché perito è nella cera per lo dolore; e il verde apio nell'orto langue, e l'aneto aulente; e le montagne son tacite, e le fonti nelle selve plorano, e al mare Cèrilo fa lai. Sicelie Muse, incominciate il carme fùnebre! Varca il doriense Orfeo l'atra riviera.» Non sonò forse questo antico pianto sul trapassato auleta? «Omai chi canterà su le tue canne? Respiran elle come le tue labbra. Pan non si ardisce. E oppresso tu dal silenzio della Terra sei! Ma, se canti a colei che pur pensosa è d'Enna in Acheronte, ella in memoria dei narcissi ennèi ti ridona al tuo mare ed al tuo monte.» Non piansero così forse i selvaggi flauti contesti con la cera e il lino, al mar siciliano e a piè del cavo rogo vulcanio? E le città illustri piangevano, come Ascra per Esiodo, per Archiloco Paro, per Alceo Lesbo su l'acque. Inno di gloria, irràggiati dei raggi più fulgidi recando all'ansiosa moltitudine, accolta nel Teatro riconsacrato dalla reverenza, l'imagine del giovine Cantore. auspice e i testimonii del fatale suolo ove nacque. Alto pel mar duplice ei vien cantando, il figlio degli Ellèni, il subitaneo fiore della Madre Ellade. Ei vien cantando la bellezza e il dolore dell'Uomo. Il genio della stirpe lui conduce, pervigile. La luce è la sua legge. E l'orizzonte immenso, con tutto che la Terra alma produce volgesi a lui come un divin consenso. Saluta, mentr'ei viene, Inno, l'ignita vetta e il lido aretùside, sospiro d'Atene, e le vocali selve, e i fiumi che il chiaro Ionio beve, e Siracusa e Taormina e la natal Catana con l'orme che v'impressero congiunte Ellade e Roma. La luce regna. Una profonda vita anima le ruine respiranti per mille bocche cerule nel mare e nel cielo. L'alta erba occupa i gradi marmorei, ove i secoli silenti e invisibili ascoltano il tragedo che non si noma. Tra il cielo e il mare le deserte orchestre come stromenti cavi s'aprono per accogliere la voce misteriosa cui risponde il coro dei Vènti peregrini. E la tempesta che laggiù percote le grandi rupi immote contra i frangenti, e il tremito del lieve stelo tra i rotti fregi, son le note dell'istessa parola eterna e breve. Italia, Italia, quale messaggero di popoli trarrà da quel silenzio venerando il messaggio che s'attende? Quivi taluno interroga i vestigi? pacato curvasi ad apprender come si tagli il marmo per edificare immortalmente? O altrove, altrove affòrzasi il pensiero liberatore in qualche eroica fronte su cui ventò lo spirito dell'alba promessa? Dove? Dove Leonardo temprò il sorriso, penetrò le ambagi del corpo umano, dominò la forza della corrente? Sotto l'ombra dell'Alpi vigilate? Nella ligure piaggia onde salpò la prua ferrea di cuori? Nella candida pace della valle umbra dove Francesco nutrì di sé le dolci creature? Fra l'alte sepolture della città ch'ebbe di Dante l'ossa e al gran nome sfavilla di future sorti qual fredda selce alla percossa? O nella polve (Inno d'amore, batti l'ale tue forti!) nella sacra polve del Fòro suscitata oggi dai ferri animosi che rompono i suggelli del Tempo e riconducono alla luce dell'Anima e del Sole i testimonii primi dell'Urbe? Ovunque i bei pensieri e i grandi fatti si preparino, quivi arde un altare alla Dea Roma e il buono Eroe s'attende. Inno, che nell'ardore della mia anima come in fervida fucina foggiarono le mie speranze invitte, saluta l'Urbe! Saluta, nella gloria del Cantore fiorito a piè dell'Etna, l'Aventino sul Tevere d'Italia, il monte che salivano i Carmenti aedi del Futuro; però che tutto alla Gran Madre torni e d'ogni raggio s'orni il suo capo che sta sopra la Terra. Sveglia i dormenti e annunzia ai desti: «I giorni sono prossimi. Usciamo all'alta guerra!». Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo Come sopra la forza del monte tra la selva e il fonte, tra la palude e il fiume, in vista all'infaticato mare, nell'altezza dell'etra venerabile, con suon di cetra e di flauto, armoniosamente, l'immune dalla morte Eroe figlio del Nume edificava per l'industre e pugnace sua gente, e pel Fato, la città illustre di molte porte e di molte are; così edificò Egli nella luce e nell'ombra l'opera d'eterne parole che ingombra l'orizzonte umano con la sua mole immensa; e l'abitarono i vegli esperti d'infiniti mali, le vergini vereconde, i lieti pargoli, i guerrieri sanguigni, e i mostri carnali senza fronte, che faceano insonni i profeti ne' lor chiostri di macigni, le onte irte d'artigli e d'ali, di cigli e di rostri. Nazione di Dante, se l'anima tua non è morta, se il tuo braccio ancor vale, se ancor la tua voce risuona, se t'arde nella memoria favilla del romano orgoglio, o custode del Libro immortale, percuoti lo scudo raggiante sospeso alla porta del tuo Tempio ideale, solleva una vasta corona dal tuo Campidoglio, e grida: «Gloria! Gloria! Gloria!» come nei giorni delle tue magnificenze; perocché oggi ritorni l'edificator Titano trasfigurato sopra gli anni e i tiranni, spiriti adducendo di amore su vènti di letizia, nella sua pura vittoria le sacre invocando potenze testimoni al cruciato di Scizia: «O Terra! O Madre! O chiaro Etere! Mutato è in gioia degli uomini quel ch'io soffersi per la Giustizia». Gloria all'esule Eroe che invoco, Nazione di Dante, all'aedo che seppe pur l'altra parola del Portatore-di-fuoco! «Più grato m'è l'esser prigione del sasso, che servo del tuo signore.» E sola eragli intorno la rupe, e solo eragli l'Oceano intorno ululante; e il lamento dei popoli ignavi sul vento ferivagli il cuore ferito; e la nuvola del suo dolore occupava il ciel taciturno procellosa, di folgori spessa; e l'ira indefessa latrava pel tragico lito all'orrore notturno, più trista che Niobe nel mito. Ma egli aspettò la sua vela, ospite sovrumano del granito, come Eschilo a Gela ospite fu del vulcano. E le parole sue costrinsero il Fato lontano a premere la ferrea mano su l'impero di sangue e di lue. O nembo sonante dell'Ode, rischiara dei tuoi rotti lampi l'immensità del suo cuore! La Gallia, distesa tra i campi nubilosi e le prode del Mediterraneo lucente, nel suo cuore è compresa con la profonda Ardenna e la Provenza serena ove canta la cicala d'Apolline all'olivo d'Atena, e la Bretagna silente dai candidi lini che prega rammemora e sogna coronata di giunchi marini, e la Borgogna che al ferro duro partitor di retaggi è madre e alle vigne opime onde fiammea gioia s'esprime. Integro nel suo petto è il suo dolce paese; e nell'anima sua ferve il solco della nave focese che venne recando il perfetto dell'Ellade fiore nel seno petroso ove nacque Massilia a specchio dell'acque. Ma il tutto è in lui. Nel suo petto concluso è il mondo. Ogni raggio, ogni tenebra in lui discende, da lui parte. Il suo spirto selvaggio e divino s'oscura e risplende come la Notte, come il Giorno. Egli è Pan, la sostanza del Cielo della Terra e del Mare, l'Orgiaste, il Sonoro, il Vagabondo, il dio dal piè caprino, dal corno lunare, il signore del coro, il duce dell'eterno ritorno, che sopporta le stelle, incita le stirpi, dischiude la porta delle eterne visioni. Crescono in lui stagioni ineffabili. La polve dei secoli s'anima al fiato della sua bocca e levasi in trombe impetuose. Le tombe gli rendono i morti e i misteri. Dal silenzio Egli trae tutti i suoni. I novi pensieri suoi forti per entro alle selve dei tempi si scagliano come leoni. Sale il monte, scompare nell'atra nube, parla con l'aquile e i vènti. Dietro di sé lascia la turba che latra, la città del sangue e del lucro, la femmina molle; fa sosta ai torrenti. Beve, come i profeti, nel cavo della mano, mentre all'opposta riva rugge il fratel suo flavo. Come l'artefice folle del Macedone, ebro di fasto, emulando con l'arte l'orgoglio, foggia nel monte il colosso del suo desiderio inumano che cerca il dominio più vasto, che anela il più fulgido soglio. Come il dio degli eserciti, grida: «Io ti darò una fronte più dura che le fronti loro». Veggon di lungi le genti torreggiare quel suo simulacro. Dicono: «Chi trasfigura il monte?». I muscoli ingenti constringono l'ardua ossatura terribili come i serpenti che attorsero Laocoonte. Guardan l'aquile il sacro lavoro. Egli sa ciò che deve perire, e il segreto travaglio onde nasce la nova speranza o la nova beltà su la doglia del mondo, ora curvo come sotto il pondo di popoli morti, d'immensi tumuli, d'infami ruine, or raggiante di vite future. Legioni di re, coorti di pontefici e d'imperatori ebri di lutti e d'incensi, lordi di menzogne e di fuchi, torme di carnefici sordi, d'eunuchi infermi di paure, moltitudini di meretrici fameliche come le tombe, si mutano in tacita polve nelle profondità delle vie nascoste; e la polve, sitibonda sorella del fango, riceve il pianto dei cieli; e il suono d'una parola v'è seminato: «La spada si torce, la tiara si offusca, la corona si apre, la catena si spezza, il supplizio si arresta. Gloria alla Terra!». Egli canta: «Gloria alla Terra! Benigna è la madre e severa alle sue schiatte, incorruttibile e certa. Ama il figlio che pensa e che spera, che opera e che combatte; e l'innocenza offerta a tutte le vite è il suo latte, e la giustizia è la sua mammella». Canta: «Ogni alba è novella. La vittoria è nel grembo dell'alba fecondata dal sogno del forte. O Spirto, vinceremo noi l'immite elemento, e la morte informe che in fiumi d'oblio i solchi profondati agguaglia. L'un sotto il giogo dell'uomo si curverà come giumento; l'altra si farà bella del canto che eterna il cuor degli eroi. L'inno del divino ordine sorgerà dal grido rauco, dal fragor della battaglia. E la bianca rondine che vola verso l'eternità, la Speranza del giusto, farà il suo nido nelle fauci inerti del Destino». Canta: «Il bisogno, aratro infaticabile, travaglia le moltitudini folte, fremebonda gleba. Innumerevoli mani levate alla minaccia son le spighe ond'è irto il sanguineo campo fenduto. Noi getteremo, o Spino, il seme per altre raccolte. Bandiremo conviti d'amore con beatitudini molte. Tesseremo la bianca tovaglia con una invisibile spola. Il nostro puro fromento non patirà la mola per convertirsi in pani. Il ramoscel cresciuto all'ombra del dio che consola ornerà, con l'alloro e col mirto, le mense pie di domani. Il lin sincero e la lana rude al conviva saran vestimento. Su la porta che mai non si chiude ove l'uom dice: «Entra e rimani», sarà scritta la grande parola COMINCIAMENTO». Ed Egli tace, nella grazia della terra vestita di cielo, simile al fiume che sazia di sé le moltitudini e i campi. Tutto il Bene è nell'occhio profondo. La pagina del suo vangelo palpita come l'ala che in aere si spazia, splende come velo che avvampi. Tace Egli e guarda. Il suo petto titanico esala il soffio pacato d'un mondo. Tace e contempla. Una scala sorge nel suo sogno, diritta, di crisòlito e di diamante. All'imo un re moribondo v'è senza eredi; e confitta da presso v'è l'onta d'un pastor senza legge, che spinga i suoi cotti piedi come quei nella bolgia di Dante. Ma stirpi ansiose in catena infinita vi salgono. Al sommo dell'ansia il miracolo sta: la suprema bellezza, la gioia suprema, la gloria suprema: nella Luce la Libertà. O libera forza dell'Ode che precipiti sopra le turbe estuose e fai tua rapina dei cuor maschi, e il lor palpito s'ode fra i tuoi gridi intermesso, e teco li traggi ed esalti insino all'ardor che commuta in una adamantìna tempra il desire e il volere, o Ardente!, quali faci arderemo noi, quali fuochi, quali alti roghi, quali incendii vasti accenderemo noi presso e lunge, su i colli dell'Urbe, alle prode del Tevere, nei paschi dell'Agro, oggi, per questo che giunge di torri incoronato ospite del Campidoglio? Ecco le terme, ecco i circhi, gli archi, gli acquedotti roggi, vertebre dei secoli, orridi ossi. Ma se Roma si levi dal soglio per lui onorare, oggi eretta apparirà più grande a questo che vien d'oltremonte fabro di colossi, con fragore di scudi percossi. «Patria! Patria!» gridavan gli Ellèni percotendo gli scudi sospesi alle porte dei templi, quando escivan dal bianco Teatro pieni il petto del ditirambo religioso cui Eschilo dato avea l'angue e la torcia dell'insonne Erinni. «Patria! Patria!» E con ambo le braccia cingean le colonne pure, sorelle degli inni. Percotiamo gli scudi chiamando il dolce e terribile nome, suggello di labbra più sante. Colui che oggi sale il Monte Tarpeo, l'amò d'alto amore ché l'udì dalle labbra di Dante. «Italia! Italia!» Una voce d'iroso dolore dall'adriatico mare, dal mare che chiude altri morti, dal mare che vide altre onte, ripete oggi il grido, ahi, vano. E il cuore anco spera? E la fede non langue? Calpesta dal barbaro atroce, o Madre che dormi, ti chiama una figlia che gronda di sangue. Per la morte di un distruttore F.N. XXV AGOSTO MCM Disse al cuore dell'uomo: «Quando tu fervi, o cuore, largo e pieno, simile alla grande fiumana, beneficio e periglio dei lidi, quivi la tua virtù s'inizia». Disse: «Nel deserto estremo, con risa e con gridi, danzando e cantando, irrompe il mio desiderio e irraggia la sua letizia. Nacque su le montagne eterne la mia saggezza inumana, su le montagne che stanno vergini e sole nel meriggio sereno, nell'ardore solenne; pregna divenne su i culmini prossimi al Sole la mia virtù selvaggia; partorì su gli aridi macigni il più giovine de' suoi figli». Disse: «Nel deserto estremo, nella fulva sabbia, sotto la rabbia del sole, duro, violento, silenzioso, avido di conoscenza come il leone di nutrimento, senza dio, senza nome, senza spavento e spaventoso, con la volontà del leone, con la fame del leone, famelico, sitibondo, infaticabile, padrone del deserto e del mondo fui, e delle mie forze segrete. Inesprimibile e senza nome quel che fu il tormento e il giubilo dell'anima mia, quel che fu la fame e la sete dell'anima mia!». Disse: «Le fonti attossicate, i fuochi graveolenti, i sogni corrotti e i vermi nel pane della vita son necessarii? Non io la mia vita mendicai a frusto a frusto, ma esso il mio disgusto mi diede le forze e l'ale che presentivano le sorgenti dei fiumi solitarii. E per giorni e per notti, di monte in monte, oltre il bene, oltre il male, senza sosta, senza sonno, il mio volo robusto cercò cercò la fonte della gioia; e la trovò in sommo. Avido nelle acque canore s'abbeverò il mio cuore ove arde la mia grande estate. Il mio cuore, ove splende l'estate, s'abbeverò nell'acque gelide e n'ebbe gioia infinita. Tutta la mia vita fu un'alta speranza. O miei fratelli, dove siete? Accorrete, accorrete alla gioia che v'attende. Troppo si piacque della pianura la vostra virtù. Non è sete quella ch'estinguono i ruscelli garruli, quella che alla cisterna empie l'otro e vi s'indugia. Uditemi, o miei fratelli! Poi ch'io bevvi alla fonte apparite, tutta la mia vita fu una speranza eterna, tutti i miei pensieri per mille varchi e mille sentieri migrarono alla terra futura. Oh venite, fratelli in angoscia, perché io vi mostri la sorgente ignota nell'alba che si leva! Scaturisce ella con troppa veemenza e scroscia così che la coppa si riempie e si vuota. V'insegnerò come si beve. Venite a me! Lasciate gli egri e i vili alla bassura. Venite perché io vi rallegri, fratelli, ne' cuori vostri. Grande sarà l'estate su i monti con gelide fonti e silenzio infinito. L'aquile ci porteranno il cibo con i lor curvi rostri. Vivremo come i vènti forti. Negli occhi profondi avremo la terra futura. Venite a me col vostro amore che non soccombe, con la vostra sete che non si placa, quanti siete uomini che v'accresceste di conoscimento e di dolore, che la vita incideste con la vostra vita dura, che osaste abbattere le tombe perché taluno risorgesse, che seguiste il più aspro cammino a cercar le vostre anime stesse, che chiamaste il più crudo nemico per guerreggiar la vostra guerra, che santificaste nei perigli le vostre inesorabili sorti, venite a me su l'ultima altura! Vivremo come i vènti forti. Saremo fedeli alla terra, fedeli alla terra dei figli, fedeli alla terra futura». Disse: «Il mio lavoro fu la guerra, la mia pace fu la vittoria. La mia volontà fu sospesa sul mio capo come una legge, come una gloria, come un nimbo d'oro. In ogni impresa il mio pensiere fu la mia sola face. Sdegnai di bere dove bevve il gregge, sdegnai di rimirare il cielo oscurato dalla cava nube; perch'io sapea che nella rupe aerea tu eri, o sorgente pura, o sorella dell'aria, io sapea l'erta necessaria per rimirarti, o cielo pudico e ardente, libertà, serenità d'oro. O cielo su la mia testa nuda, giocondo abisso, gorgo di luce, festa del sole, o cielo senza nube e senza tuono, ecco la mia innocenza, ecco che io risorgo verso di te mondo di ogni tabe e di ogni lebbra, ecco che io sono colui che afferma e colui che benedice; e per questo lottai su la terra, per questo ebbi tanta guerra tante armi tante ire: per aver libere mani, o serenità liberatrice, miracolo d'oro sul mondo, per avere un giorno le mani libere a benedire! E così benedico: «Essere sopra ogni cosa come il suo proprio cielo, come il suo volubile tetto, come la sua cerulea volta e l'eterna sua pace». E felice colui che benedice così! Però che la sorgente dell'eternità sia il battesimale fonte di tutte le cose, oltre il bene, oltre il male; e il bene e il male sien ombre fuggitive; e su tutte le cose unico si spanda il ridente cielo delle sorti misteriose; e sia la terra una divina tavola al divino gioco degli iddii che tu porti, Eternità, per colui che t'ama. Però che io sia colui che t'ama, o Eternità, colui che brama il tuo anello eternale, colui che vuole da te il nuziale anello del ritorno e del divenire, colui che ti chiama al suo desire ed al suo giorno, o Eternità, per teco generar la sua prole, colui che fu cieco per la possa del tuo sole che a lungo ei mirò fiso, colui che alfine ha un riso vasto come un baleno creatore sul mondo, colui che ama il tuo seno, il tuo seno profondo, o Eternità, colui che t'ama!». Così parlava l'Asceta. Questa parola disse colui che terribilmente visse per la sua terribile mèta. Così parlava su la plebe schiava su la moltitudine morta colui che errò lunghi anni pei labirinti fallaci, per tutte le ambagi dei secolari inganni, e ritrovò la porta antica della Vita bella. Disse: «Insegno al cuore umano una volontà novella». Disse: «Insegno all'uomo non l'amore del prossimo ma del più lontano, del vertice ch'ei s'elegge. Sia l'uomo la sua propria stella, sia la sua legge e il vendicatore della sua legge». E il fiato impuro dell'uomo lo soffocava; lo soffocava il lezzo della bestia inferma e vile. Ed egli andava andava andava, cupo ed ostile, nell'aria gravida di tempesta, emulo del lampo e del tuono, ebro della sua guerra, splendido della sua virtù, irto de' suoi pensieri, tra i sogni grami di mille e mille anime stanche. E disse: «Il tuo spirto e la tua virtù infiammino anche la tua agonia, come il fuoco del tramonto infiamma la terra. Così voglio io morire perché a causa di me tu ami, o fratello, sempre più la terra; così voglio io reddire luminoso alla gran madre terra». Ahi che dal Fato, cui d'evento in evento amò di così gagliardo amore, non gli fu dato morire nel combattimento, morire alzato e pronto al più difficile varco, nell'atto di tendere l'arco lucido ponderoso per l'ultimo dardo, il grande arco d'Ulisse, quello dal nervo che garrisce come la rondine messaggera, quello che tende sol uno contro la schiera innumerevole! Ahi che il notturno Fato l'oppresse a mezzo dell'opra! Ed egli stette nell'ombra senza mutamento, immoto, vacuo, taciturno come un cratère spento. Poi, come l'acqua informe colma i cratèri immemori del fuoco pugnace, la materia eguale l'agguagliò nell'ombra infinita e nei silenzii eterni ove si celano le norme del ritorno e del divenire, ove tutte le forme dell'essere s'aprono in misteri ineffabili e la morte è vita e la vita è morte. O Verità redimita di quercia, cantami la sua vita e la sua morte con la possa delle antiche lire! Canta pei figli degli Ellèni il Barbaro enorme che risollevò gli iddii sereni dell'Ellade su le vaste porte dell'Avvenire! Io lo canterò, io figlio degli Ellèni, con una ode ampia, di possente volo; perché dissi, quando udii la voce di lui solo io solo, dal suo esiglio nel mio esiglio, dissi: «Questi è il mio pari. Questo duro Barbaro che bevve una colma tazza dell'ardente vin campàno ed ebro di dominio e di libertà corse i mari armoniosi agognando il suolo ove l'uomo per la divina etra incedeva al fianco del dio ed entrambi erano Ellèni, questi è il fratel mio. Salutammo le rosse triremi nelle acque di Salamina nutrice di colombe; portammo una corona alle tombe di Maratona». Dissi: «O Vita, egli non sa che vive su le rive sonore un figlio della florida stirpe. Io nasco in ogni alba che si leva. Io so io so come si beva, o Vita. E chi t'amò su la terra con questo furore? Chi più larghe piaghe s'ebbe nella tua guerra e chi ferì con spade di più sottili tempre? Chi di te gioì sempre come s'ei fosse per dipartirsi? Ah tutti i suoi tirsi il mio desiderio scosse verso di te, o Vita dai mille e mille vólti, a ogni tua apparita, come un Tìaso di rosse Tìadi in boschi folti, tutti i suoi tirsi! Io nasco in ogni alba che si leva. Ogni mio risveglio è come un'improvvisa nascita nella luce: attoniti i miei occhi mirano la luce e il mondo. Egli non sa come sien pure le mie pupille, o Vita, mirando il cielo verecondo. Egli non sa come trabocchi il mio cuore, simile alla grande fiumana. Che m'insegnerà egli, o Vita.? Io so come si danzi sopra gli abissi e come si rida quando il periglio è innanzi, e come si compie sotto il rombo della tempesta l'opera austera, e come si combatta con l'ugne e col rostro, e come si uccide, e come si tessan le ghirlande dopo le pugne». Ma riconobbi i suoi pensieri fraterni come il navigatore ansio riconosce i verzieri d'Italia da lungi all'odore che gli recano i vènti. Il tuo sole, il tuo sole, o Italia, colorò la sua fronte, maturò la sua saggezza forte, converse in oro il ferro delle sue saette. Il barbaro pellegrino sotto il tuo cielo alcionio apprese il canto dal coro alato delle tue selve aulenti. O Italia, egli bevve il vino delle tue vigne ambrosio; colse il miele de' tuoi favi meri, le rose de' tuoi roseti gravi di api e di colombe. I piedi suoi divennero leggeri su i prati di violette. La serenità adamantina che s'inarca su i ghiacciai dell'erme Alpi placò la sua furia. Gli proposero enimmi le rupi che nel mar di Liguria si protendono come sfingi coronate di fiori. Come un novo Erme senza caducèo egli portò su la sua spalla Dioniso infante, nelle Terme di Caracalla, nel Fòro, nel Colossèo. Come Eraclito nel tempio efesio, egli meditò la sua dottrina illuminato dagli ori di San Marco nell'ombra marina. E il fresco vento etesio gonfiò la sua vela nei meriggi d'estate, fra Sorrento e Cuma, sul golfo ove il Vesuvio fuma. Quivi, o triste ombra della greca Antigone, anima profonda che gli fosti custode fedele nella notte cieca, o sorella, quivi reca il cadavere dell'eroe, sul golfo lunato e grande come l'arco ch'egli tese. Gli alzeremo un tumulo grande, un'altissima tomba, là dove le coste sono più scoscese e il flutto più rimbomba nelle caverne più nascoste con le eterne risposte alle eterne domande. Gli daremo ghirlande d'ulivo selvaggio e, tra le accese faci, libàmi come all'altare. Gli canteremo in coro una ode misurata al respiro del mare. Canteremo: «Qui dorme, nella sacra Italia, sul mare delle Sirene, sul Mare Nostro, in vista dell'arce cumèa dove il figlio di Venere Enea giunse recando i Penati di Troia ed i Fati di Roma, qui dorme, in vista del fuoco distruttore e creatore che irrompe dal cuor della Terra, vegliato dalle antiche Mire figlie della Notte arbitre sole della nascita e della morte, o prole degli Ellèni, qui dorme, placate le ire dopo tanta guerra, il Barbaro enorme che risollevò gli iddii sereni dell'Ellade su le vaste porte dell'Avvenire». Per la morte di un capolavoro Foreste su i monti, chiome fragorose di oro di porpora e di croco all'aquilone, su l'aeree fronti immense corone che affoca il foco dei tramonti; rosarii di rose nate su i fonti solitarii ancor tiepidi dell'Estate che vi s'immerse; orti, orti conclusi, pomarii soavi cui l'Autunno pone monili più gravi che quelli di Serse poi che su le gemme celate il bel garzone ebro il pomo punico aperse; voluttà della Terra, o fronde, o fiori, o frutti, gioia di tutti, prole delle Stagioni sacre, portento dell'Acqua e del Sole, fronde, fiori, frutti, ecco, ora nati, ora distrutti, chi mai si duole oggi di vostra bella morte? quale corda piange vostri dolci lutti? Vivono le profonde radici nel buio attorte. Ancóra brilleran felici i ramicelli, e il suco acre si farà di miele nelle polpe bionde. Ma la creatura infinita, in cui la mente dell'uom fatto dio continuò l'opera della divina Madre e trasfigurò la vita sotto la specie dell'Eterno; ma l'effigie pura in cui l'uom solo nell'oblìo di sé mutamente svelò la virtù del dolore sotto la specie dell'Eterno; ma il mondo creato sopra la Natura, ove con un gesto l'uom si fe' signore del Fato e congiunse la sua forza antica alla sua bellezza futura sotto la specie dell'Eterno; ma lo specchio dell'Ideale, o Poeti, la misura degli Eroi, la somma dell'Arte, il vertice del Pensiero e del Mistero, il segno visibile dell'Immortale muore, o Poeti, non è più. Perisce e non si rinnovella. Da noi si diparte; non avrà ritorno. S'oscura per sempre nella notte eguale. Fronde fiori frutti nel sereno giorno rivedremo noi, la giovine Terra, la sua genitura, e non l'infinita creatura bella! Piangete, o Poeti, o Eroi, per la luce che non è più, per la gioia che non è più. Umiliato è l'Universo. Menomato è l'orgoglio delle sorgenti. Un grande fiume è inaridito. Un gran potere s'è disperso. Nella memoria delle genti resta la grandezza d'un nome come il nome d'un mito lontano, d'un cielo abolito, d'un dio che parlò nel silenzio degli evi, bianchissimo sopra le nevi, vestito di sua verità. O Poeti, Eroi, volontà meravigliose della giovine Terra, date il canto e il pianto, sopra la guerra, alla meraviglia che non rivivrà. Culmine delle speranze sovrumane alta anima senza compagna, precinta isola dal dolore infinito, solitudine dell'abisso, occhio aperto e fisso nell'interno mare della Bellezza, ebbe Egli un nome per voi? «Chi mangia il pane con me, mi ha alzato contro le sue calcagna» parlava ai suoi il signore del Convito; e il pane azzimo involto nell'erbe amare eragli innanzi, e la tristezza era immensa. «In verità vi dico: quegli che bagna la mano insieme a me nel piatto, quegli mi tradirà.» E la man nell'atto non tremava sopra la mensa. Udiste voi queste parole? Parlò per voi queste parole Egli, il Galileo? Ben le udiste dall'anima sua che fu triste sino alla morte? Ebbe per voi nome Gesù Egli, e il giorno degli azzimi era quello che risplendea dietro la sua testa? Piangete, o Poeti, o Eroi, per la fiamma che non è più, per la gloria che non è più! Era l'eterna primavera, la festa d'ogni ritorno; ed Egli era nel silenzio suo profondo solo col cuor del mondo e con la sua sorte; e gli uomini schiavi e tardi erangli intorno. E disse Egli queste parole: «Dove io vo, tu non puoi seguirmi». Ah queste udimmo noi, fratelli, antiche parole d'eroi che sonarono verso tutte le cime terribili, al nembo ed al sole, per l'erte cui il sogno sublime impresse vestigi che furon suggelli. «Dove io vo, tu non puoi seguirmi.» Udimmo; e non ebbe Egli nome per noi; non lontanar dietro le sue chiome vedemmo la rupe di Scizia o il Calvario; non vedemmo la croce, né l'avvoltore. Ma, solitario tra la sua gente, era Egli sopra il dolore Colui che annuncia che rivela e che inizia; ed eglino erano gli schiavi che non veggono e che non sanno, schiavi eterni della forza e dell'inganno; e la creatura dal viso lene, che soleva adagiarglisi al petto invincibile, il suo diletto femineo giglio reclinato, l'anima dalle soavi labbra, quel sorriso che parve quasi il minor fratello del suo dolore, anche era distante. Ed Egli era solo, il gran cuore era solo, incluso nel petto come in diamante. E non eravi per lui padre né figlio, e non amico, e non amante. «Ah, chi mai lo consolerà?» dicemmo noi nello spavento. «Chi consolerà Colui ch'ebbe a sé testimoni il Sole, il Vento, le sorgenti dei Fiumi, il riso innumerevole delle onde marine, la madre di tutte le cose, la Terra? Chi mai lo consolerà nel dì supremo? L'antico Oceano? Nicodemo con gli aromi della Giudea? Il canto delle Oceanine? Il lamento delle pie donne? Qual parola nata dal sale del mare e del pianto lenirà l'insonne?» E noi leggemmo sol nel gesto delle sue mani e nell'ombra de' suoi cigli: «Non han le case degli uomini giacigli per l'insonne, dov'egli giacersi voglia. Non io m'arresto alla tua soglia. Dove io vo, tu non puoi seguirmi. La mia certezza canta nel mio sentiero ed alza ai perigli colonne trionfali sul limite degli abissi. È il mio pensiero più che il giorno e il domani. So come sia dolce grappoli vermigli premere e bei capei prolissi; so come sia dolce una foglia, e la gola della colomba. Ma beni più lontani cerco, e il silenzio. Non della mia parola io m'inebrio, ma di quel che mai non dissi». O puro Eroe, inalzato sopra il tempo e sopra le favole umane, o segno visibile dell'Immortale, che vale ora il pane che diviso t'è innanzi? Che vale il manto che ti traveste, e il nome che ti fa santo nelle preci vane, e lo stuolo inquieto che ti circonda? Ben lungi sei tu dall'altare frequente. Terreno e celeste, tu sei a te stesso il tuo tempio. Ti creò dalla più profonda verità del suo spirto, dal più bello ardore della sua mente quel segreto artefice che volle foggiarsi le ale ad attingere un ciel novello. A similitudine di sé ti volle quegli ch'ebbe in sé la radice ed il fiore della volontà perfetta con tutto il travaglio del mare e tutte le geniture della terra e le virtù dei saggi e degli antichi iddii e i gèrmini senza forma e senza nome, le semenze delle bellezze future. A similitudine di sé ti fece quel Prometèo meditabondo che immune fu dal supplizio, rapitore inviolabile, modello del Mondo. E tu vivesti, inspirato dal più forte alito della sua bocca che nutrita s'era alla plenitudine della vita e della morte. Vivesti solo su la cima ultima della Conoscenza, sol tu capace di respirarvi, imperiale come il sire della vita e della morte, sì lungi agli uomini e pur sì presso a loro, vedendo il male passare, la speranza durare, la pace seguire alla guerra, il sogno condurre il lavoro, ma senza felicità e senza corona perché tu sapevi che nata non era dalle arti umane la gioia onde avresti tu potuto gioire e nato non era dal sen della Terra l'alloro onde tu avresti potuto incoronarti. Ahi, che rimane oggi fra i cieli e le tombe, nella notte ove s'oscura la tua bellezza, nella gente cui tu raggiavi con la bellezza la tua muta dottrina, nella patria divina ove Leonardo ti fece misura d'eroi, specchio dell'Ideale, norma dell'opre, culmine delle speranze sovrumane, or che rimane per l'ultimo tuo sguardo, che mai ti si scopre se non allegrezza d'irrisori ed onta di schiavi? Il sole declina come te, fra i cieli e le tombe. Su l'ampia ruina inane caligine incombe. E tu così dunque per sempre ti parti dai cuori cui fin la tua ombra fu luce e il tuo segno fu gioia? Ten vai tu forse nel prato d'asfodelo sorridendo verso gli eguali? Trapassi tu di là dal velo a contemplar le cose eterne con fronte indicibile ed occhi immortali? Chi verrà dietro la tua ombra? Ah, per somigliarti una volta, per esser degno del tuo segno, innanzi ch'ei muoia taluno di noi darà al rogo l'error che l'ingombra! E arderà l'anima sua pura in un atto come in un lampo arde il potere di un cielo. Canti della ricordanza e dell'aspettazione Il sole declina fra i cieli e le tombe. Ovunque l'inane caligine incombe. Udremo su l'alba squillare le trombe? Ricòrdati e aspetta. Vedremo all'aurora l'Eroe sollevarsi? Ahi dietro la nube splendori scomparsi! Rilucono selci per fiumi riarsi. Ricòrdati e aspetta. Son nude le selci, son aride e nude ma piene di fato ciascuna in sé chiude per l'urto favilla di grande virtude. Ricòrdati e aspetta. È piena di fato la muta ruina. All'ombra dei marmi la via cittadina si tace pensando che l'ora è vicina. Ricòrdati e aspetta. La polvere è un turbo di gèrmini folti. Il rosso mattone qual sangue che sgorghi fiammeggia novello per case e per torri. Ricòrdati e aspetta. Fra l'erba che cresce davanti ai palagi terribili, spogli dell'armi e degli agi, s'ascondono forse divini presagi. Ricòrdati e aspetta. È figlia al silenzio la più bella sorte. Verrà dal silenzio, vincendo la morte, l'Eroe necessario. Tu veglia alle porte, ricòrdati e aspetta. Le città del silenzio FERRARA, PISA, RAVENNA O deserta bellezza di Ferrara, ti loderò come si loda il vólto di colei che sul nostro cuor s'inclina per aver pace di sue felicità lontane; e loderò la chiara sfera d'aere e d'acque ove si chiude la tua melanconia divina musicalmente. E loderò quella che più mi piacque delle tue donne morte e il tenue riso ond'ella mi delude e l'alta imagine ond'io mi consolo nella mia mente. Loderò i tuoi chiostri ove tacque l'uman dolore avvolto nelle lane placide e cantò l'usignuolo ebro furente. Loderò le tue vie piane, grandi come fiumane, che conducono all'infinito chi va solo col suo pensiero ardente, e quel lor silenzio ove stanno in ascolto tutte le porte se il fabro occulto batta su l'incude, e il sogno di voluttà che sta sepolto sotto le pietre nude con la tua sorte. O Pisa, o Pisa, per la fluviale melodìa che fa sì dolce il tuo riposo ti loderò come colui che vide immemore del suo male fluirti in cuore il sangue dell'aurore e la fiamma dei vespri e il pianto delle stelle adamantino e il filtro della luna oblivioso. Quale una donna presso il davanzale, socchiusa i cigli, tiepida nella sua vesta di biondo lino, che non è desta ed il suo sogno muore; tale su le bell'acque pallido sorride il tuo sopore. E i santi marmi ascendono leggeri, quasi lungi da te, come se gli echi li animassero d'anime canore. Ma il tuo segreto è forse tra i due neri cipressi nati dal seno de la morte, incontro alla foresta trionfale di giovinezze e d'arbori che in festa l'artefice creò su i sordi e ciechi muri come su un ciel sereno. Forse avverrà che quivi un giorno io rechi il mio spirito, fuor della tempesta, a mutar d'ale. Ravenna, glauca notte rutilante d'oro, sepolcro di violenti custodito da terribili sguardi, cupa carena grave d'un incarco imperiale, ferrea, construtta di quel ferro onde il Fato è invincibile, spinta dal naufragio ai confini del mondo, sopra la riva estrema! Ti loderò pel funebre tesoro ove ogni orgoglio lascia un diadema. Ti loderò pel mistico presagio che è nella tua selva quando trema, che è nella selvaggia febbre in che tu ardi. O prisca, un altro eroe renderà l'arco dal tuo deserto verso l'infinito. O testimone, un altro eroe farà di tutta la tua sapienza il suo poema. Ascolterà nel tuo profondo sepolcro il Mare, cui 'l Tempo rapì quel lito che da lui t'allontana; ascolterà il grido dello sparviere, e il rombo della procella, ed ogni disperato gemito della selva. «È tardi! È tardi!» Solo si partirà dal tuo sepolcro per vincer solo il furibondo Mare e il ferreo Fato. Le città del silenzio RIMINI Rimini, dove la cesariese Aquila gli occhi dubbii al Fato avulse col rostro e il diede al Sire che l'impulse verso Roma sì cieco alle contese, in te non cerco i segni delle imprese ma le tombe cui semplici ti sculse pe' i Vati e i Sofi quei che al genio indulse pur tra il furor delle mortali offese. Dormon gli Itali e i Greci lungo il grande fianco del Tempio, ove le caste Parche sospesero marmoree ghirlande. Ignorar voglio i nomi ed ascoltare sol l'antico Pensier rombar nell'arche come il Mar nelle conche del tuo mare. URBINO Urbino, in quel palagio che s'addossa al monte, ove Coletto il Brabanzone tessea l'Assedio d'Ilio, ogni Stagione l'antica istoria tesse azzurra e rossa. E Guidubaldo torna dalla fossa a tener corte, e tornano a tenzone il Bembo e Baldassarre Castiglione, Giuliano de' Medici e il Canossa. Ascolta Elisabetta da Gonzaga a fianco dell'esangue Montefeltro poetar Serafino, il novo Orfeo; o chiede la Gagliarda ond'ella è vaga, ver lei musando l'armillato veltro, al liutista Gianmaria Giudeo. PADOVA Non alla solitudine scrovegna, o Padova, in quel bianco april felice venni cercando l'arte beatrice di Giotto che gli spiriti disegna; né la maschia virtù d'Andrea Mantegna, che la Lupa di bronzo ebbe a nutrice, mi scosse; né la forza imperatrice del Condottier che il santo luogo regna. Ma nel tuo prato molle, ombrato d'olmi e di marmi, che cinge la riviera e le rondini rigano di strida, tutti i pensieri miei furono colmi d'amore e i sensi miei di primavera, come in un lembo del giardin d'Armida. LUCCA Tu vedi lunge gli uliveti grigi che vaporano il viso ai poggi, o Serchio, e la città dall'arborato cerchio, ove dorme la donna del Guinigi. Ora donne la bianca fiordaligi chiusa ne' panni, stesa in sul coperchio del bel sepolcro; e tu l'avesti a specchio forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi. Ma oggi non Ilaria del Carretto signoreggia la terra che tu bagni, o Serchio, sì fra gli arbori di Lucca rosso vestito e fosco nell'aspetto un pellegrino dagli occhi grifagni il qual sorride a non so che Gentucca. Le città del silenzio PISTOIA I. T'amo, città di crucci, aspra Pistoia, pel sangue de' tuoi Bianchi e de' tuoi Neri, che rosseggiar ne' tuoi palagi fieri veggo, uom di parte, con antica gioia. Come s'uccida in te, come si muoia i Panciatichi sanno e i Cancellieri. Fin quel de' Sigisbuldi, tra pensieri d'amor, grida: «Emmi tutto 'l Mondo a noia!». Vanni Fucci odo, come nell'Inferno tra i sibili del serpe che l'agghiada, «A te le squadro!» ulular furibondo. Cino rincalza, folle del suo scherno: «E' piacemi veder colpi di spada altrui nel vólto e navi andar al fondo». II. Or placato è nel suo marmo senese, fuor d'ogni parte, il buon Giureconsulto; e stanno intorno a lui nel marmo sculto gli alunni che animò Cellin di Nese. È in pace la Città dal pistolese di lama corta. Intorno al suo sepulto dorme, né vede sul sepolcro occulto sorridere la bella Vergiolese. Là dove il mul nemico a Dio Signore, col Mironne e con Vanni della Monna, involava a Sant'Iacopo il tesauro, ella ride il Digesto e il suo dottore, quasi celata dietro la colonna, Musa furtiva che nasconde il lauro. III. Ma nella sagrestia de' belli arredi io conosco un sorriso più divino. Trema, o Pistoia, in te come il mattino quando nasce su' colli; e tu no 'l vedi. Colselo un giorno Lorenzo di Credi forse in un giovinetto fiorentino, stando con Leonardo e il Perugino presso Andrea che di gloria ebbeli eredi. Dalla tavola al marmo, ove riposa il Forteguerri sotto il grave incarco, si diffonde quel tremito leggero. E la Speranza ha la maravigliosa bocca che il Vinci incurverà com'arco a mirar l'infinito del Mistero. PRATO I. O Prato, o Prato, ombra dei dì perduti, chiusa città, forte nella memoria, ove al fanciul compiacquero la Gloria e la figliuola di Francesco Buti! Spazzavento, alpe delle mie virtuti, che lustri come di ferrigna scoria, ove parvemi svelta alla Vittoria penna di nibbio fra' tuoi sassi acuti! O lapidoso letto del Bisenzio ove cercai le sìlici focaie vigilato dal triste pedagogo, camminando in disparte ed in silenzio, mentre l'anima come le tue ghiaie faceasi dura a frangere ogni giogo! II. Sul petrame ove raro striscia il biacco, rosseggiar come sangue che s'accaglia e incupirsi io vedea l'alta muraglia che il Cardona scalò per dare il sacco. E ogni sera nel verde bronzo il Bacco infante alla nascosta mia battaglia ridea dal fonte. «Il tuo riso mi vaglia contra il compagno scaltro dal cor fiacco!» E amico l'ebbi, il pargolo divino, su l'agil coppa sua, tra i freschi getti. Ei m'insegnava il riso di Lieo. Or fatto è prigioniere nel museo squallido, in mano degli scribi inetti. Io spremo dai miei grappoli il mio vino. III. Ma ancóra pende sopra il capitello florido, al sole e al vento come un grande nido, il pergamo ricco di ghirlande ignude, o Michelozzo, o Donatello! Nel marmo appeso udii cantar l'augello come nel nido; e il Duomo, che in sue bande verdi e bianche chiudea le venerande reliquie, fogliar vidi al sol novello. E non il Sacro Cingolo, che v'è tra le mura cui pinse Agnolo Gaddi, adorai quivi reclinando il capo; ma il metallo che Bruno di Ser Lapo fece di grazie naturato. E caddi in ginocchio dinanzi a Salomè. IV. La figlia d'Erodiade, apparita al Tetrarca, in sua frode e in sua melode magica ondeggia: entro il bacino s'ode bollire il sangue della gran ferita. Frate Filippo, agli occhi tuoi la Vita danza come colei davanti a Erode, voluttuosa; e il tuo desìo si gode d'ogni piacer quand'ella ti convita. Ma il Dolore guardar sai fisamente e la Morte, e le lacrime, e lo strazio delle bocche e l'orror de' vólti muti. Io ti vedea sopra la sabbia ardente schiavo in catene; e ti vedea poi sazio dormir sul seno di Lucrezia Buti. V. Filippino, in sul canto a Mercatale quante volte intravidi pe' razzanti vetri del Tabernacolo i tuoi Santi come i fiori d'un orto angelicale! Fiori tu désti alla città natale: freschi petali i vólti, aiuole i manti. E intorno alla Maria le tue spiranti grazie non ebber mai sì lievi l'ale. Vedevi, oprando, la materna porta ove l'antica suora in atti umìli pregava pel figliuol del suo peccato. Demoniaco segno, il seggio porta al piede, come l'ara dei Gentili, testa bicorne di capron barbato. VI. Tali m'ebb'io maestri. O Giuliano da San Gallo, il tuo tempio fu misura dell'arte a me che la sua grazia pura mirai caldo del fren vergiliano. La croce greca l'ordine soprano reggea della pacata architettura, spaziandosi in ritmo ogni figura come il bel verso al batter della mano. La cupola dai dodici occhi tondi il bianco-azzurro fregio dei festoni i fiori i frutti gli òvoli i dentelli i dorici pilastri dai profondi solchi eran come nelle mie canzoni fronti sìrime volte ritornelli. VII. O grande architettor della Canzone, più anni Convenevole il Grammatico, dal Bisenzio natìo maestro erratico, alunno t'ebbe in Pisa e in Avignone. La fame eragli al fianco assiduo sprone; e tu benigno al vecchierel salvatico fosti, quando per pane e companatico ei mise in pegno il bel tuo Cicerone. Non la foglia di lauro ma d'assenzio rugumando, ei tornò nel tardo autunno alla tua terra che gli diede un'arca. E dalla Sorga a lui verso il Bisenzio mandò la gloria il suo divino alunno. L'epitafio da te s'ebbe, o Petrarca. VIII. E Guido del Palagio, il Fiorentino, non mandò egli sue canzoni al banco di Porta Fuia, al mercatante Bianco, all'orfano di Marco di Datino? Guido le belle rime e l'angioino fiordaliso donavagli il Re franco. Per le terre a far paci, non mai stanco, sen giva il vecchio vestito di lino. «Probitas» scrisse il re nel suo diploma. Cantava Guido: «O gentil popolano, sia chi si vuole, ascolta il mio latino!». E l'orfano di Marco di Datino ripetea, tra la rascia e il pannolano: «Recatevi a memoria l'alta Roma!». IX. Nel novel tempo del Decamerone o Ser Lapo Mazzei, sottil notaio, che buon villico foste e pecoraio e, innanzi Fra Girolamo, piagnone, ogni giorno s'avea vostro sermone «Francesco ricco» in quel giardin suo gaio, alla Porta, fiorito dal denaio dei fondachi di Pisa e d'Avignone. Gli mutaste in bigello ed in albagio i drappi di Damasco e quei d'Aleppo; ond'ei fece del Ciel l'ultimo acquisto. Seguì nel Cielo Guido del Palagio; e l'unta quercia del suo banco in Ceppo ritornò, per i Poveri di Cristo. X. Ma al sol s'allegra in la vita serena Messer Agnolo; e par che gli fiorisca vermiglio il cor se Mona Amorrorisca favelli, o canti Bianca la sirena. Il felice Bisenzio è la sua vena. Discorrer fa la Sapienza prisca negli Animali, sì che le obbedisca il buon re di Meretto Lutorcrena. Oh di nostro parlar limpida fonte in cui mi rinfrescai! Della Bellezza Celso ragiona all'ombra degli allori. Dice: «Le guance bramano bianchezza più rimessa che quella della fronte...». Le tue, Selvaggia che il bel Prato infiori! XI. E nella villa di Lorenzo Segni sopra Sant'Anna, ove a Bernardo è caro meditar le sue Storie o legger Maro, e suoni e balli allegrano i convegni. Tempo non è che d'aspro sangue impregni la polve il Guazzalotro o il Dagomaro; tempo è che il figlio di Fioretta a paro col Firenzuola i molli amori insegni. Ma il Ferrucci stramazza a Gavinana. Scossa da Lorenzino l'ultimo urlo getta la Libertà dalla man mozza. Sotto il maligno agosto, in su l'alfana bolsa cavalca giù da Montemurlo tra gli schemi plebei Filippo Strozza. XII. O Libertà, colui che abbeverasti del tuo latte alla tua sinistra mamma sì che col nutrimento egli la fiamma del tuo gran cor si bevve e i sogni vasti, il Leon primogenito nei Fasti della tua nova genitura, infiamma de' suoi vestigi il suol, dall'alto dramma di Roma escito agli ultimi contrasti. Quivi il Profugo sosta. E la giogaia, la gleba, il fonte, l'albero, la porta ch'egli varca, la mensa ove s'asside, il pan che spezza, l'uomo a cui sorride sono sacri. E il molino di Cerbaia splenderà fin che Roma non sia morta. XIII. O Vaiano, Cammin di Spazzavento, Madonna della Tosse, umili e insigni nomi di luoghi e di fati! I macigni e gli sterpi indagai pien di spavento. Taceva il suolo, senza mutamento Ma non vidi, pe' tramiti ferrigni, passi d'eroe? Me li facea sanguigni tutto il sangue del cor mio violento. Lui seguitai per monti e boschi e fiumi, Lui vidi giungere al Tirreno, ignoto entrar nel mare come un dio marino. E, quando mi chinai su' miei volumi ebro, nel canto omerico il piloto re d'Itaca mi parve men divino. XIV. Lascia che in te s'indugi la mia rima, Città della mia chiusa adolescenza, ove alla fiamma della conoscenza si rivelò la mia bellezza prima. L'anima del fanciullo è fatta opima. Ave, ingigliata figlia di Fiorenza! Quei ch'era ignaro della sua potenza ora combatte a conquistar la cima. Ti mando sette e sette spade acute che recisero i dìttami e gli acanti della Memoria, e n'hanno aulente il ferro. Le promesse ti furon mantenute. Ma il più fiero de' mostri or m'ho davanti. L'onta cada su me, se non l'atterro. Le città del silenzio PERUGIA I. Maschia Peroscia, il tuo Grifon che rampa in cor m'entrò col rostro e con l'artiglio, onde tutto il mio sangue acro e vermiglio delle immortali tue vendette avvampa. Certo segnato fui della tua stampa un dì, tra ferro e fuoco io fui tuo figlio ancor vivo, qual fecemi il Bonfiglio, là sul muro ove Totila s'accampa. Le catene spezzai nelle tue strade, precipitai gli uccisi per isfregio dalle tue torri, usai spiedo e roncone. Brillar vidi tra il rugghio delle spade il mio sogno di re nell'occhio regio di Braccio Fortebraccio da Montone. II. Dal Palagio non scendono, o Peroscia, i tuoi Priori le solenni scale? L'acqua, che ai gradi della Cattedrale terse il sangue degli Oddi, ancóra scroscia. Tace la piazza. Il Gonfalon s'affloscia. Vento d'odio o d'amor più non l'assale? Ecco Astorre Baglione, a Marte eguale, che cavalca con l'asta in su la coscia! Anco viene Gismondo a piè, con tanta levità che assimiglia presta lonza: lo scolare alemanno i passi ammira; e Grifonetto, il figlio d'Atalanta, senza elmo, come il sole che l'abbronza bello: valletti ha il Tradimento e l'Ira. III. Il magnifico Astorre a Porta Sole mena la donna sua del sangue Ursino. Monna Lavinia in veste d'oro fino danza a suono di piffari e viuole. La mensa d'ogni frutto e fior redole, reca d'ogni ragion confetti e vino. In quell'ora il signor di Camerino soffia a Carlo Barciglia sue parole. E il gobbo invesca Filippo di Braccio. Mastro d'inganni è il bastardo: ei sghignazza pensando a Giovan Pavolo e a Zenopia. E, mentre Astorre nel fraterno abbraccio sorride, su Peroscia che gavazza versa una negra iddia la Cornucopia. IV. Dorme col suo bagascio Simonetto che in vita non conobbe mai paura ed Astorre non sa che in sepoltura è per mutarsi il nuzial suo letto. «Griffa! Griffa!» Il perduto giovinetto apre tutte le porte alla congiura. Ecco primo il bastardo. Ei raffigura il grande Astorre al grande ignudo petto. Questi urla: «Misero Astorre che more commo poltrone!». E spira sotto i colpi ciechi d'Ottaviano dalla Corgna. Ma Gian Pavolo, il suo vendicatore che tornerà lione tra le volpi, escito è in salvo per la Porta Borgna. V. Giacciono su la via come vil soma gli occisi. Or qual potenza li fa sacri? Nei corpi è la beltà dei simulacri che custodisce l'almo suol di Roma. Sembrano infusi in un sublime aroma, se ben privi de' funebri lavacri. Quasi letèi papaveri son gli acri grumi, serto di porpora alla chioma. Traggono allo spettacolo le genti, percosse di stupore. Il Maturanzio sogna Achille Pelìde e il Telamonio. Ma nella cerchia di quegli occhi intenti, o Peroscia, è un divino testimonio: talun nomato Rafaele Sanzio. VI. Coi fanti e con le lance alle Due Porte Iovan Pavolo vien sul suo morello. Nitrire ode il corsiero del fratello tradito; e il cor gli rugge: «A morte! A morte!». Di repente rivolgesi la sorte. «Addosso a Corgna! A me Monte Sperello!» D'ogni banda cavalcano al macello i partigiani in arme con le scorte. Entra il gran falco da Sant'Ercolano e incontra il figlio d'Atalanta. «Addio, traditore Grifone: sei pur qua! Non t'ammazzo. Non vo' metter la mano io nel mio sangue. Vattene con Dio.» E sprona innanzi a prender la città. VII. Cade reciso il bello infame fiore. Filippo Cencie con Messer Gintile l'abbatte in su le selci. «O Grifon vile, or tu griffa se puoi, vil traditore» Portato è in piazza su la bara, ad ore ventidue, come Astorre! Il grido ostile tacesi a un tratto. Ecco la giovenile madre china sul figlio che si muore. Ecco Atalanta, la viola aulente, ecco Zenopia, la soave rosa, più belle nell'orror della gramaglia. Inondano di pianto il moriente. E intorno alla bellezza dolorosa sospeso arde il furor della battaglia. VIII. Ben è che dal tuo vertice selvaggio tu guardi a valle il sacro fiume nostro, maschia Peroscia che con l'ugne e il rostro sì togli preda e vendichi l'oltraggio. Dalla Lupa il tuo Grifo ebbe il retaggio. Sempre il tuo sangue splende come l'ostro. Per dardo in torre e per flagello in chiostro sanguina fiammeggiando il tuo coraggio. O Turrena, città pontificale, grande arce guelfa, al Papa e a Dio ribelle, ligia al Sole, devota all'Aquilone, non odi su la porta comunale, nell'irto bronzo contra l'evo imbelle, l'urlo del Grifo e il rugghio del Leone? ASSISI Assisi, nella tua pace profonda l'anima sempre intesa alle sue mire non s'allentò; ma sol si finse l'ire del Tescio quando il greto aspro s'inonda. Torcesi la riviera sitibonda che è bianca del furor del suo sitire. Come fiamme anelanti di salire, sorgon gli ulivi dalla torta sponda. A lungo biancheggiar vidi, nel fresco fiato della preghiera vesperale, le tortuosità desiderose. Anche vidi la carne di Francesco, affocata dal dèmone carnale, sanguinar su le spine delle rose. SPOLETO Spoleto, non la Rocca che ti guarda ghibellina dal Guelfo tuo nemico, né la grandezza di Teodorico che pensosa nel vespro vi s'attarda, non la Borgia onde par che tu riarda subitamente del trionfo antico, né dal vasto acquedotto all'erto vico segno romano ed orma longobarda cerco, ma ne' silenzii dell'Assunta l'arca di Fra Filippo che dai marmi pallidi esala spiriti d'amore mentre nel muro pio la sua defunta Vergine, sciolta dalla morte, parmi piegar sul petto dell'Annunciatore. GUBBIO Agobbio, quell'artiere di Dalmazia che asil di Muse il bel monte d'Urbino fece, l'asprezza tua nell'Apennino guerreggiato temprò con la sua grazia. Or tristo e spoglio il tuo Palagio spazia tra l'azzurro dell'aere e del lino. Ma ne' tuoi bronzi arcani il tuo destino resiste alla barbarie che ti strazia. E, se teco non più ridon le carte di Oderisi cui Dante sotto il pondo vide andar chino tra la lenta greggia, l'argilla incorruttibile per l'arte di Mastro Giorgio splende; e in tutto il mondo l'alta tua nominanza ne rosseggia. SPELLO Spello, qual canto palpita nei petti delle tue donne alzate in su la Porta di Venere? La Dea che non è morta l'arco nudo t'adorna di fioretti. E par che il pafio pargolo saetti nel sol novo ai precordii con accorta ferocia strali dell'antica sorta, come solea negli élegi perfetti. Non l'amico di Cynthia oggi sospira dai prati d'asfodelo i suoi patemi campi che Ottavio diede al veterano? Nelle tue torri imitan quella lira i caldi vènti, mentre negli Inferni sogna l'Umbria il Callimaco romano. MONTEFALCO Montefalco, Benozzo pinse a fresco giovenilmente in te le belle mura, ebro d'amor per ogni creatura viva, fratello al Sol, come Francesco. Dolce come sul poggio il melo e il pesco, chiara come il Clitunno alla pianura, di fiori e d'acqua era la sua pintura, beata dal sorriso di Francesco. E l'azzurro non désti anche al tuo biondo Melanzio, e il verde? Verde d'arboscelli, azzurro di colline, per gli altari; sicché par che l'istesso ciel rischiari la tua campagna e nel tuo cor profondo l'anima che t'ornarono i pennelli. NARNI Narni, qual dorme in Santo Giovenale su l'arca il senatore Pietro Cesi, tal dormi tu su' massi tuoi scoscesi intorno al tuo Palagio comunale. Sogni il buon Nerva in ostro imperiale? o Giovanni tra gli odii in Roma accesi? Io di secoli, d'acque e d'elci intesi murmure che dal Nar fino a te sale. E vidi su la tua Piazza Priora, ove muto anco dura il cittadino orgoglio, alzarsi una grand'ombra armata: grande a cavallo il tuo Gattamelata, sempiterno in quel bronzo fiorentino che gli invidian lo Sforza ed il Caldora. TODI Todi, volò dal Tevere sul colle l'Aquila ai tuoi natali e il rosso Marte ti visitò, se il marzio ferro or parte con la forza de' buoi le acclivi zolle. Ebro de' cieli Iacopone, il folle di Cristo, urge ne' cantici; in disparte alla sua Madre Dolorosa l'arte del Bramante serena il tempio estolle. Ma passa, ombra d'amor su la tua fronte che infoscan gli evi, la figlia d'Almonte, il fior degli Atti, Barbara la Bella. E l'inno del Minor si rinnovella: «Amor amor, lo cor si me se spezza! Amor amor, tramme la tua bellezza!». ORVIETO I. Orvieto, su i papali bastioni fondati nel tuo tufo che strapiomba, sul tuo Pozzo che s'apre come tomba, sul tuo Forte che ha mozzi i torrioni, su le strade ove l'erba assorda i suoni, su l'orbe case, ovunque par che incomba la Morte, e che s'attenda oggi la tromba delle carnali resurrezioni. Gli angeli formidabili di Luca domani soffieran nell'oricalco l'ardente spiro del torace aperto. Stanno sotterra, ove non è che luca, oggi i Vescovi e il gregge. Solo un falco stride rotando su pel ciel deserto. II. Uman prodigio dell'artier da Siena, nel ciel deserto il Duomo solitario risplende come nel reliquiario il Corporal sanguigno di Bolsena. Di grandezze la sua fulva ombra è piena, piena di Dio, piena dell'Avversario. O Angelico, Ugolin di Prete Ilario, Gentile, il respir vostro odesi appena! Sola il vòto dei marmi bianchi e neri occupa e turba la tremenda ambascia dell'artier da Cortona, come un vento. Ruggegli nel gran cor Dante Alighieri; e però di sì dure carni ei fascia il Dolore la Forza e lo Spavento. III. Sfolgorati procombono i Perduti, salgon gli Eletti a ber l'alme rugiade; e gli Arcangeli snudano le spade mentre i Musici toccano i leuti. Ma i re spirtali degli inconosciuti mondi, Empedocle che le vie dell'Ade sforza, l'amor dell'api e delle biade Vergilio che apre al Teucro i regni muti, e l'Alighier grifagno che con ira in foco in sangue in fanghe in ghiacce inerti i peccatori abbrucia attuffa asserra, cantano all'Uomo un inno senza lira dall'alto; e il Tosco ha due volumi aperti, Libro del Cielo e Libro della Terra. Le città del silenzio AREZZO I. Arezzo, come un ciel terrestro è il lino cerulo, il vento aulisce di viola. Ove sono Uguccion della Faggiuola e il cavalier mitrato Guglielmino? Non vedo Certomondo e Campaldino, né Buonconte forato nella gola. Alla tua Pieve il balestruccio vola; in San Francesco è Piero, e il suo giardino. Non vedo nella polve i tuoi pedoni carpone sotto il ventre dei cavalli con le coltella in mano a sbudellarli. Van sonetti del tuo Guitton, canzoni del tuo Petrarca per colline e valli; e con voce d'amore tu mi parli. II. Bruna ti miro dall'aerea loggia che t'alzò Benedetto da Maiano. Fan ghirlanda le nubi ove Lignano e Catenaia e Pietramala poggia. E fànnoti ghirlande i tralci a foggia di quelle onde i tuoi vasi ornò la mano pieghevole del figulo pagano quando per lui vivea l'argilla roggia. Or rivive pel mio sogno il liberto grèculo intento a figurar le tigri l'evie i tripodi i tirsi le pantere. Arar penso i tuoi campi e, nell'aperto solco da' buoi di Valdichiana impigri, discoprir l'ansa infranta del cratere. III. Aste in selva, stendardi al vento, elmetti di cavalieri, Costantin securo, Massenzio in fuga, Cosra morituro, e le chiare fiumane e i cieli schietti! Come innanzi a un giardin profondo io stetti, o Pier della Francesca, innanzi al puro fulgor de' tuoi pennelli; e il sacro muro moveano i fiati dei pugnaci petti. Ma il Vincitore e il Labaro e Massenzio e la bella reina d'Asia oblìa il mio cor; ché levasti più grand'ala! Presso l'arca del crudo Pietramala vidi il fiore di Magdala, Maria. E un greco ritmo corse il pio silenzio. IV. Forte come una Pallade senz'armi, non ella ai piè del mite Galileo si prostrò serva, ma il furente Orfeo dissetò arso dal furor dei carmi. Qui da tristi occhi profanata parmi, mentre a specchio del Ionio o dell'Egeo degna è che s'alzi in bianco propileo come sorella dei perfetti marmi. Ellade eterna! Non il vaso d'olio odorifero è quel di Deianira, ov'essa chiuse il dono del Biforme? Per lei Ristoro ode cantar le torme degli astri, come il Samio; e su la lira Guido Monaco tenta il modo eolio. CORTONA I. O Cortona, l'eroe tuo combattente non è già quel gagliardo che s'accampa giuso in Inferno alla penace vampa ove si torce la perduta gente? Pur le Vergini crea la man possente e i Chèrubi, usa all'affocata stampa, come l'Etrusco orna la dolce lampa e di macigni alza la porta ingente. Chiusa virtù d'antiche primavere, urbe di Giano, irrompe nel tuo Luca. Maravigliosamente in lui tu vigi. Forza del mondo è il tuo robusto artiere. Sparvero come in vortice festuca i tuoi tiranni Uguccio ed Aloigi. II. O Corito, perché la Lampa è priva di nutrimento? Io vidi messaggera, grande come Calliope, leggera come Aglaia, recar l'olio d'oliva. Ecco, nel bronzo la Gorgóne è viva; nuota il delfino, corre la pantera; segue le melodíe di primavera Sileno su la fistola giuliva. Bacco e gli aspetti delle Essenze ascose fan di fecondità ricco il metallo. Or versa nel suo cavo l'olio puro! La vital Lampa in cui l'arte compose tra mostri e iddii l'Onda marina e il Phallo, tu sospendila accesa al dio futuro. III. Dirompendo col vomere l'antica gleba etrusca il bifolco, a Sepoltaglia, all'Ossaia, la spada e la medaglia scopre laddove ondeggerà la spica. Chi sa, nell'ansia della sua fatica sotto l'ignea fersa, non l'assaglia un sùbito furore di battaglia a trionfar la sorte sua nemica! Muzio Attèndolo Sforza nella rovere di Cotignola gitta il suo marrello e ferrato cavalca al gran destino. Sono le glebe tue fatte sì povere, o Italia, che non sórgavi un novello Eroe dall'aspro sangue contadino? BERGAMO I. Bergamo, nella prima primavera ti vidi, al novel tempo del pascore. Parea fiorir Santa Maria Maggiore di rose in una cenere leggera. E per l'aer volar pareano a schiera i chèrubi fuggiti da Trescore, quei che Lorenzo Lotto il dipintore alzò fra i tralci della Vigna vera. Davanti la gran porta australe i sassi deserti verzicavano d'erbetta, quasi a pascere i due vecchi leoni. Dolce correa per la città dei Tassi la melode a destar la verginetta Medea sepolta presso il Coleoni. II. Destarsi la dormente, qual la pose su l'origlier di marmo l'Amadeo: gli occhi aprirsi, le labbra LAUS DEO clamare, le due mani sparger rose: quest'opere vid'io meravigliose del lene April; ma in vetta al mausoleo, tutt'oro l'arme, il gran Bartolomeo pronto imperar tra le Virtù sue spose. Non diemmi forse l'alto Condottiere, benigno a' suoi ed a' nimici crudo, col suo gesto il segnal della riscossa? Oh seme delle nostre primavere! Triplice egli ebbe nell'invitto scudo il carnal segno della maschia possa. III. L'ombra canuta del Guerrier sovrano a Malpaga erra per la ricca loggia, mutato l'elmo nel cappuccio a foggia, tra i rimadori e i saggi in atto umano. E tu, Bergamo, il suo sepolcro vano chiudi. Ma all'aspro vento che da Chioggia sìbila è vivo! Ancor di strage ha roggia l'unghia e la pancia il suo stallon romano. Stretto nel pugno il fólgore di guerra, i fanti contra Galeazzo ei sferra tonando co' mortaro e la spingarda. Arcato il duro sopracciglio, ei guarda di su la manca spalla irta di piastra; e, bronzo in bronzo, nell'arcion s'incastra. CARRARA I. Carrara, morti son vescovi e conti di Luni, e son dispersi i loro avelli; gli Spinola e Castruccio Antelminelli son morti, e gli Scaligeri e i Visconti; ed Alberico che t'ornò di fonti, gli antichi tuoi signori ed i novelli. Ma su quante città regnano i belli eroi nati dal grembo de' tuoi monti! Quei che li armò di soffio più gagliardo, quei fa su te da vertice rimoto ombra più vasta che quella del Sagro. E non il santo martire Ceccardo t'è patrono, ma solo il Buonarroto pel martirio che qui lo fece magro. II. Su la piazza Alberica il solleone muto dardeggia la sua fiamma spessa; e, nel silenzio, a piè della Duchessa canta l'acqua la rauca sua canzone. Dalla Grotta dei Corvi al Ravaccione ferve la pena e l'opera indefessa. Scendono in fila i buoi scarni lungh'essa l'arsura del petroso Carrione. S'ode ferrata ruota strider forte sotto la mole candida che abbaglia, e il grido del bovaro furibondo, ed echeggiar la bùccina di morte come squilla che chiami alla battaglia, e la mina rombar cupa nel fondo. III. Arce del marmo, in te rinvenni i segni che t'impresse la forza dei Romani; sculti al sommo adorai gli Iddii pagani; e dissi: «O Roma nostra, ovunque regni!». Dissi: «O mio cuore, or fa che tu m'insegni la rupe che foggiar volea con mani di foco il grande Artier, sì che i lontani marinai la vedesser dai lor legni». E dal Sagro alla Tecchia, da Betogli al Polvaccio, da Créstola alla Mossa cercai l'arcana imagine scultoria. Tutta l'Alpe splendea d'eterni orgogli. «O cuor» dissi «il tuo sangue sì l'arrossa!» E in ogni rupe vidi una Vittoria. Le città del silenzio VOLTERRA Su l'etrusche tue mura, erma Volterra, fondate nella rupe, alle tue porte senza stridore, io vidi genti morte della cupa città ch'era sotterra. Il flagel della peste e della guerra avea piagata e tronca la tua sorte; e antichi orrori nel tuo Mastio forte empievan l'ombra che nessun disserra. Lontanar le Maremme febbricose vidi, e i plumbei monti, e il Mar biancastro, e l'Elba e l'Arcipelago selvaggio. Poi la mia carne inerte si compose nel sarcofago sculto d'alabastro ov'è Circe e il brutal suo beveraggio. VICENZA Vicenza, Andrea Palladio nelle Terme e negli Archi di Roma imperiale apprese la Grandezza. E fosti eguale alla Madre per lui tu figlia inerme! Bartolomeo Montagna il viril germe d'Andrea Mantegna in te fece vitale. La romana virtù si spazia e sale per le linee tue semplici e ferme. Veggo, di là dalle tue mute sorti, per i palladiani colonnati passare il grande spirito dell'Urbe e, nel Teatro Olimpico, in coorti i vasti versi astati e clipeati del Tragedo cozzar contra le turbe. BRESCIA Brescia, ti corsi quasi fuggitivo, nell'ansia d'una voluttà promessa! Ed ebbi onta di me, o Leonessa, per la vil fiamma che di me nudrivo. Sol cercai nel tuo Tempio il vol captivo della Vittoria, con la fronte oppressa. Repente udii su l'anima inaccessa fremere l'ala di metallo vivo. Bella nel peplo dorico, la parma poggiata contro la sinistra coscia, la gran Nike incidea la sua parola. «O Vergine, te sola amo, te sola!» gridò l'anima mia nell'alta angoscia. Ella rispose: «Chi mi vuole, s'arma». RAVENNA Ravenna, Guidarello Guidarelli dorme supino con le man conserte su la spada sua grande. Al vólto inerte ferro morte dolor furon suggelli. Chiuso nell'arme attende i dì novelli il tuo Guerriero, attende l'albe certe quando una voce per le vie deserte chiamerà le Virtù fuor degli avelli. Gravida di potenze è la tua sera, tragica d'ombre, accesa dal fermento dei fieni, taciturna e balenante. Aspra ti torce il cor la primavera; e, sopra te che sai, passa nel vento come pòlline il cenere di Dante. Canto di festa per calendimaggio Uomini, qual mai voce oggi si spera nei campi della terra taciturna, nelle città fatte silenziose, nei puri solchi del rinato pane e nelle selci delle vie maestre? Qual parlerà vento di primavera mentre si tace l'opera diurna, se il giusto Sole genera le rose presso le soglie e intorno alle fontane, lungo le siepi e su per le finestre? Uomini, qual s'attende messaggera che tra le man sue certe arrechi l'urna dei beni ignoti e, pallida di cose ineffabili, annunzii la dimane alla potenza del dolor terrestre? Uomini operatori, anime rudi ansanti nei toraci vasti, eroi fuligginosi cui biancheggian buoni i denti in fosco bronzo sorridenti e le tempie s'imperlano di stille; voi che torcete il ferro su le incudi il pio ferro atto alle froge dei buoi, alle unghie dei cavalli, atto ai timoni dei carri, atto agli aratri, agli strumenti venerandi delle opere tranquille, voi presso il fuoco avito seminudi artieri delle antiche fogge; e voi negli arsenali ove dà lampi e tuoni il maglio atroce su le piastre ardenti, atleti coronari di faville; e voi anche, nei porti ove la nave onusta approda, onde si parte onusta, che recate su l'òmero servile con vece alterna le ricchezze impure fluttuanti nel traffico del mondo; o voi che a piè delle inesauste cave, pel nobile arco e per la porta angusta, pel tempio insigne e pel fumoso ovile, polite nelle semplici misure la pietra che azzurreggia o il marmo biondo; e voi, destri in quadrar la sana trave pel tetto, in far la madia di robusta quercia e di bosso l'arcolaio gentile, inchini al pianto delle fibre dure sotto la pialla o al tornio fremebondo; uomini solitarii, su l'erbosa via dove giunge suono di campane fioco e quell'erba assorda il passo raro, dati all'opra dei padri, senza pena e senza gioia e senza mutamento; uomini in alleanza minacciosa di volontà ribelli entro l'immane opificio vorace ove l'acciaro con suo moto infallibile balena ostile come nel combattimento; o uomini, oggi che il lavoro posa e il sudore non bagna il vostro pane e letifica tutti gli occhi il chiaro giorno, ascoltate la voce serena che spazia ai campi e alle città sul vento. Or si tace stridore di metalli, rombo d'acque, e il vostro ànsito, operai. Stan mute nel mistero le immortali Forze signoreggiate dai congegni lucidi e vigilate dagli schiavi. Il sol di maggio brilla su i cristalli dei tetti immensi come su i ghiacciai. Tinte in sanguigno, dentro gli arsenali ove marcì la Gloria in vecchi legni, le ferrate carcasse delle navi grandeggiano deserte. O poggi, o valli, o per ovunque nevi di rosai! Rondini su l'argilla dei canali molli! Ombre delle nubi e soffii pregni di pòlline su i pascoli soavi! Torbidi uomini, uscite dalle porte, disertate le mura ove il tribuno stridulo, ignaro del misterioso numero che governa i bei pensieri, dispregia il culto delle sacre Fonti; però che il verbo della nova sorte ultimamente vi dirà sol uno che ascoltato abbia il canto glorioso dei secoli e con gli occhi suoi sinceri contemplato il fulgor degli orizzonti. Sol chi si nutre della terra è forte. Glorificate in voi la Madre! Ognuno la sentirà presente al suo riposo. Di beltà si faran gli animi alteri, di nobiltà s'accenderan le fronti. È tutto il cielo come un fermo sguardo su voi, ma l'erbe un palpito frequente hanno come le ciglia per soverchio lume. E gli olivi son come una veste di verità su i colli inginocchiati. Il fiume lento, simile al vegliardo, reca la verità; pure il silente lago la custodisce nel suo cerchio di rupi; e l'armonia delle foreste l'accompagna, e l'allodola dei prati. Sembra che in ogni gleba un cuor gagliardo pulsi. Ed ecco il passato a voi presente come un sepolcro che non ha coperchio! Ricca è l'antica Madre onde nasceste. La sua mammella abbeveri i suoi nati. Poi, Sol calando, ai reduci dal puro giòlito la Città sembri d'amore ardere co' i palagi e le fucine, co' i lupanari e con le cattedrali, oh come bella, avida e furibonda! Il gesto dell'eroe verso il futuro amplia la piazza; sola erge il vigore d'una gente la torre; alle ruine auguste sopra seggono fatali presagi; sta nell'anima profonda la virtù del pensiero nascituro; la volontà si tempra nel dolore; l'atto sublime sfolgora; divine armonie surgon dai più crudi mali. Glorificate la Città feconda! Quivi restò la testimonianza della forza magnifica e pugnace che ben commetter seppe il marmo, eletto nei monti ad eternar la sua memoria. Uomini, in voi glorificate l'Uomo! Il superbo disìo della possanza quivi trovar soleva la sua pace nell'edificio esculto, ai cieli eretto qual visibile canto di vittoria. Uomini, in voi glorificate l'Uomo! Il vestimento d'ogni alta speranza è la bellezza. Ogni conquista audace non par compiuta, in terra, se un perfetto fior non s'esprima dall'umana gloria. Uomini, in voi glorificate l'Uomo! Or quella torna, ch'era dipartita, del Mare Egeo mirabil Primavera? Par che un ìgneo spirito si mova dal santo lido ad infiammare il mondo. Glorifichiamo in noi la Vita bella! La bellezza escir può dall'incallita mano del fabro, s'ei la sua preghiera alzi verso le Forme dalla nova anima sua piena d'ardor giocondo. Glorifichiamo in noi la Vita bella! Sol nella plenitudine è la Vita. Sol nella libertà l'anima è intera. Ogni lavoro è un'arte che s'innova. Ogni mano lavori a ornare il mondo. Glorifichiamo in noi la Vita bella! Canto augurale per la nazione eletta Italia, Italia, sacra alla nuova Aurora con l'aratro e la prora! Il mattino balzò, come la gioia di mille titani, agli astri moribondi. Come una moltitudine dalle innumerevoli mani, con un fremito solo, nei monti nei colli nei piani si volsero tutte le frondi. Italia! Italia! Un'aquila sublime apparì nella luce, d'ignota stirpe titania, bianca le penne. Ed ecco splendere un peplo, ondeggiare una chioma... Non era la Vittoria, l'amore d'Atene e di Roma, la Nike, la vergine santa? Italia! Italia! La volante passò. Non le spade, non gli archi, non l'aste, ma le glebe infinite. Spandeasi nella luce il rombo dell'ali sue vaste e bianche, come quando l'udìa trascorrendo il peltàste su 'l sangue ed immoto l'oplite. Italia! Italia! Lungo il paterno fiume arava un uom libero i suoi pingui iugeri, in pace. Sotto il pungolo dura anelava la forza dei buoi. Grande era l'uomo all'opra, fratello degli incliti eroi, col piede nel solco ferace. Italia! Italia! La Vittoria piegò verso le glebe fendute il suo volo, sfiorò con le sue palme la nuda fronte umana, la stiva inflessibile, il giogo ondante. E risalìa. Il vomere attrito nel suolo balenò come un'arme. Italia! Italia! Parvero l'uomo, il rude stromento, i giovenchi indefessi nel bronzo trionfale eternati dal cenno divino. Dei beni inespressi gonfia esultò la terra saturnia nutrice di messi. O madre di tutte le biade, Italia! Italia! La Vittoria disparve tra nuvole meravigliose aquila nell'altezza dei cieli. Vide i borghi selvaggi, le bianche certose, presso l'ampie fiumane le antiche città, gloriose ancóra di antica bellezza. Italia! Italia! E giunse al Mare, a un porto munito. Era il vespro. Tra la fumèa rossastra alberi antenne sàrtie negreggiavano in un gigantesco intrico, e s'udìa cupo nel chiuso il martello guerresco rintronar su la piastra. Italia! Italia! Una nave construtta ingombrava il bacino profondo, irta de l'ultime opere. Tutta la gran carena sfavillava al rossor del tramonto; e la prora terribile, rivolta al dominio del mondo, aveva la forma del vomere. Italia! Italia! Sopra quella discese precìpite l'aquila ardente, la segnò con la palma. Una speranza eroica vibrò nella mole possente. Gli uomini dell'acciaio sentirono subitamente levarsi nei cuori una fiamma. Italia! Italia! Così veda tu un giorno il mare latino coprirsi di strage alla tua guerra e per le tue corone piegarsi i tuoi lauti e i tuoi mirti, o Semprerinascente, o fiore di tutte le stirpi, aroma di tutta la terra Italia, Italia, sacra alla nuova Aurora con l'aratro e la prora! °***°***°***°***° LIBRO TERZO ALCYONE La tregua Dèspota, andammo e combattemmo, sempre fedeli al tuo comandamento. Vedi che l'armi e i polsi eran di buone tempre. O magnanimo Dèspota, concedi al buon combattitor l'ombra del lauro, ch'ei senta l'erba sotto i nudi piedi, ch'ei consacri il suo bel cavallo sauro alla forza dei Fiumi e in su l'aurora ei conosca la gioia del Centauro. O Dèspota, ei sarà giovine ancóra! Dàgli le rive i boschi i prati i monti i cieli, ed ei sarà giovine ancóra Deterso d'ogni umano lezzo in fonti gelidi, ei chiederà per la sua festa sol l'anello degli ultimi orizzonti I vènti e i raggi tesseran la vesta nova, e la carne scevra d'ogni male éntrovi balzerà leggera e presta. Tu 'l sai: per t'obbedire, o Trionfale, sì lungamente fummo a oste, franchi e duri; né il cor disse mai «Che vale?» disperato di vincere; né stanchi mai apparimmo, né mai tristi o incerti, ché il tuo volere ci fasciava i fianchi. O Maestro, tu 'l sai: fu per piacerti. Ma greve era l'umano lezzo ed era vile talor come di mandre inerti; e la turba faceva una Chimera opaca e obesa che putiva forte sì che stretta era all'afa la gorgiera. Gli aspetti della Vita e della Morte invano balenavan sul carname folto, e gli enimmi dell'oscura sorte. Non era pane a quella bassa fame la bellezza terribile; onde il tardo bruto mugghiava irato sul suo strame. Pur, lieta maraviglia, se alcun dardo tutt'oro gli giungea diritto insino ai precordii, oh il suo fremito gagliardo! E tu dicevi in noi: «Quel ch'è divino si sveglierà nel faticoso mostro. Bàttigli in fronte il novo suo destino». E noi perseverammo, col cuor nostro ardente, per piacerti, o Imperatore; e su noi non potè ugna né rostro. Ma ne sorse per mezzo al chiuso ardore la vena inestinguibile e gioconda del riso, che sonò come clangore. E ad ogni ingiuria della bestia immonda scaturiva più vivido e più schietto tal cristallo dall'anima profonda. Erma allegrezza! Fin lo schiavo abietto, sfamato con le miche del convito, lungi rauco latrava il suo dispetto; e l'obliqio lenone, imputridito nel vizio suo, dal lubrico angiporto con abominio ci segnava a dito. O Dèspota, tu dài questo conforto al cuor possente, cui l'oltraggio è lode e assillo di virtù ricever torto. Ei nella solitudine si gode sentendo sé come inesausto fonte Dedica l'opre al Tempo; e ciò non ode. Ammonisti l'alunno: «Se hai man pronte, non iscegliere i vermini nel fimo ma strozza i serpi di Laocoonte». Ed ei seguì l'ammonimento primo; restò fedele ai tuoi comandamenti; fiso fu ne' tuoi segni a sommo e ad imo. Dèspota, or tu concedigli che allenti il nervo ed abbandoni gli ebri spirti alle voraci melodìe dei vènti! Assai si travagliò per obbedirti. Scorse gli Eroi su i prati d'asfodelo. Or ode i Fauni ridere tra i mirti. l'Estate ignuda ardendo a mezzo il cielo. Il fanciullo I. Figlio della Cicala e dell'Olivo, nell'orto di qual Fauno tu cogliesti la canna pel tuo flauto, pel tuo sufolo doppio a sette fóri? In quel che ha il nume agresto entro un'antica villa di Camerata deserta per la morte di Pampìnea? O forse lungo l'Affrico che riga la pallida contrada ove i campi il cipresso han per confine? Più presso, nella Mensola che ride sotto il ponte selvaggia? Più lungi, ove l'Ombron segue la traccia d'Ambra e Lorenzo canta i vani ardori? Ma il mio pensier mi finge che tu colta l'abbia tra quelle mura che Arno parte, negli Orti Oricellari, ove dalla barbarie fu sepolta ahi sì trista, la Musa Fiorenza che cantò ne' dì lontani ai lauri insigni, ai chiari fonti, all'eco dell'inclite caverne, quando di Grecia le Sirene eterne venner con Plato alla Città dei Fiori. Te certo vide Luca della Robbia, ti mirò Donatello, operando le belle cantorìe. Tutte le frutta della Cornucopia per forza di scalpello fecero onuste le ghirlande pie. E tu danzavi le tue melodìe, nudo fanciul pagano, àlacre nel divin marmo apuano come nell'aria, conducendo i cori. Figlio della Cicala e dell'Olivo, or col tuo sufoletto incanti la lucertola verdognola a cui sopra la selce il fianco vivo palpita pel diletto in misura seguendo il dolce suono. Non tu conosci il sogno forse della silente creatura? Ver lei ti pieghi: in lei non è paura: tu moduli secondo i suoi colori. Tu moduli secondo l'aura e l'ombra e l'acqua e il ramoscello e la spica e la man dell'uom che falcia, secondo il bianco vol della colomba, la grazia del torello che di repente pavido s'inarca, la nuvola che varca il colle qual pensier che seren vólto muti, l'amore della vite all'olmo l'arte dell'ape, il flutto degli odori. Ogni voce in tuo suono si ritrova e in ogni voce sei sparso, quando apri e chiudi i fóri alterni. Par quasi che tu sol le cose muova mentre solo ti bei nell'obbedire ai movimenti eterni. Tutto ignori, e discerni tutte le verità che l'ombra asconde. Se interroghi la terra, il ciel risponde; se favelli con l'acque, odono i fiori. O fiore innumerevole di tutta la vita bella, umano fiore della divina arte innocente, preghiamo che la nostra anima nuda si miri in te, preghiamo che assempri te maravigliosamente! L'immensa plenitudine vivente trema nel lieve suono creato dal virgineo tuo soffio, e l'uom co' suoi fervori e i suoi dolori. II. Or la tua melodìa tutta la valle come un bel pensiere di pace crea, le due canne leggiere versando una la luce ed una l'ombra. La spiga che s'inclina per offerirsi all'uomo e il monte che gli dà pietre del grembo, se ben l'una vicina e l'altro sia rimoto e l'una esigua e l'altro ingente, sembra si giungano per l'aere sereno come i tuoi labbri e le tue dolci canne, come su letto d'erbe amato e amante, come i tuoi diti snelli e i sette fóri, come il mare e le foci, come nell'ala chiare e negre penne, come il fior del leandro e le tue tempie, come il pampino e l'uva, come la fonte e l'urna, come la gronda e il nido della rondine, come l'argilla e il pollice, come ne' fiari tuoi la cera e il miele, come il fuoco e la stipula stridente, come il sentiere e l'orma, come la luce ovunque tocca l'ombra. III. Sopor mi colse presso la fontana. Lo sciame era discorde: avea due re; pendea come due poppe fulve. E il rame s'udìa come campana. Ti vidi nel mio sogno, o lene aulente. Lottato avevi ignudo contro il torrente folle di rapina. Raccolto avevi piuma di sparviere che a sommo del ciel muto in sue rote ferìa l'aer di strida. Ahi, lungi dalle tue musiche dita gittato avevi i calami forati. Chino con sopraccigli corrugati eri, fanciul pugnace, intento a farti archi da saettare col legno della flèssile avellana. IV. Eleggere sapesti il re splendente nello sciame diviso, ridere d'un tuo bel selvaggio riso spegnendo il fuco sterile e sonoro. Con la man tinta in mele di sosillo traesti fuor la troppa signoria. Cauto e fermo le calcavi. Sporgeva a modo d'uvero di poppa il buon sire tranquillo che fu re delle artefici soavi. Poi franco te n'andavi sonando per le prata di trifoglio, incoronato d'ellera e d'orgoglio, entro la nube delle pecchie d'oro. V. L'acqua sorgiva fra i tuoi neri cigli fecesi occhio che vede e che sorride; fecesi chioma su la tua cervice il crespo capelvenere. Fatto sei di segreto e di freschezza. Fatte son di làtice fluido e d'umide fibre le tue membra. Il tuo spirto, dal fonte come il salice ma senza l'amarezza nato, le amiche naiadi rimembra; tutte le polle sembra trarre per le invisibili sue stirpi. E se gli occhi tuoi cesii han neri cigli, ha neri gambi il verde capelvenere. Converse le tue canne sono in chiari vetri, onde lenti i suoni stillano come gocce da clessidre. S'appressano i colúbri maculosi, gli aspidi i cencri e gli angui e le ceraste e le verdissime idre. Taciti, senza spire, eretti i serpi bevono l'incanto. Sol le bìfide lingue a quando a quando tremano come trema il capelvenere. Sino ai ginocchi immerso nella cupa linfa, alla venenata greggia tu moduli il tuo lento carme. Par che da' piedi tuoi torta sia nata radice e di natura erbida par ti sien fatte le gambe. Ma il fior della tua carne suso come il nenùfaro s'ingiglia. E se gli occhi tuoi cesii han nere ciglia, neri ha gli steli il verde capelvenere. VI. Se t'è l'acqua visibile negli occhi e se il làtice nudre le tue carni, viver puoi anco ne' perfetti marmi e la colonna dorica abitare. Natura ed Arte sono un dio bifronte che conduce il tuo passo armonioso per tutti i campi della Terra pura. Tu non distingui l'un dall'altro volto ma pulsare odi il cuor che si nasconde unico nella duplice figura. O ignuda creatura, teco salir la rupe veneranda voglio, teco offerire una ghirlanda del nostro ulivo a quell'eterno altare. Torna con me nell'Ellade scolpita ove la pietra è figlia della luce e sostanza dell'aere è il pensiere. Navigando nell'alta notte illune, noi vedremo rilucere la riva del diurno fulgor ch'ella ritiene. Stamperai nelle arene del Fàlero orme ardenti. Ospiti soli presso Colòno udremo gli usignuoli di Sofocle ad Antigone cantare. Vedremo nei Propìlei le porte del Giorno aperte, nell'intercolunnio tutto il cielo dell'Attica gioire; nel tempio d'Erettèo, coro notturno dai negricanti pepli le sopposte vergini stare come urne votive; la potenza sublime della Citta, transfusa in ogni vena del vital marmo ov'è presente Atena, regnar col ritmo il ciel la terra il mare. Alcun arbore mai non t'avrà dato gioia sì come la colonna intatta che serba i raggi ne' suoi solchi eguali. All'ora quando l'ombra sua trapassa i gradi, tu t'assiderai sul grado più alto, co' tuoi calami toscani. La Vittoria senz'ali forse t'udrà, spoglia d'avorio e d'oro; e quella alata che raffrèna il toro; e quella che dislaccia il suo calzare. Taci! La cima della gioia è attinta. Guarda il Parnete al ciel, come leggiero! Guarda l'Imetto roscido di miele! Flessibile m'appar come l'efebo, vestito della clamide succinta, che cavalcò nelle Panatenee. Sorse dall'acque egee il bel monte dell'api e fu vivente. Or tuttavia nella sua forma ei sente la vita delle belle acque ondeggiare. Seno d'Egina! Oh isola nutrice di colombe e d'eroi! Pallida via d'Eleusi coi vestigi di Demetra! Splendore della duplice ferita nel fianco del Pentelico! Armonie del glauco olivo e della bianca pietra! Ogni golfo è una cetra. Tu taci, aulete, e ascolti. Per l'Imetto l'ombra si spande. Il monte violetto mormora e odora come un alveare. VII. L'odo fuggir tra gli arcipressi foschi, e l'ansia il cor mi punge. Ei mi chiama di lunge solo negli alti boschi, e s'allontana. Mutato è il suon delle sue dolci canne. Trèmane il cor che l'ode, balza se sotto il piè strida l'arbusto; pavido è fatto al rombo del suo sangue, ed altro più non ode il cor presàgo di remoto lutto. Prego: «O fanciul venusto, non esser sì veloce ch'io non ti giunga!» È vana la mia voce. Melodiosamente ei s'allontana. Elci nereggian dopo gli arcipressi, antiqui arbori cavi. Pascono suso in ciel nuvole bianche. A quando a quando tra gli intrichi spessi le nuvole soavi son come prede tra selvagge branche. E sempre odo le canne gemere d'ombra in ombra roche quasi richiamo di colomba che va di ramo in ramo e s'allontana. «O fanciullo fuggevole, t'arresta! Tu non sai com'io t'ami, intimo fiore dell'anima mia. Una sol volta almen volgi la testa, se te la inghirlandai, bel figlio della mia melancolìa! Con la tua melodìa fugge quel che divino era venuto in me, quasi improvviso ritorno dell'infanzia più lontana. Fa che l'ultima volta io t'incoroni, pur di negro cipresso, e teco io sia nella dolente sera!» Ei nell'onda volubile dei suoni con un gentil suo gesto, simile a un spirto della primavera, volgesi; alla preghiera sorride, e non l'esaude. L'ansia mia vana odo sol tra le pause, mentre che d'ombra in ombra ei s'allontana. Ad un fonte m'abbatto che s'accoglie entro conca profonda per aver pace, e un elce gli fa notte. «O figlio, sosta! Imiterai le foglie e l'acque anche una volta e i silenzii del dì con le tue note. Sediamo in su le prode. Fa ch'io veda l'imagine puerile di te presso l'imagine di me nel cupo speglio!» Ei s'allontana. S'allontana melodiosamente né più mi volge il viso, emulo di Favonio ei nel suo volo. Sol calando, la plaga d'occidente s'infiamma; e d'improvviso tutta la selva è fatta un vasto rogo. Le nuvole di foco ardono gli elci forti, aerie vergini al disìo dei mostri. Giunge clangor di buccina lontana. E un tempio ecco apparire, alte ruine cui scindon le radici errabonde. Gli antichi iddii son vinti. Giaccion tronche le statue divine cadute dai fastigi; dormono in bruni pepli di corimbi. Lentischi e terebinti l'odor dei timiami fan loro intorno. «O figlio, se tu m'ami, sosta nel luogo santo!» Ei s'allontana. «Rialzerò le candide colonne, rialzerò l'altare e tu l'abiterai unico dio. M'odi: te l'ornerò con arti nuove. E non avrà l'eguale. Maraviglioso artefice son io. T'adorerò nel mio petto e nel tempio. M'odi, figlio! Che immortalmente io t'incoroni!» Nel gran fuoco del vespro ei s'allontana. Si dilegua ne' fiammei orizzonti Forse è fratel degli astri. O forse nel mio sogno s'è converso? «Ti cercherò, ti cercherò ne' monti, ti cercherò per gli aspri torrenti dove ti sarai deterso. E ti vedrò diverso! Gittato avrai le canne, intento a farti archi da saettare col legno della flèssile avellana». Lungo l'Affrico nella sera di giugno dopo la pioggia Grazia del ciel, come soavemente ti miri ne la terra abbeverata, anima fatta bella dal suo pianto! O in mille e mille specchi sorridente grazia, che da nuvola sei nata come la voluttà nasce dal pianto, musica nel mio canto ora t'effondi, che non è fugace, per me trasfigurata in alta pace a chi l'ascolti. Nascente Luna, in cielo esigua come il sopracciglio de la giovinetta e la midolla de la nova canna, sì che il più lieve ramo ti nasconde e l'occhio mio, se ti smarrisce, a pena ti ritrova, pel sogno che l'appanna, Luna, il rio che s'avvalla senza parola erboso anche ti vide; e per ogni fil d'erba ti sorride, solo a te sola. O nere e bianche rondini, tra notte e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere ospiti lungo l'Affrico notturno! Volan elle sì basso che la molle erba sfioran coi petti, e dal piacere il loro volo sembra fatto azzurro. Sopra non ha sussurro l'arbore grande, se ben trema sempre. Non tesse il volo intorno a le mie tempie fresche ghirlande? E non promette ogni lor breve grido un ben che forse il cuore ignora e forse indovina se udendo ne trasale? S'attardan quasi immemori del nido, e sul margine dove son trascorse par si prolunghi il fremito dell'ale. Tutta la terra pare argilla offerta all'opera d'amore, un nunzio il grido, e il vespero che muore un'alba certa. La sera fiesolana Fresche le mie parole ne la sera ti sien come il fruscìo che fan le foglie del gelso ne la man di chi le coglie silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta su l'alta scala che s'annera contro il fusto che s'inargenta con le sue rame spoglie mentre la Luna è prossima a le soglie cerule e par che innanzi a sé distenda un velo ove il nostro sogno si giace e par che la campagna già si senta da lei sommersa nel notturno gelo e da lei beva la sperata pace senza vederla. Laudata sii pel tuo viso di perla, o Sera, e pe' tuoi grandi umidi occhi ove si tace l'acqua del cielo! Dolci le mie parole ne la sera ti sien come la pioggia che bruiva tepida e fuggitiva, commiato lacrimoso de la primavera, su i gelsi e su gli olmi e su le viti e su i pini dai novelli rosei diti che giocano con l'aura che si perde, e su 'l grano che non è biondo ancóra e non è verde, e su 'l fieno che già patì la falce e trascolora, e su gli olivi, su i fratelli olivi che fan di santità pallidi i clivi e sorridenti. Laudata sii per le tue vesti aulenti, o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce il fien che odora! Io ti dirò verso quali reami d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti eterne e l'ombra de gli antichi rami parlano nel mistero sacro dei monti; e ti dirò per qual segreto le colline su i limpidi orizzonti s'incùrvino come labbra che un divieto chiuda, e perché la volontà di dire le faccia belle oltre ogni uman desire e nel silenzio lor sempre novelle consolatrici, sì che pare che ogni sera l'anima le possa amare d'amor più forte. Laudata sii per la tua pura morte o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare le prime stelle! L'ulivo Laudato sia l'ulivo nel mattino! Una ghirlanda semplice, una bianca tunica, una preghiera armoniosa a noi son festa. Chiaro leggero è l'arbore nell'aria E perché l'imo cor la sua bellezza ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo, non sa l'ulivo. Esili foglie, magri rami, cavo tronco, distorte barbe, piccol frutto, ecco, e un nume ineffabile risplende nel suo pallore! O sorella, comandano gli Ellèni quando piantar vuolsi l'ulivo, o côrre, che 'l facciano i fanciulli della terra vergini e mondi, imperocché la castitate sia prelata di quell'arbore palladio e assai gli noccia mano impura e tristo alito il perda. Tu nel tuo sonno hai valicato l'acque lustrali, inceduto hai su l'asfodelo senza piegarlo; e degna al casto ulivo ora t'appressi. Biancovestita come la Vittoria, alto raccolta intorno al capo il crine, premendo con piede àlacre la gleba, a lui t'appressi. L'aura move la tunica fluente che numerosa ferve, come schiume su la marina cui l'ulivo arride senza vederla. Nuda le braccia come la Vittoria, sul flessibile sandalo ti levi a giugnere il men folto ramoscello per la ghirlanda. Tenue serto a noi, di poca fronda, è bastevole: tal che d'alcun peso non gravi i bei pensieri mattutini e d'alcuna ombra. O dolce Luce, gioventù dell'aria, giustizia incorruttibile, divina nudità delle cose, o Animatrice, in noi discendi! Tocca l'anima nostra come tocchi il casto ulivo in tutte le sue foglie; e non sia parte in lei che tu non veda, Onniveggente! La spica Laudata sia la spica nel meriggio! Ella s'inclina al Sole che la cuoce, verso la terra onde umida erba nacque; s'inclina e più s'inclinerà domane verso la terra ove sarà colcata col gioglio ch'è il malvagio suo fratello, con la vena selvaggia col cìano cilestro col papavero ardente cui l'uom non seminò, in un mannello. È di tal purità che pare immune, sol nata perché l'occhio uman la miri; di sì bella ordinanza che par forte. Le sue granella sono ripartite con la bella ordinanza che c'insegna il velo della nostra madre Vesta. Tre son per banda alterne; minore è il granel medio; ciascuno ha la sua pula; d'una squammetta nasce la sua resta. Matura anco non è. Verde è la resta dove ha il suo nascimento dalla squamma, però tutt'oro ha la pungente cima. E verdi lembi ha la già secca spoglia ove il granello a poco a poco indura ed assume il color della focaia. E verdeggia il fistuco di pallido verdore ma la stìpula è bionda. S'odon le bestie rassodare l'aia. Dice il veglio: «Nè luoghi maremmani già gli uomini cominciano segare. E in alcuna contrada hanno abbicato. Tu non comincerai, se tu non veda tutto il popolo eguale della messe egualmente risplender di rossore». E la spica s'arrossa. Brilla il fil della falce, negreggia il rimanente, di stoppia incenerita è il suo colore. E prima la sudata mano e poi il ferro sentirà nel suo fistuco la spica; e in lei saran le sue granella, in lei sarà la candida farina che la pasta farà molto tegnente e farà pane che molto ricresce. Ma la vena selvaggia ma il cìano cilestro ma il papavero ardente con lei cadranno, ahi, vani su le secce. E la vena pilosa, or quasi bianca, è tutta lume e levità di grazia; e il cìano rassembra santamente gli occhi cesii di Palla madre nostra; e il papavero è come il giovenile sangue che per ispada spiccia forte; e tutti sono belli belli sono e felici e nel giorno innocenti; e l'uom non si dorrà di loro sorte. E saranno calpesti e della dolce suora, che tanto amarono vicina, che sonar per le reste quasi esigua cìtara al vento udirono, disgiunti; e sparsi moriran senza compianto perché non danno il pane che nutrica. Ma la vena selvaggia e il cìano cilestro e il papavero ardente laudati sien da noi come la spica! L'opere e i giorni O sposo della Terra venerando, è bello a sera noverare l'opre della dimane e misurar nel cuore meditabondo la durabil forza. Veglio, la tua parola su me piove candida come il fior del melo allora che già comincia ad allegare il frutto. Parlami, e dimmi quali sieno l'opre. «Di questo mese m'apparecchio l'aia. La mondo e sarchiellata lievemente la concio con la pula e con la morchia sicché difenda la biada da topi e da formiche e d'altra gente infesta. E poi la piano con la pietra tonda, o con legno; o pur suvvi spargo l'acqua e suvvi metto le mie bestie, e bene co' piedi lor la faccio rassodare; e poi si secca al sole» il veglio dice. E sta su la sua soglia rinnovata di quella pietra ch'è detta serena (nasce del Monte Céceri in gran copia) schietta pietra, pendente nell'azzurro alquanto, di color d'acqua piovana ove cotta la foglia sia del glastro. E dietro la sua faccia, che la grande etade arò con invisibil vomere sì che raggia di curvi e retti solchi qual iugero già pronto alla sementa, sale su per lo stipite di pietra il bianco gelsomin grato alle pecchie, eguale di candore al crin canuto. «Di questo mese nel solstizio, quando il Sol non puote più salire, semino le brasche; le qua' poi di mezzo agosto trapiantar mi bisogna in luogo irriguo. E la bietola e l'appio e il coriandro e la lattuga semino, ed innacquo. Colgo la veccia, e sego per pastura il fien greco. La fava anzi la luce vello, scemante la luna; la fava, anzi che compia lo scemar la luna, batto; e refrigerata la ripongo. Di questo mese inocchio il pesco, impiastro il fico, vòto l'arnia, il condottiero eleggo nel gomitolo dell'api. E prossima si fa la mietitura dell'orzo, la qual compiere mi giova anzi che mi comincino a cascare le spighe, imperocché non son vestite sue granella di foglie, come il grano. Da giovine sei moggia il dì potei segarne!» sorridendo il veglio dice. Ancora armata è la gengiva, salda nel suo sorriso e nella sua favella. E non pur gli vacillano i ginocchi, se ben la falce nell'oprare gli abbia a simiglianza del suo ferro istesso curve le gambe. E sopra il santo petto il lin rude, che l'indaco fe' quasi celeste, crea misteriosamente l'imagine di Pan duce degli astri, cui nel torace si rispecchia il Cielo. L'aedo senza lira Meco ragiona il veglio d'una spezie di pomi. E dice: «Nasce in arbore di mezzana statura, e fior bianchetto. La dolcezza del frutto è mista con asprezza. Non ricusa qualunque terra. I luoghi allegri ama bensì, dolce temperie. Dilettasi del mare. Il vento e il gelo teme. Innestar non si puote. Piccola etade dura. Serbansi i pomi in orci unti di pece. Anco serbansi in cave dell'oppio arbore; ovver tra la vinaccia in pentole, assai bene e lungamente». Così ragiona il veglio; ed in sue lente parole il cor si spazia come in un canto aonio. Risplende un'antichissima virtude, come nel prisco aedo che canta un fato illustre, o Terra, nel tuo bianco testimonio. Il soffio del suo petto paterno è come la bontà dell'aria che fa buona ogni cosa. La vita fruttuosa dell'arbore s'agguaglia alle sorti magnifiche dei regni. Ei parla, e tra due legni tesse la chiara paglia come l'aedo tende le sue corde, create co' minugi degli agnelli, tra i bracci della lira. Vento asolando, spira odor di meliloto il miel dall'ombra, colato nei mondissimi vaselli ove la man spremette i fiali pregni. Ei ragiona e travaglia; e il flavescente culmo non si spezza. A quando a quando mira come chi attenda segni. Ode sciame che romba. Ei parla di battaglia che han l'api in loro ostelli per signorie lor nuove. Gli luce nella barba e ne' capelli alcun filo di paglia che il suo parlar commuove. Al sole oro non è che tanto luca. Appesa alla sua bocca che s'immézza, presso l'aroma della sua saggezza, l'anima nostra è come la festuca. Beatitudine «Color di perla quasi informa, quale conviene a donna aver, non fuor misura». Non è, Dante, tua donna che in figura della rorida Sera a noi discende? Non è non è dal ciel Beatrice discesa in terra a noi bagnata il viso di pianto d'amore? Ella col lacrimar degli occhi suoi tocca tutte le spiche a una a una e cangia lor colore. Stanno come persone inginocchiate elle dinanzi a lei, a capo chino, umìli; e par si bei ciascuna del martiro che l'attende. Vince il silenzio i movimenti umani. Nell'aerea chiostra dei poggi l'Arno pallido s'inciela. Ascosa la Città di sé non mostra se non due steli alzati, torre d'imperio e torre di preghiera, a noi dolce com'era al cittadin suo prima dell'esiglio quand'ei tenendo nella mano un giglio chinava il viso tra le rosse bende. Color di perla per ovunque spazia e il ciel tanto è vicino che ogni pensier vi nasce come un'ala. La terra sciolta s'è nell'infinito sorriso che la sazia, e da noi lentamente s'allontana mentre l'Angelo chiama e dice: «Sire, nel mondo si vede meraviglia nell'atto, che procede da un'anima, che fin quassù risplende». Furit aestus Un falco stride nel color di perla: tutto il cielo si squarcia come un velo. O brivido su i mari taciturni, o soffio, indizio del sùbito nembo! O sangue mio come i mari d'estate! La forza annoda tutte le radici: sotto la terra sta, nascosta e immensa. La pietra brilla più d'ogni altra inerzia. La luce copre abissi di silenzio, simile ad occhio immobile che celi moltitudini folli di desiri. L'Ignoto viene a me, l'Ignoto attendo! Quel che mi fu da presso, ecco, è lontano. Quel che vivo mi parve, ecco, ora è spento. T'amo, o tagliente pietra che su l'erta brilli pronta a ferire il nudo piede. Mia dira sete, tu mi sei più cara che tutte le dolci acque dei ruscelli. Abita nella mia selvaggia pace la febbre come dentro le paludi. Pieno di grida è il riposato petto. L'ora è giunta, o mia Mèsse, l'ora è giunta! Terribile nel cuore del meriggio pesa, o Mèsse, la tua maturità. Ditirambo I Romae frugiferae dic. Ove sono i cavalli del Sole criniti di furia e di fiamma? le code prolisse annodate con liste di porpora, l'ugne adorne di lampi su l'aride ariste? Ove l'aie come circhi le trebbie come pugne, come atleti la rustica prole? Ove sono i cavalli del Sole disgiunti dal carro celeste? Ove le sferze sonanti, le rèdine lunghe sbandite, il tinnir dei metalli, il brillar delle madide groppe? Ove gli urli, ove i canti, ove i balli? Ove la femmina bella coperta di loppe e di reste come d'ori e di gemme? Ove gli scherni, le risse, le nude coltella, il sangue che fuma e che bolle, il giovine ucciso che cade nelle sue biade asperse del suo ricco sangue e del vin suo vermiglio? Ove il tuo nume, o Dionìso, e il tuo riso e il tuo furore e il tuo periglio? Qui scarsa mèsse per piccole vite, aia angusta, fatica molle, mani prudenti, fievoli gole. O Maremme, o Maremme, bellezza immite nata dalla Febbre e dal Sole, o regni diurni di Dite, voi l'anima mia sogna! O Roma, o Roma, la prima davanti alla faccia del Sole, incombustibile forza, semenza di gloria, unica nata dal solco del violento ardua spica opima, te l'anima mia sogna ed agogna in un mar di frumento, dal Cimino solitario ai vitiferi colli dei Volsci, fino a Minturno ov'erra nel limo l'ombra di Mario, fino a Sinuessa ebra di Massico forte, fino alle auree porte della Campania promessa, in un mar di frumento innumerevole come le trionfate stirpi dalla tua guerra! O arce della Terra, nel dipartirmi da te, al cospetto dell'Agro ebbi presagio cruento che m'infiammò d'amore più novo e gagliardo per tutte le tue are e per tutte le tue tombe. Vidi campo di rossi papaveri vasto al mio sguardo come letto di strage, come flutto ancor caldo sgorgato da una ecatombe. Non mai più fervente rossore veduto avean gli occhi miei grandi, e tutta la mia vita tremava dalle radici come s'io mi svenassi sul sacro tuo suolo con vene giganti. E l'anima, che si dipartiva, impetuosamente verso di te si rivolse, incesa da dolor rovente ch'ella udì stridere come tizzo in piaga viva; e tutta verso di te protesa era, gridando il tuo nome al fulgor vermiglio, dal carro strepitoso che la traeva in esiglio. E intollerabile male tra tutti i suoi mali a lei parve la sua dipartita; sentì la sua vita spoglia d'ogni forza e senz'ali, pallida e senza riposo piegata su l'acre ferita, ahi, mirò sé stessa lontana. O Toscana, o Toscana, dolce tu sei ne' tuoi orti che lo spino ti chiude e il cipresso ti guarda; dolce sei nelle tue colline che il ruscello ti riga e l'ulivo t'inghirlanda. E una dura virtude certo nelle tue torri commise e murò per la guerra civile le pietre forti; e carca di grandi morti tu sei ne' tuoi sculti sepolcri, o Fiorenza, o Fiorenza, giglio di potenza, virgulto primaverile; e certo non è grazia alcuna che vinca tua grazia d'aprile quando la valle è una cuna di fiori di sogni e di pace ove Simonetta si giace. Ma cuna dell'anima mia è il solco del carro stridente nella pietra dell'Appia via. A piè del Celio infrequente, sotto la Porta Capena gemere udì l'Acqua Marcia che abbevera l'Urbe affocata. Si mosse di là fra le tombe e i lauri, fra la Morte che guata e la Gloria che perde le frondi, ai colli d'Alba giocondi. Lasciò dietro sé le molli ombre; più non vide la lunga catena rosseggiar degli acquedutti; non vide la fresca Preneste; sdegnò di Tuscolo i frutti, d'Aricia la selva serena; s'affrettò alla spiaggia tirrena ove dura fervente la bava delle tempeste, alle reggie di Circe funeste ove urtò d'Odisseo la carena. Anelante al deserto di luce ove fuma vapor che avvelena e rapisce gli spirti errabondi, scoperse la candida rupe onde Anxur pendente nella truce canicola incombe allo stagno mortifero e al Mare. Appia via, cammino solare incontro all'Austro rapido-ardente, Appia via, dalla Porta Capena cui la recondita vena geme l'assidua stilla, ove condurrai tu la mia anima impaziente che d'avidità risfavilla? Non qui la mia messe è mietuta. A mietere l'alta mia mèsse mille falci indefesse travagliarono solco per solco, dall'aurora al tramonto, per nove aurore e per nove tramonti, in terra sconosciuta. E s'udiva in ogni meriggio venir dagli orizzonti infiammati la voce e il tuono di Pan sopra a noi. E ululava la torma feroce: «O Pan, aiuta, aiuta!» E per la stoppia i buoi candidi, aggiogati ai plaustri contra le biche manomesse, mugghiavano di spavento. O Pan, dammi il mio frumento, dammi l'oro della mia mèsse australe e la furia degli Austri libici e la furia dei cavalli dall'ugne adorne di lampi! Non qui non qui ebbi i miei campi, non qui ebbi i miei plaustri, ma nel grande Lazio tirreno, fino a Minturno, fino a Sinuessa, nella terra ebra di Massico nella terra ebra di Cècubo, a Fondi lacustre, ad Amicle marina, ad Ardea danaèia ov'arde il sangue di Turno, e su la curva spiaggia nomata dalla nutrice eneia, di qua dal rapace Volturno, e presso lo stagno taciturno pingue di calami e d'ulve ove il Latino il lauro vige tra le spiche fatte più fulve, e ad Anzio amor del pirata e della Fortuna crudeli e del crudele Imperatore, e a Ostia, nella sacra bocca del Tevere irta di prore gonfia di vele ingombra de' lunghi granai. Ovunque falciai e trebbiai nel grande Lazio tirreno, alle porte dell'Urbe e al confine estremo, fra il Tevere e il Liri, in ogni più fertile plaga. Ma a te vanno i miei sospiri, a te, ombra del Monte Circèo letifera come il veleno e il carme dell'avida maga che tenne l'insonne piloto re d'Itaca Odisseo nel letto dall'alte colonne. Quivi ancor regna nel Monte l'Iddia callida, figlia del Sole; e spia dal palagio rupestro, tra sue stellate pantere e sue tazze attoscate di suchi. Gemon prigioni i suoi drudi, bestiame del suo piacere, cui ella tocca la fronte con verga e susurra parole. E i suoi pastori astati, prole dell'Evia e del Centauro generata nell'ora dell'estro, di bronzea pelle, di pel sauro, prole furibonda, quivi sotto gettano rauco ululo su la palude e pungono il negro armento dalle code nude, i bufali, irosi mostri profondati nel lutulento pascolo che s'inselva di corna. E, quando aggiorna, tutta la palude ansa e soffia per le froge e per le fauci emerse, occhiuta di mille occhi torvi; e l'acqua putre gorgoglia e bulica occlusa dall'erbe cui sradica il piè bisulco, mentre nube di corvi sinistra offusca e assorda l'aria ove passa in silenzio mortale la Febbre velata di nebbia. Quivi io farò la mia trebbia, quivi batterò la mia mèsse in un'area vasta come campo per oste schierata. Ove sono i cavalli del Sole criniti di furia e di fiamma? le code prolisse annodate con liste di porpora, l'ugne adorne di lampi su l'aride ariste? Ove le sferze sonanti, le rèdine lunghe sbandite, il tinnir dei metalli, il brillar delle madide groppe? Ove gli urli, ove i canti, ove i balli? Ecco, al tripudio, ecco i cavalli! Chi li conduce? Ecco le sferze, ecco i crotali, i cimbali cavi-sonori che vince il rombo dei cuori, le femmine scalze-succinte ebre di luce, i giovini possa-di-tori ebri di strepito. Ecco il fiore del sangue latino. Ecco gli otri gonfi di vino. Ecco la sapa dolce a mescere. Ecco l'arido pane che asseta. Ecco la tazza di creta, foggia antica e ne' secoli bella, ampia come bucranio, rosea come mammella. Ecco tutto il tripudio! Versate i manipoli sul suol vulcanio, versate dal plaustro accline i manipoli come da cornucopia. Tutta la terra è roggia più che sinopia agli occhi torbidi. Il vento turbina, suscita polvere in vortici. Versano i plaustri nell'aia l'oro stridulo. L'oro s'accumula. Dispare il suolo igneo sotto la congerie innumerevole. Sola una bica, solo un aureo monte è la grande area. Tutto il Lazio è una stoppia che arde e solvesi in cenere da Sinuessa massica fino a Roma romùlea. Sola una bica, solo un aureo monte è la grande area; e i cavalli l'ascendono. Scalpita, scalpita! O Roma, questo è il monte di Cerere madre di Prosèrpina, questo è il monte della Magna Madre che navigò pel Tevere. I cavalli terribili erti su l'unghia solida l'ascendono, l'assaltano. Scalpita, scalpita! Crollano i manipoli sotto l'urto, si spezzano i culmi, si sgranano le spiche, le ariste stridono, le loppe volano. Scalpita, scalpita! Le sferze schioccano, per l'aere guizzano come le folgori. Come le gómene della nave in pericolo sotto la ràffica, si tendono le rèdine. Gli umani polsi battono, tremano i muscoli, si gonfiano le arterie. chi osa reggere la forza degli Alipedi? Balzano, s'impennano le fiere, vèrberano l'aere, col ferro quadruplice i cumuli dirompono. Le code intonse inarcansi, le criniere svèntolano come vessilli vividi, le nari spirano fiamma, gli occhi si rigano di sangue, i fianchi pulsano, le vene si palesano, per l'ampie groppe rivoli di sudore fluiscono, nella schiuma dei difficili freni brilla l'iride. Scalpita, scalpita! Tutto il fuoco dell'anima ferina esalasi nell'impeto e nell'ànsito par circonfondere gli acri corpi madidi, sul sudor fremere come un'ala invisibile. Svegliasi nei rapidi cuori l'anelito di Pègaso verso il cammin sidereo? Scalpita, scalpita! Il vento turbina, agita in nugoli vani le spoglie spìcee. Tutto l'aere è volatile oro, per ove le candide e negre e saure e maculate groppe splendono, per ove passano i gridi rauchi, gli schiocchi, i sibili, l'urto dei crotali, il tintinnìo dei cimbali, il mugghio delle bufale, il riso delle femmine umane che Libero èccita. Ma il cielo dilatasi muto e solenne sul tripudio; lungi si tace il Mare Infero ove il figlio di Venere dall'alta prora iliaca gridò: «Italia! Italia!» E l'ombra del re d'Itaca, l'ombra dell'antico nauta esperto degli uomini e dei pelaghi, guata dalla magica rupe se il Fato ferreo lui anco chiami a vincere un più grande pericolo. O Forza, o Abondanza, o Vittoria, voi all'opera terrestre auspici siete e testimonii! Tutto di voi s'illumina il grande Lazio. In purpureo lume il giorno cangiasi. Il vento chiude i suoi turbini. L'aere la terra pènetra. Par nelle cose nascere una vita indicibile, però che i prischi numi italici, subitamente reduci dall'ombra delle Origini, nella gleba rivivano, nell'acqua nell'erba nella silice, e laggiù, entro la reggia del re Latino figlio di Marica e di Fauno, rinverdiscasi il Lauro che fu sacro ad Apolline Febo pria che il vedovo di Creusa da Ilio venisse per congiugnersi con Lavinia vergine fertile. O prodigio! O metamorfosi! Su la grande area, quadrata come la saturnia Urbe nel nascere, la calpesta messe al par d'occidua nuvola s'imporpora. Scalpita, scalpita! E i cavalli son rosei splendenti, come se nell'intimo sangue una sùbita aurora accendasi e per i fumidi fianchi trasparir veggasi. S'ergono e di roseo fuoco il petto e il ventre splendono, ove s'intrecciano le tumide vene come d'edera intrichi per iperborei còrtici. Fiammei spiriti dalle narici esalano. Scalpita, scalpita! Or senton gli uomini che un divin numero modera l'impeto dei solidunguli. O prodigio! O metamorfosi! Ecco, le ali titanie, le solari penne, le lucifere piume, infaticabili flagelli dell'Etere diurno, atefici della rapidità precìpite, cui le trame dei muscoli contro le dure scapule parean constringere, ecco, ecco, si liberano si spiegano s'allargano. Nell'oro e nella porpora aperte palpitano le ali, le ali apollinee. Il vento ch'elle muovono solleva il cuor degli uomini come un peàn che càntino per sacri intercolumnii cetere a miriadi. Io Peàn! Io Peàn! Gloria al Maestro dell'Opere, allo Specchio degli Uomini, al Titan dalla rutila chioma, al Re delle alate parole, al Duce dei cori eliconii! O Forza, Abondanza, Vittoria, e tu, Genio che mai non si doma, voi siatemi qui testimonii. Calpestano i cavalli del Sole il rinato frumento di Roma. Pace Pace, pace! La bella Simonetta adorna del fugace emerocàllide vagola senza scorta per le pallide ripe cantando nova ballatetta. Le colline s'incurvano leggiere come le onde del vento nella sabbia del mare e non fanno ombra, quasi d'aria. L'Arno favella con la bianca ghiaia, recando alle Nereidi tirrene il vel che vi bagnò forse la Grazia, forse il velo onde fascia la Grazia questa terra di Toscana escita della casalinga lana che fu l'arte sua prima. Pace, pace! Richiama la tua rima nel cor tuo come l'ape nel tuo bugno. Odi tenzon che in su l'estremo giugno ha la cicala con la lodoletta! La tenzone O Marina di Pisa, quando folgora il solleone! Le lodolette cantan su le pratora di San Rossore e le cicale cantano su i platani d'Arno a tenzone. Come l'Estate porta l'oro in bocca, l'Arno porta il silenzio alla sua foce. Tutto il mattino per la dolce landa quinci è un cantare e quindi altro cantare; tace l'acqua tra l'una e l'altra voce. E l'Estate or si china da una banda or dall'altra si piega ad ascoltare. È lento il fiume, il naviglio è veloce. La riva è pura come una ghirlanda. Tu ridi tuttavia co' raggi in bocca, come l'Estate a me, come l'Estate! Sopra di noi sono le vele bianche sopra di noi le vele immacolate. Il vento che le tocca tocca anche le tue pàlpebre un po' stanche, tocca anche le tue vene delicate; e un divino sopor ti persuade, fresco ne' cigli tuoi come rugiade in erbe all'albeggiare. S'inazzurra il tuo sangue come il mare. L'anima tua di pace s'inghirlanda. L'Arno porta il silenzio alla sua foce come l'Estate porta l'oro in bocca. Stormi d'augelli varcano la foce, poi tutte l'ali bagnano nel mare! Ogni passato mal nell'oblìo cade. S'estingue ogni desìo vano e feroce. Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce; quello che mi toccò, più non mi tocca. È paga nel mio cuore ogni dimanda, come l'acqua tra l'una e l'altra voce. Così discendo al mare; così veleggio. E per la dolce landa quinci è un cantare e quindi altro cantare. Le lodolette cantan su le pratora di San Rossore e le cicale cantano su i platani d'Arno a tenzone. Bocca d'Arno Bocca di donna mai mi fu di tanta soavità nell'amorosa via (se non la tua, se non la tua, presente) come la bocca pallida e silente del fiumicel che nasce in Falterona. Qual donna s'abbandona (se non tu, se non tu) sì dolcemente come questa placata correntìa? Ella non canta, e pur fluisce quasi melodìa all'amarezza. Qual sia la sua bellezza io non so dire, come colui che ode suoni dormendo e virtudi ignote entran nel suo dormire. Le saltano all'incontro i verdi flutti, schiumanti di baldanza, con la grazia dei giovini animali. In catena di putti non mise tanta gioia Donatello, fervendo il marmo sotto lo scalpello, quando ornava le bianche cattedrali. Sotto ghirlande di fiori e di frutti svolgeasi intorno ai pergami la danza infantile, ma non sì fiera danza come quest'una. V'è creatura alcuna che in tanta grazia viva ed in sì perfetta gioia, se non quella lodoletta che in aere si spazia? Forse l'anima mia, quando profonda sé nel suo canto e vede la sua gloria; forse l'anima tua, quando profonda sé nell'amore e perde la memoria degli inganni fugaci in che s'illuse ed anela con me l'alta vittoria. Forse conosceremo noi la piena felicità dell'onda libera e delle forti ali dischiuse e dell'inno selvaggio che si frena. Adora e attendi! Adora, adora, e attendi! Vedi? I tuoi piedi nudi lascian vestigi di luce, ed a' tuoi occhi prodigi sorgon dall'acque. Vedi? Grandi calici sorgono dall'acque, di non so qual leggiere oro intessuti. Le nubi i monti i boschi i lidi l'acque trasparire per le corolle immani vedi, lontani e vani come in sogno paesi sconosciuti. Farfalle d'oro come le tue mani volando a coppia scoprono su l'acque con meraviglia i fiori grandi e strani, mentre tu fiuti l'odor salino. Fa un suo gioco divino l'Ora solare, mutevole e gioconda come la gola d'una colomba alzata per cantare. Sono le reti pensili. Talune pendon come bilance dalle antenne cui sostengono i ponti alti e protesi ove l'uom veglia a volgere la fune; altre pendono a prua dei palischermi trascorrendo il perenne specchio che le rifrange; e quando il sole batte a poppa i navigli, stando fermi i remi, un gran fulgor le trasfigura: grandi calici sorgono dall'acque, gigli di foco. Fa un suo divino gioco la giovine Ora che è breve come il canto della colomba. Godi l'incanto, anima nostra, e adora! Intra du' Arni Ecco l'isola di Progne ove sorridi ai gridi della rondine trace che per le molli crete ripete le antiche rampogne al re fallace, e senza pace, appena aggiorna, va e torna vigile all'opra nidace, né si posa né si tace se non si copra d'ombra la riviera a sera circa l'isola leggiera di canne e di crete, che all'aulete dà flauti, alla migrante nidi e, se sorridi, lauti giacigli all'amor folle. Ecco l'isola molle. Ecco l'isola molle intra dù Arni, cuna di carmi, ove cantano l'Estate le canne virenti ai vènti in varii modi, non odi?, quasi di nodi prive e di midolle, quasi inspirate da volubili bocche e tocche da dita sapienti, quasi con arte elette e giunte insieme a schiera, su l'esempio divino, con lino attorto e con cera sapida di miele, a sette a sette, quasi perfette sampogne. Ecco l'isola di Progne. La pioggia nel pineto Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude, o Ermione. Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitìo che dura e varia nell'aria secondo le fronde più rade, men rade. Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, né il ciel cinerino. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancóra, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immersi noi siam nello spirto silvestre, d'arborea vita viventi; e il tuo volto ebro è molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre, o creatura terrestre che hai nome Ermione. Ascolta, ascolta. L'accordo delle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce; ma un canto vi si mesce più roco che di laggiù sale, dall'umida ombra remota. Più sordo e più fioco s'allenta, si spegne. Sola una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non s'ode voce del mare. Or s'ode su tutta la fronda crosciare l'argentea pioggia che monda, il croscio che varia secondo la fronda più folta, men folta. Ascolta. La figlia dell'aria è muta; ma la figlia del limo lontana, la rana, canta nell'ombra più fonda, chi sa dove, chi sa dove! E piove su le tue ciglia, Ermione. Piove su le tue ciglia nere sì che par tu pianga ma di piacere; non bianca ma quasi fatta virente, par da scorza tu esca. E tutta la vita è in noi fresca aulente, il cuor nel petto è come pesca intatta, tra le pàlpebre gli occhi son come polle tra l'erbe, i denti negli alvèoli con come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti (e il verde vigor rude ci allaccia i mallèoli c'intrica i ginocchi) chi sa dove, chi sa dove! E piove su i nostri vólti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Ermione. Le stirpi canore I miei carmi son prole delle foreste, altri dell'onde, altri delle arene, altri del Sole, altri del vento Argeste. Le mie parole sono profonde come la radici terrene, altre serene come i firmamenti, fervide come le vene degli adolescenti, ispide come i dumi, confuse come i fumi confusi, nette come i cristalli del monte, tremule come le fronde del pioppo, tumide come la narici dei cavalli a galoppo, labili come i profumi diffusi, vergini come i calici appena schiusi, notturne come le rugiade dei cieli, funebri come gli asfodeli dell'Ade, pieghevoli come i salici dello stagno, tenui come i teli che fra due steli tesse il ragno. Il nome Donna, ebbe il tuo nome una città murata della pulverulenta Argolide. E quivi era, dicesi, un sentier breve per discendere all'Ade avaro, alle tenarie fauci; sì che i natìi non ponean nella bocca dei loro morti il prezzo del tragitto infernale, l'obolo tenebroso pel nocchier dello Stige. Ed ebbe anco il tuo nome la figlia della grande Elena, il fior di Sparta bianco, il sangue di Leda splendido come l'oro, la nata di colei che brillò su la terra come un'altra Stagione, delizia innumerevole, face e specchio di Venere, piaga del combattente. Ermione, Ermione dalla voce sorgevole e talora virente quasi tra capelvenere acqua ombrosa, dagli occhi nutriti di bellezza e di frescura, nati gemelli della Grazia e del Sogno, Ermione cara all'aedo, esperta in tesser la ghirlanda e la lode pel fertile aedo che ti sazia di melodia selvaggia, il tuo nome mi piace tuttavia come un grappolo, come quel flauto roco che a sera è nel cespuglio, mi piace come un grappolo d'uva nera il tuo nome, come il fiore del croco e la pioggia di luglio. Innanzi l'alba Coglierai sul nudo lito, infinito di notturna melodìa, il maritimo narcisso per le tue nuove corone, tramontando nell'abisso le Vergilie, le sorelle oceanine che ancor piangono per Ia lacerato dal leone. Andrem pel lito silenti; sentiremo la rugiada lene e pura piovere dagli occhi lenti della notte moritura, tramontando nel pallore le Vergilie, le sorelle oceanine minacciate dalla spada del feroce cacciatore. Forse volgerò la faccia in dietro talvolta io solo per vedere la tua traccia luminosa, e starem muti in ascolto, tramontando in tema e in duolo le Vergilie, le sorelle oceanine a cui l'Alba asciuga il volto col suo bianco vel di sposa. Vergilia anceps Nella pupilla tua, nel disco dell'occhio aurino la prua, l'acuta prua del navil prisco, come nella medaglia della Tessaglia risplende, come nelle stupende monete del potere marino, come nello statère del porto licio dal pirata fenicio nominato Fasèla. Alla vela! alla vela! E nell'altra pupilla scintilla il grano a fiamma come nel tetradramma di Leontini sul fiume Lisso ubertà di Sicilia dai fromenti divini. E, s'io m'affisso in te, la duplice arte il cor mi parte. O duro suol discisso! Lungo solco navale! E in una e in altra parte la mia virtù si esilia, o mia Vergilia nautica e cereale. I tributarii Questa è la bella foce che oggi ha il color del miele, sì lene che l'Amore te l'accosta alle labbra come una tazza colma. Lodata io l'ho con arte. Ma quante acque in quest'acqua, ma quante acque correnti, quanta forza rapace, o Fluviale, in questa tarda pace! E non è dato a noi votar la colma tazza, distinguerne i sapori. Chi loderà l'Ombrone cui Lorenzo già vide rompere dallo speco dietro le trecce d'Ambra? Ancóra ei grida all'Arno: «In te mia speme è sola. Soccorri presto, ché la ninfa vola». Chi loderà il Bisenzio sì caro a quell'antico favolatore ornato che lodò la bellezza della donna perfetta? E chi la Pescia e l'Era? E chi la Pesa e l'Elsa? Chi la Greve e la Sieve? e i rivi freddi e molli del Casentino giù pe' verdi colli? Strepiti freschi in sassi politi, argille chiare, argini d'erba, file di pioppi alti, vivai di salci giovinetti, cupe conche pescose, ombre che il quadrel d'oro fiede, ambigui meandri, or chi di voi si gode e tempra nel cor suo la vostra lode? Questa è la foce; e quanto paese l'acqua corre, che non godiamo immoti! Le valli sono cave come la man che beve, i monti gonfii come mammella non premuta. Il gregge passa il guado. Il mulino rintrona. Solingo è un fonte nella Falterona. Cade la sera. Nasce la luna dalla Verna cruda, roseo nimbo di tal ch'effonde pace senza parole dire. Pace hanno tutti i gioghi. Si fa più dolce il lungo dorso del Pratomagno come se blandimento d'amica man l'induca a sopor lento. Su i pianori selvosi ardon le carbonaie, solenni fuochi in vista. L'Arno luce fra i pioppi. Stormire grande, ad ogni soffio, vince il corale ploro de' flauti alati che la gramigna asconde. E non s'ode altra voce. Dai monti l'acqua corre a questa foce. I camelli Nostra spiaggia pisana, amor di nostro sangue, vita di sabbie e d'acque silvana e litorana, o ferma creatura nella qual si compiacque un'arte che non langue non trema e non s'offusca, terra lieve e robusta che lineata pare dalla mano sicura del figulo onde nacque il purissimo vaso che vale e non corusca né pesa, specie pura, l'orgoglio della mensa e della tomba etrusca, il fiore delle forme nel cielo senza occaso, or qual mai novo caso fece che dall'immensa Asia o dall'Africa usta sen venisse il deforme somiero a stampar l'orme su la tua levità divina e, come fa il giumento crinito dal tranquillo occhio amico dell'uomo, a someggiare con la sua gobba onusta le spoglie dell'augusta selva tra l'Arno e il Mare? Passano per la macchia, vanno verso la ripa, tra i mucchi di legname, tra i cumuli di stipa, i camelli gibbuti, carichi di fascine di ramaglia e di strame, sì gravi e tristi e muti! Sotto i lor piè distorti scricchiolano le pine aride, gli aghi morti. Ròtea la mulacchia nel cielo ingombro d'afa; e a quando a quando gracchia. Cola e odora la ragia. S'odono su le Lame di Fuore le cavalle nitrire a quando a quando; e più sottil nitrito e più tremulo s'ode rispondere e più fresco, dei puledri novelli. Passano per la macchia gravi e tristi i camelli. Non il lor Barbaresco li guida ma il bifolco toscano, con l'antica voce che i padri suoi usarono pel solco ad incitare i buoi tardi nella fatica. Vanno i callosi cuoi. Giungono alla radura per deporre i lor fasci. Ecco, subitamente ciascun par che s'accasci per esalare il fiato, per quivi infracidire. Si piegan su i ginocchi con un grido sommesso. Poi sbadigliano al sole. Appar la gialla chiostra dei denti aspri, il palato violaceo. S'ode salire nelle gole serpentine e lanose un gorgóglio intermesso. Treman le labbra molli e lacrimano i bruni occhi esanimi, gli specchi inerti dei deserti e dei palmeti. Vecchi sembran della vecchiezza del Mondo questi grandi esuli, oppressi e affranti da tutta la stanchezza che addolora la carne viva sopra la faccia della Terra discorde. S'alzano senza il peso. Lunghe dal fianco spoglio trascinano le corde giù per la traccia. E s'ode quel lor triste gorgóglio. Tali forse li vide in lor piagge natali, e n'ebbe orrore, il buono mercatante pisano che fu predato e tratto prigione dai corsali in paese lontano. Volle la mala sorte ch'egli incappasse in una fusta di Barbareschi, che armava ventidue remi per banda, forte e veloce a saetta. E per le mani ladre perse le robe sue, la cocca a vele quadre e la mercatanzia. E fu messo in ritorte. E schiavo in Barberia gran tempo si rimase. E macinava il grano a braccia, tratto tratto udendo il grido vano del camello percosso, triste sino alla morte. Poi tornò, per riscatto, a Pisa, alle sue case. E fecesi un palagio novo a specchio dell'Arno. Memore del malvagio servire, ALLA GIORNATA scrisse nell'architrave. E l'Arno era soave. Meriggio A mezzo il giorno sul Mare etrusco pallido verdicante come il dissepolto bronzo dagli ipogei, grava la bonaccia. Non bava di vento intorno alita. Non trema canna su la solitaria spiaggia aspra di rusco, di ginepri arsi. Non suona voce, se ascolto. Riga di vele in panna verso Livorno biancica. Pel chiaro silenzio il Capo Corvo l'isola del Faro scorgo; e più lontane, forme d'aria nell'aria, l'isole del tuo sdegno, o padre Dante, la Capraia e la Gorgona. Marmorea corona di minaccevoli punte, le grandi Alpi Apuane regnano il regno amaro, dal loro orgoglio assunte. La foce è come salso stagno. Del marin colore, per mezzo alle capanne, per entro alle reti che pendono dalla croce degli staggi, si tace. Come il bronzo sepolcrale pallida verdica in pace quella che sorridea. Quasi letèa, obliviosa, eguale, segno non mostra di corrente, non ruga d'aura. La fuga delle due rive si chiude come in un cerchio di canne, che circonscrive l'oblìo silente; e le canne non han susurri. Più foschi i boschi di San Rossore fan di sé cupa chiostra; ma i più lontani, verso il Gombo, verso il Serchio, son quasi azzurri. Dormono i Monti Pisani coperti da inerti cumuli di vapore. Bonaccia, calura, per ovunque silenzio. L'Estate si matura sul mio capo come un pomo che promesso mi sia, che cogliere io debba con la mia mano, che suggere io debba con le mie labbra solo. Perduta è ogni traccia dell'uomo. Voce non suona, se ascolto. Ogni duolo umano m'abbandona. Non ho più nome. E sento che il mio vólto s'indora dell'oro meridiano, e che la mia bionda barba riluce come la paglia marina; sento che il lido rigato con sì delicato lavoro dell'onda e dal vento è come il mio palato, è come il cavo della mia mano ove il tatto s'affina. E la mia forza supina si stampa nell'arena, diffondesi nel mare; e il fiume è la mia vena, il monte è la mia fronte, la selva è la mia pube, la nube è il mio sudore. E io sono nel fiore della stiancia, nella scaglia della pina, nella bacca, del ginepro: io son nel fuco, nella paglia marina, in ogni cosa esigua, in ogni cosa immane, nella sabbia contigua, nelle vette lontane. Ardo, riluco. E non ho più nome. E l'alpi e l'isole e i golfi e i capi e i fari e i boschi e le foci ch'io nomai non han più l'usato nome che suona in labbra umane. Non ho più nome né sorte tra gli uomini; ma il mio nome è Meriggio. In tutto io vivo tacito come la Morte. E la mia vita è divina. Le madri Su le Lame di Fuore, nel salso strame, nelle brune giuncaie, nell'erbe gialle, oziano a branchi le saure e baie cavalle di San Rossore. Altre su i banchi di sabbia, altre nell'acqua immerse fino al ventre, s'ammusano; mentre le groppe al sole rilucono, chiare, scure, d'oro, di rame. Su le Lame, cui adduce anatre il verno, oziano nella luce pura le feconde, coi gravidi fianchi immote in una massa placida. Sole su l'acqua bassa le lunghe code con moto eterno ondeggiano. S'ode a quando a quando fremito delle froge umide, sbuffare ansare leggero, tremulo nitrito, nella foce silente; cui dal lito risponde fievole risucchio del mare. Taluna esce del mucchio, annusa l'acqua, s'abbevera lenta; poi guata verso il monte su cui s'aduna fumoso il nembo; poi si rivolge e ammusa. E ondeggiano le code lente sul riposo della mandra ferace. Teco, o Luce pura, teco attendono in pace la genitura le Madri. Lunge per l'aria chiara appar grande e soave cerula e bianca l'Alpe di Carrara, cerula d'ombre bianca di cave. Ma ingombre del muto nembo che si prepara son le cime ov'hanno con l'aquile nido le folgori corusche. Odor di lunge acuto, dalle pinete verdi e fulve, nelle bave rare del vento giunge alla quiete. Ed ecco una nave, ecco le vele etrusche partitesi dal lito di Luni lunato e niveo di marmi. Ecco una nave in vista tra il Serchio e il Gombo. È carica di marmi, è carica di sogni dormenti nel profondo candore ignoti e soli. E il mio spirito evòca il tuo folle Evangelista, o Buonarroti, il figlio della Terra e del Genio che l'affoca; vede la gran persona che si torce nell'angoscia del masso che lo serra, onde si sprigiona a guerra l'aspro ginocchio, e la coscia d'osso e di muscoli enorme. Nella carena dorme l'incarco fecondo di forme, tratto dall'erme cave, rapito al grembo dell'Alpe. Nel grembo della nave dormono le bianche moli. Attendon dai sogni soli la genitura le Madri. Albàsia O mattin nuziale tra il Mar pisano e l'Alpe lunense! O nozze immense e brevi! La nube formosa disposa il monte che a lei sale, l'ombra d'entrambi il piano, la dolce acqua il sale, la canna il tralcio, il salcio la florida stiancia, l'argano la bilancia su la foce pescosa, la mia rima il mio giòlito, l'algosa arena i tuoi piè lievi, o Ermione. E il cielo è nivale come su la tua guancia ondata il velo insolito. Il mare è d'opale con vene di crisòlito, come i mari dell'Asia, immoto albore di gemme fuse. Brillano le meduse a fiore dell'immerso banco. E tutto è bianco, presso e lontano. È grande albàsia da lido a lido, come allor che fa il nido sul Mar sicano la sposa Alcyone. L'Alpe sublime Svégliati, Ermione, sorgi dal tuo letto d'ulva, o donna dei liti. Mira spettacolo novo, gli Iddii appariti su l'Alpe di Luni sublime! Occidue nubi, corone caduche su cime eterne. Ma par che s'aduni concilio di numi grande e solenne tra il Sagro e il Giovo, tra la Pania e la Tambura, e che l'aquila fulva del Tonante su le sante sedi apra tutte le penne. Oh silenzii tirrenii nel destero Gombo! Solitudine pura, senz'orme! Candore dei marmi lontani, statua non nata, la più bella! Dormono i Monti Pisani, grevi, di cerulo piombo, su la pianura che dorme. Altra stirpe di monti. Non han numi, non genii, non aruspici in lor caverne, non impeti d'ardore verso i tramonti, non insania, non dolore; ma dormono su la pianura che dorme. Oh Alpe di Luni, davanti alla faccia del Mare la più bella, rupe che s'infutura, oh Segno che l'anima cerne, grande anelito terrestro verso il Maestro che crea, materia prometèa, altitudine insonne, alata, Inno senza favella, carne delle statue chiare, gloria dei templi immuni, forza delle colonne alzata, sostanza delle forme eterne! Il Gombo L'immensità del duolo, del lutto immedicabile senza fine, terrestre fatta qual Niobe nell'umida rupe, quivi abitava sembra nel lito deserto, nell'alpe ardua, nella selva che piange il suo pianto aromale. Tutto è quivi alto e puro e funebre come le plaghe ove duran nel Tempo i grandi castighi che inflisse il rigor degli iddii agli uomini obliosi del sacro limite imposto all'ansia del lor desiderio immortale. Tre disse quivi immense parole il Mistero del Mondo, pel Mare pel Lito per l'Alpe, visibile enigma divino che inebria di spavento e d'estasi l'anima umana cui travagliano il peso del corpo e lo sforzo dell'ale. Poi che non val la possa della Vita a comprendere tanta bellezza, ecco la Morte che braccia più vaste possiede e silenzii più intenti e rapidità più sicura; ecco la Morte, e l'Arte che è la sua sorella eternale: quella che anco rapisce la Vita e la toglie per sempre all'inganno del Tempo e nuda l'inalza tra l'Ombra e la Luce, e le dona col ritmo il novello respiro: ecco la Morte e l'Arte apparsemi nel cerchio fatale. O Niobe, l'antico tuo grido odo alzarsi repente al cospetto del Mare, e il tuo disperato dolore chiamar le figlie e i figli per l'inesorabile chiostra, e stridere odo l'arco forte e sibilare lo strale. «Tera, Ftia, Cleodossa, Astìoche, Pelòpia, Fedìmo!» Tu chiami; e i dolci nomi, i nomi che furono il miele della tua bocca, o Madre, si frangon nell'ululo crudo come pel mìssile oro l'incolpevole fior filiale. Procombono sul petto sul fianco, procombono i corpi floridi, i giovinetti venusti, le vergini leni; copron la sabbia amara, mescono le chiome alle spume non il sangue: incruenta è la piaga dell'oro letale. Procombono, stanno ai tuoi piedi, o Madre demente! Poi tutto è marmo, immota bellezza, effigiato silenzio. L'immensità del duolo è fatta terrestre e marina. Il Mare il Lito l'Alpe sono il tuo simulacro ferale. O Tantalide audace, io veggo il tuo bellissimo vólto impietrato e il tuo pianto nella solitudine esangue, e il sacrilego orgoglio che feceti chiedere altari per la generatirce virtù del tuo grembo mortale. Tutto è quivi alto e puro e funebre e ai cieli superbo, memore dell'umane grandezze e dei castighi divini. Ed in nessuna plaga con più guerra, ahi, l'anima audace travagliarono il peso del corpo e lo sforzo dell'ale. Anniversario orfico P.B.S. VIII Luglio MDCCCXXII Udimmo in sogno sul deserto Gombo sonar la vasta bùccina tritonia e da Luni diffondersi il rimbombo a Populonia. Dalle schiume canute ai gorghi intorti fremere udimmo tutto il Mare nostro come quando lo vèrberan le forti ale dell'Ostro. E trasalendo «Odi, sorella» io dissi «odi l'annuncio dell'enfiata conca? Forse per noi risale dagli abissi la testa tronca, la testa esangue del treicio Orfeo che, rapita dal freddo Ebro alla furia bassàrica, sen venne dell'Egeo al mar d'Etruria». Quasi fucina il vespro ardea di cupi fuochi; gridavan l'aquile nell'alto cielo, brillando il crine delle rupi qual roggio smalto. Come profusi fuor dell'urne infrante parean ruggir nell'affocato cerchio i fiumi, l'Arno del selvaggio Dante, la Magra, il Serchio. Ed ella disse: «Non l'Orfeo treicio, non su la lira la divina testa, ma colui che si diede in sacrificio alla Tempesta. Oggi è il suo giorno. Il nàufrago risale, che venne a noi dagli Angli fuggitivo, colui che amava Antigone immortale e il nostro ulivo». Dissi: «O veggente, che faremo noi per celebrar l'approdo spaventoso? Invocheremo il coro degli Eroi? Tremo, non oso. Questo naufrago ha forse gli occhi aperti e negli occhi l'imagine d'un mondo ineffabile. Ei vide negli incerti gorghi profondo. E tolto avea Promèteo dal rostro del vùlture, nel sen della Cagione svegliato avea l'originario mostro Demogorgóne!» Disse ella: «Gli versavan le melodi i Vènti dai lor carri di cristallo, il silenzio gli Spiriti custodi bui del metallo, il miel solare nella boccha schiusa le musiche api che nudrito aveano Sofocle, il gelo gli occhi d'Aretusa fiore d'Oceano». Dissi: «Ei ghermì la nuvola negli atrii di Giove, su l'acroceraunio giogo la folgore. Non odi i boschi patrii offrirgli il rogo? Mira funebre letto che s'appresta, estrutto rogo senza la bipenne! Vengono i rami e i tronchi alla congesta ara solenne. E caduto dal ciel l'arde il divino fuoco. Scrosciano e colano le gomme. Spazia l'odor del limite marino all'Alpi somme». Ella disse: «A noi vien per aver pace il nàufrago che il Mar di gorgo in gorgo travolse. Altra nel cielo che si tace anima scorgo. Placa te stesso e l'ospite! Il mortale, ch'evocò la gran Niobe di pietra su dal silenzio e trarre udì lo strale dalla faretra, èvochi presso il nàufrago silente la lacrimata figlia di Giocasta, la regia virgo nelle pieghe lente del peplo casta, Antigone dall'anima di luce, Antigone dagli occhi di viola, l'Ombra che solo nell'esilio truce egli amò sola. Ecco il giglio per quelle morte chiome, il fiore inespugnabile del nudo Gombo, il tirreno fior che ha il greco nome del doppio ludo, ecco il pancrazio». Io dissi: «No, 'l corremo. Intatto sia tra l'uno e l'altro il fiore. Vegli con noi quest'Ombre ed il supremo lor sacro amore». Terra, Vale! Tutto il Cielo precipita nel Mare. S'intenebrano i liti e si fan cavi, talami dell'Eumenidi avernali. Nubi opache sul limite marino alzano in contro mura di basalte. Solo tra le due notti il Mar risplende. presa e constretta negli intorti gorghi, come una preda pallida, è la luce. La tempesta ha divelto con furore i pascoli nettunii dalle salse valli ove agguatano i ritrosi mostri. Alghe livide, fuchi ferrugigni, nere ulve di radici multiformi fanno grande alla morta foce ingombro, natante prato cui nessuna greggia morderà, calcherà nessun pastore. Virtù si cela forse nelle fibre sterili, che trasmuta il petto umano? O mito del mortale fatto nume cerulo, rinnovèllati nel mio desiderio del flutto infaticato! Tutto il Cielo precipita nel Mare. Preda è la luce dei viventi gorghi, forse immolata per l'eternità. Ditirambo II Io fui Glauco, fui Glauco, quel d'Antèdone. Trepidar ne' precordii sentii la deità, sentii nell'intime midolla il freddo fremito della potenza equorea trascorrere di repente, io terrìgena, io mortal nato di sostanza efimera, io prole della polvere! Memore sono della metamorfosi. L'anima si fa pelago nel rimembrare, s'inazzurra ed èstua, e le foci vi sboccano dei mille fiumi che mi confluirono sul capo: nel rigùrgito immenso novamente par dissolversi quest'ossea compagine. O Iddii profondi, richiamate l'esule, però ch'ei sia miserrimo nella sua carne d'acro sangue irrigua, lasso ne' suoi piè debili che per lotosi tramiti s'attardano, dopo ch'ei fu l'indomita forza del flutto convertita in muscoli tòrtili per attorcere, dopo che le correnti dell'Oceano gli furon giogo a tessere le divine di sé vicissitudini come su trama vitrea. O Iddii profondi, richiamate l'esule triste, purificatelo sotto i fiumi lustrali ìnferi e sùperi, la deità rendetegli! Memore sono. Era già fatto il vespero su l'acque; ma i cieli ultimi ardevano d'un foco inestinguibile, e i golfi e i promontorii e l'isole di contro negreggiavano come are senza vittime già notturni, allorché sostai nel pascolo nettunio, presso il limite marino. Onusto di gran preda, sùbito votai su l'erbe i nèssili miei lini a noverar la mia dovizia. Poi del confuso cumulo feci schiere ordinate. E in cor godevami tante squame rilucere veggendo per quel bruno intrico; «I nèssili miei lini e i piombi e i sugheri t'appenderò nel tempio, o dio propizio» in cor disse il grato animo. E allor vidi i pesci più risplendere, vidi le pinne battere e le branchie alitare e per le scaglie lampi di forza correre. E, come quando il nume di Diòniso invade le Bassaridi e si disfrena giù pe' monti il Tìaso, la muta gente parvemi infuriare, cedere a un'incognita virtù, di sacra fervere insania. «Qual prodigio è questo? Ahi misero me!» gridai per grandissimo spavento; ché la preda mia fuggivasi a gara con vipèrea rapidità, balzando e dileguandosi. «Me misero! Un dio fecemi questo? e nell'erba è la possanza?» Attonito mi rimasi. Il silenzio era divino nella solitudine. Era già fatto il vespero, ma lungamente i cieli ultimi ardevano. Udir parvemi bùccina cupa sonar lungh'essi i promontorii selvosi; udire parvemi canti fatali spandersi dall'isole. E quasi inconsapevole la man correami per quell'erba strania, meditando io nell'animo il prodigio. Divelsi dalle radiche gli steli foschi; e, simile a capra di virgulti avida, mordere incominciai, discerpere e mordere. Rigavami le fauci il suco, ne' precordii scendeami, tutto il petto conturbandomi. «O terra!» gridai. Fumida era la terra intorno come nuvola che fosse per dissolversi ne' cieli, sotto i piedi miei fuggevole. E un amore terribile sorgeva in me, dell'infinito pelago, dell'amara salsedine, degli abissi, dei vortici e dei turbini. La mia carne era libera della gravezza terrestre. Nascevami dall'imo cor l'imagine d'un'onda ismisurata e per le pàlpebre mi si svelava il cerulo splendor del sangue novo, e il collo e gli òmeri dilatarsi parevano e le ginocchia giugnersi, le scaglie su per la pelle crescere, gelidi guizzi correre pei muscoli. «Terra, vale!» Precipite caddi nel gorgo, mi sommersi, l'infima toccai valle oceanica, uomo non più, non anco dio, ma immemore della terra e degli uomini. Fiumi correnti, odo il sublime sònito di voi sempre nell'anima, fiumi sgorganti d'ogni scaturigine, leni di pace o rauchi di violenza, caldi come l'aure nove che v'arrecarono l'alluvione copiosa o frigidi come i nivali vertici onde scendeste inviolati, d'auree sabbie flavi o sanguinei d'argille, pingui di limo o più limpidi che l'etere sidereo! Cento e cento passarono passarono sul mio capo. La fluida vita dell'orbe mi fluì su gli òmeri proni, con ineffabile melodìa. L'Acheronte, il gran tartareo pianto, anche sentii volvere su me nel cieco suo pallore i petali rapiti al prato asfòdelo. Tutte l'acque rombarono crosciarono su me sommerso, tolsero ogni terrestrità dal corpo immemore della sua dura nascita. E mi risollevai dio verso l'etere santo; spirai grande alito che una nave d'eroi sospinse. Io auspice apparvi agli Argonauti! Di su la prora chino il cantor tracio raccolse il vaticinio. E presso lui, d'oro chiomato, florido della prima lanugine, (sentendo l'immortalità, saltavagli il cuore sotto il bàlteo splendido) presso Orfeo figlio d'Apolline era il fratello d'Elena. O Iddii profondi, richiamate l'esule, la deità rendetegli! Io fui Glauco, fui Glauco, quel d'Antèdone. La terra m'è supplizio. Ecco, tutta la luce è nel Mare Infero, e per ovunque è tenebra. O nunzia di prodigi Alba oceanica! Nel gorgo mi precipito. L'oleandro I. Erigone, Aretusa, Berenice, quale di voi accompagnò la notte d'estate con più dolce melodìa tra gli oleandri lungo il bianco mare? Sedean con noi le donne presso il mare e avea ciascuna la sua melodìa entro il suo cuore per l'amica notte; e ciascuna di lor parea contenta. E sedevamo su la riva, esciti dalle chiare acque, con beato il sangue del fresco sale; e gli oleandri ambigui intrecciavan le rose al regio alloro su 'l nostro capo; e il giorno di sì grandi beni ci avea ricolmi che noi paghi sorridevamo di riconoscenza indicibile al suo divin morire. «Il giorno» disse pianamente Erigone verso la luce «non potrà morire. Mai la sua faccia parve tanto pura, non ebbe mai tanta soavità.» Era la sua parola come il vento d'estate quando ci disseta a sorsi e nella pausa noi pensiamo i fonti dei remoti giardini ov'egli errò. L'udii come s'io fossi ancor sommerso e la sua voce avesse umido velo. Ma reclinai la gota, e d'improvviso tiepida come sangue dalla conca dell'udito sgorgò l'acqua marina. Pur, profondando nella sabbia i nudi piedi, io sentia partirsi lentamente il buon calor del tramontato sole. E chi recise all'oleandro un ramo? Io non mi volsi, ma l'amarulenta fragranza della linfa della fresca piaga mi giunse alle narici, vinse l'odor muschiato dei vermigli fiori. «O Glauco» disse Berenice «ho sete.» Ed Aretusa disse: «O Derbe, quando fiorì di rose il lauro trionfale?» Ella ben sapea quando, ma non Derbe inesperto in foggiar lucidi miti. Ed il cuore profondo mi tremò, tremò della divina poesia. Ond'io pregava: «O desiderii miei, stirpe vorace e vigile, dormite! E voi lasciate che nel vostro sonno io mi cinga del lauro trionfale!» Tutto allora fu grande, anche il mio cuore. Oh poesia, divina libertà! Ergevasi con mille cime l'Alpe grande, quasi con volo di mille aquile, per il salir d'impetuosa forza dalle sue dure viscere di marmo onde l'uom che non volle umana prole trasse i suoi muti figli imperituri. E le curve propaggini dell'Alpe si protendeano ad abbracciare il mare; ed il mare splendeva di candore meraviglioso nel lunato golfo con la bellezza delle donne nostre. E quella luce un rinascente mito fece di voi sull'irraggiato mondo, Erigone, Aretusa, Berenice! Così ci parve riudire il canto delle Sirene, dalla nave concava di prora azzurra, fornita di ponti, veloce, in un doloroso ritorno spinta dal vento al frangente del mare, né ci difese Odisseo dal periglio con la sua cera; ma il cuore, non più libero, novellamente anelava. II. «O Glauco», disse Berenice «ho sete. Dov'è la fonte? dove sono i frutti? Dov'è Cyane azzurra come l'aria? Dove coglierai tu con le tue mani l'arancia aurata nella cupa fronda? Come ci dissetammo! E tanto era soave il dissetarsi che desiderammo l'ardente sete. Al par di noi chi seppe distinguere il sapore d'ogni frutto e la maturità dal suo colore? distinguere d'ogni acqua la freschezza e ritrovar la sua più fredda vena? e regolar le labbra al vario bere e il sorso modular come una nota? L'imagine di me nell'acque amavi. Dell'amore di me arsi inclinata, sì bella nel ninfale specchio fui. Io fui Cyane azzurra come l'aria. Tu mi ghermisti fra natanti foglie. L'ombra divina mi trasfigurò. Un fiore subitaneo s'aperse tra i miei ginocchi. Vincolata fui da verdi intrichi, fra radici pallide come i miei piedi, con segreto gelo. Il sol divino mi trasfigurò. Anelli innumerevoli alle dita furommi i raggi, pettini ai capelli, monili al collo, e veste tutta d'oro. O Aretusa, perché non ho il tuo nome? Nascesti tu nell'isola di Ortigia come l'amor del violento fiume? La sirena scagliosa abbeveravi, già fatto il vespero, al tacer dei flauti. Diedi io le canne ai flauti dei pastori. Io fui Cyane azzurra come l'aria. L'acqua sorgiva mi resto negli occhi; la lenta correntìa mi levigò. O Glauco, ti sovvien della Sicilia bella?» Ed io più non vidi la grande Alpe, il bianco mare. Io dissi: «Andiamo, andiamo!» «Ti sovvien della bella Doriese nomata Siracusa nell'effigie d'oro co' suoi delfini e i suoi cavalli, serto del mare? Noi scoprimmo un giorno, stando su l'Acradina, la triere che recava da Ceo l'Ode novella di Bacchilide al re vittorioso. Udivasi nel vento il suon del flauto che regolava l'impeto dei remi, or sì or no s'udiva il canto roco del celeùste; ma silenziosa l'Ode, foggiata di parole eterne, più lieve che corona d'oleastro, onerava di gloria la carena. Scendemmo al porto. Ti sovvien dell'ora? Un rogo era l'Acropoli in Ortigia; ardevano le nubi sul Plemmirio belle come le statue sul fronte dei templi; parea teso dalla forza di Siracusa il grande arco marino. E noi gridammo, e un sùbito clamore corse lungo le stoe quando la nave piena d'eternità giunse all'approdo. Portatrice di gloria, ella vivea magnanima, sublime. Giù pe' trasti anelava l'anelito servile; s'intravedean su' banchi sovrapposti i remiganti ignudi unti d'oliva: la lor fatica ansava dai portelli; il giglione del remo ai raggi obliqui lucea come la scapula; un ferigno odore si spandea, quasi di belve. E non di quell'anelito servile era viva la nave, non del sangue e dell'ossa pesanti ne' suoi fianchi; ma sì vivea divinamente d'una cosa ch'ella recava d'oltremare, più lieve che corona d'oleastro: l'Ode, foggiata di parole eterne». «È vero, è vero!» io dissi. «Mi sovviene». Ed il cuore profondo mi tremò, tremò della divina poesia. «Mi sovviene. Era l'Ode trionfale: "Canta Demetra che regna i feraci campi siciliani, e la sua figlia cinta di violette! Canto, o Clio, dispensatrice della dolce fama, la corsa dei cavalli di Ierone! Nike ed Aglaia eran con essi quando trasvolavano..." E l'anima invelata di sogni andava per le lontananze dei tempi verso i gloriosi approdi piena d'eternità come la nave di Ceo. Passammo gli ellesponti, i golfi, l'isole, gli arcipelaghi, le sirti: riverimmo le foci dei paterni fiumi, pregammo i promontorii sacri, salutammo le bianche cittadelle custodite da Pallade rupestri; varcammo l'Istmo pel diolco. Quivi eroi vedemmo e Pindaro con loro. Ed obliammo l'usignuol di Ceo per l'aquila tebana. Era la tua mitica luce sul Tirreno, o madre Ellade, ed era bella come i tuoi monti la nuda Alpe di Luni, o madre Ellade, come i tuoi monti bellissima era, onde a te discesero le stirpi degli Immortali che incedeano al fianco degli Efimeri sopra il dominato dolore, e quelli e questi erano eguali, e tutti erano Ellèni ed una lingua parlavano divina, uomini e iddii. In silenzio guardammo i grandi miti come le nubi sorgere dall'Alpe ed inclinarsi verso il bianco mare. Io vidi allora Pègaso pontare su gli altissimi marmi i piè di vento e balzar nell'azzurro con aperte le immense penne, senza cavaliere; e per il petto e per il ventre vasti trasparia come fiamma palpitante la potenza del sangue gorgonèo. Ardi gridò: "Ecco il teschio d'Orfeo, che vien dall'Ebro!". Ed il solenne lido parve attendere il fato dopo il grido. La sua bellezza s'aggrandì d'orrore. Il flutto nell'insolito splendore era meravigliosamente puro. Splendea sul mondo un giorno imperituro.» III. Ma non sostenne il nostro cuor mortale quel silenzio sublime. Si piegò verso il sorriso delle donne nostre. E Derbe disse ad Aretusa: «Quando fiorì di rose il lauro trionfale?». Era la donna giovinetta alzata, mutevole onda con un viso d'oro, tra gli oleandri; ed il reciso ramo per la capellatura umida effusa, che fingevale intorno al chiaro viso l'avvolgimento dell'antica fonte, intrecciava le rose al regio alloro. Disse Aretusa: «Bene io te 'l dirò» mutevole onda con un viso d'oro. Disse: «Inseguiva il re Apollo Dafne lungh'esso il fiume, come si racconta. La figlia di Penèo correva ansante chiamando il padre suo dall'erma sponda. Correva, e ad ora ad or le snelle gambe le s'intricavan nella chioma bionda. Ben così la poledra di Tessaglia galoppa nella sua criniera falba che fino a terra la corsa le ingombra. Rapido il re Apollo più l'incalza, infiammato desìo, per lei predare. All'alito del dio doventa fiamma la chioma della ninfa fluvïale. "O padre, o padre" grida "tu mi scampa!" Chiama ella il padre suo con grida vane. "Padre, un veloce fuoco mi ghermisce!" E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce crescon la furia del desìo predace. "O gran padre Penèo, perduta sono, ché mi si rompono i ginocchi. Salva- mi dalla brama del veloce fuoco che ora mi giunge, ecco, ecco, ora m'abbranca!" Ma il dolce sangue suo in altro suono, la sua bellezza in altro suono parla. Balzale il cuor, si piegano i ginocchi. Ed ecco ella s'arresta, chiude gli occhi e trema e dice: "Or ecco m'abbandono". Una gioia s'aggiunge al suo terrore ignota che il divin periglio affretta. Tremante e nuda dentro la chioma ode la vergine il tinnir della faretra, sente la forza del perseguitore, vede l'ardor pe' chiusi cigli e aspetta d'esser ghermita, e più non chiama il padre. Ma il dio la chiama: "Dafne, Dafne, Dafne!". Ed ella non udì voce più bella. Il dio la chiama: "Dafne, Dafne!" Ed osa ella aprir gli occhi: la rutila faccia vede da presso e la bocca bramosa mentre il dio con le due braccia l'allaccia. Rapita dalla forza luminosa gitta ella un grido che per la selvaggia sponda ultimo risuona, e l'ode il padre. Avido il dio districa la soave nudità dalla chioma che la fascia. Bianca midolla in còrtice lucente, in folti pampini uva delicata! Tenera e nuda il dio la piega, e sente ch'ella resiste come se combatta. Tenera cede il seno; ma dal ventre in giuso, quasi fosse radicata, ella sta rigida ed immota in terra. Attonito, l'amante la disserra. "Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta!" Subitamente Dafne s'impaura: le copre il vólto e il seno un pallor verde. Ella sembra cader, ma la giuntura dei ginocchi riman dura ed inerte. S'agita invano. L'atto della fuga invan le torce il fianco. Si disperde il senso di sua vita nella terra. E l'amante deluso ancor la serra. "Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?" Ma non il suo melodioso duolo giova a trarre colei dalla sua sorte. Nell'umidore del selvaggio suolo i piedi farsi radiche contorte ella sente e da lor sorgere un tronco che le gambe su fino alle cosce include e della pelle scorza fa e dov'è il fiore di verginità un nodo inviolabile compone. "O Apollo" geme tal novo dolore "prendimi! Dov'è dunque il tuo desìo? O Febo, non sei tu figlio di Giove? Arco-d'-argento, non sei dunque un dio? Prendimi, strappami alla terra atroce che mi prende e beve il sangue mio! Tutto furente m'hai perseguitata ed or più non mi vuoi? Me sciagurata! Salva mio grembo per lo tuo desìo! Salvami, Cintio, per la tua pietà! Se i miei capelli, che m'avvinsero, ami, de' miei capelli corda all'arco fa! Prendimi, Apollo!" E tendegli le mani, che son fogliute; e il verde sale; e già le braccia sino ai cubiti son rami; e il verde e il bruno salgon per la pelle; e su per l'ombelico alle mammelle già il duro tronco arriva; e i lai son vani. "Aita, aita! Il cuore mi si serra. Vedi atra scorza che il petto m'opprime! O Apollo Febo, strappami da terra! Tanto furente, non sia più ghermire? Nuda mi prenderai su la dolce erba, su la dolce erba e su 'l mio dolce crine. Ardo di te come tu di me ardi. O Apollo, o re Apollo, perché tardi? Già tutta quanta sentomi inverdire." Il dolce crine è già novella fronda intorno al viso che si trascolora. La figlia di Penèo non è più bionda; non è più ninfa e non è lauro ancora. Sola è rossa la bocca gemebonda che del novello aroma s'insapora. Escon parole e lacrime odorate dall'ultima doglianza. O fior d'estate, prima rosa del lauro che s'infiora! Tutto è gia verde linfa, e sola è sangue la bocca che querelasi interrotta- mente. In pallide fibre il cor si sface ma il suo rossore è in sommo della bocca. Desioso dolor preme l'amante. Guarda ei l'arbore sua ma non la tocca; l'ode implorare ma non ha virtù. E chiama: "Dafne, Dafne!" Ella non più implora, non più geme. "Dafne, Dafne!" Ella non più risponde: è senza voce. Pur la gola sonora è fatta legno. Le palpebre son due tremule foglie; li occhi gocciole son d'umor silvestro; bruni margini inasprano le gote; delle tenui nari è appena il segno. Ma nell'ombra la bocca è ancora sangue, sola nel lauro la bocca di Dafne arde e al dio s'offre, virginal mistero. Curvasi Apollo verso quella ardente, la bacia con impetuosa brama. Ne freme tutta l'arbore; s'accende l'ombra intorno alla fronte sovrana; ogni ramo in corona si protende, e la fronte d'Apollo è laureata. Pean! O gloria! Ma sotto i suoi baci or più non sente che foglie vivaci, amare bacche. E Dafne Dafne chiama. "Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei tutta! Ahi chi ti fece al mio desìo diversa? In durissimo tronco e in fronda cupa la dolce carne tua or s'è conversa. La tua bocca vermiglia s'è distrutta, che pareva di fiamma ardere eterna. Come leggieri i piedi tuoi su l'erba, or radicati nella negra terra! M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta? Rispondi!" Abbrividiscono le frondi sino alla vetta. Nel silenzio un breve murmure spira. "M'odi tu? Rispondi!" Move la vetta un fremito più lieve. Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi cieli le rive alto silenzio tiene. Il bellissimo lauro è senza pianto; il dolore del dio s'inalza in canto. Odono i monti e le valli serene. Odono i monti e le valli e le selve e i fonti e i fiumi e l'isole del mare. Spandesi il canto dall'anima ardente e per tutte le cose generare. La bellezza di Dafne ecco riveste la terra; le sue membra delicate son monti e valli e selve e fiumi e fonti, il suo sguardo inzaffira gli orizzonti, la sua chioma fa l'oro dell'estate. O Dafne, sempre il dio e l'uom cantando non vorranno altro onor che un ramoscello di te! Così l'Arco-d'-argento, quando ha placato il suo cuore nell'immenso inno, pago si giace sotto il sacro lauro ad attendere il suo dì novello. Cade la notte. Sul sonno divino l'arbore luce d'un baglior sanguigno, qual bronzo che si vada arroventando. Scorre la notte. Tra l'Olimpo e l'Ossa una stella tramonta e l'altra sale. Misteriosa l'arbore s'arrossa ma sul suo fuoco piovon le rugiade. Sogna il Cintio la desiata bocca di Dafne, e balza il suo cuore immortale. È l'alba, è l'alba. Il dio si desta: un grido di meraviglia irraggia tutti il lido. Brilla di rose il lauro trionfale!» IV. E così della rosa e dell'alloro parlò quell'Aretusa fiorentina, mutevole onda con un viso d'oro. la sua voce era come acqua argentina che recasse lavandula o pur menta o salvia o altra fresca erba mattutina. Tutto rigato dalla schietta vena «Sol d'oleandro voglio laurearmi» io dissi. Ed Aretusa era contenta; e recise per me altri due rami e fe' l'atto di cingermi le tempie dicendomi: «Pe' tuoi novelli carmi! Che la cerula e fulva Estate sempre abbia tu nel tuo cuore e in te le rime nascano come le sue rose scempie!» E il giorno estivo non potea morire, ma sorrideva sopra il bianco mare silenziosamente senza fine; e la notte, che avea parte ineguale, spiava il bel nemico dalle chiostre dei monti azzurra come te, Cyane. Ebri e tristi d'aver bevuto a troppe fonti e incantato il cor per tutte guise, cercammo il grembo delle donne nostre. Ma la Melancolìa venne e s'assise in mezzo a noi tra gli oleandri, muta guatando noi con le pupille fise. Ed Erigone, ch'ebbe conosciuta la taciturna amica del pensiero, chinò la fronte come chi saluta. E poi disse la Notte e il suo mistero. V. «Il Giorno» disse «non potrà morire. Il suo sangue non tinge il bianco mare. Mai la sua faccia parve tanto pura, non ebbe mai tanta soavità. Giace supino sopra il bianco mare, sorride al cielo ch'ei regnava, attende ei non sa quale morte o voluttà. Pur tanto è dolce che la Notte oscura non già lo spegne ma di lui s'accende, e lui aurato nelle braccia prende, lui cela nella sua capellatura, ma non così che quelle membra d'oro non veggansi pel fosco trasparire e illuminare la serenità. Caldi soffiano i venti al bianco mare, calde passano e lente le riviere in cuore alle terribili città, passano e vanno per ignoti piani, cingono ignoti boschi: i cervi a bere scendono ansanti nella gran caldura; lunghi bràmiti ascoltano lontani; bevono: in qualche tacita radura poi fino a morte si combatterà. O Notte, o Notte, invano tu nascondi ne' tuoi capelli il dolce tuo nemico! Non sono i tuoi capelli sì profondi che non veggasi dai nostri occhi umani fiammeggiarvi per entro il tuo piacere. La terra oppressa respiro non ha. Arde l'ombra. La vigna è come il vino: il grappolo sul tralcio si matura poi che il raggio nell'uva è prigioniere. La terra soffre nell'ebrietà. Arde come una glauca vampa l'ombra. Aduna e vita e morte il bianco mare, immensa cuna il mare, immensa tomba. A lui dal monte la sorgente va. Impallidisce sotto il pianto il coro delle Pleiadi e l'una d'elle è occulta, l'una che seppe la felicità. Orione si slaccia l'armatura, e Boote si volge, e Cinosura vacilla; e l'Orsa anche impallidirà. Oblìa la Notte tutte le sue stelle e il duolo antico degli amanti umani. Che con lei piangeremo ella non sa. O Notte, piangi tutte le tue stelle! il grido dell'allodola domani dall'amor nostro ci disgiungerà». Un'altra era con noi, ma restò muta, tra gli oleandri lungo il bianco mare. Bocca di Serchio ARDI: Glauco, Glauco, ove sei? Più non ti veggo. Ho perduto il sentiere, e il mio cavallo s'arresta. I Pini, i pini d'ogni parte mi serrano. Agrio affonda nella massa degli aghi, come nella sabbia, fino ai garetti. Ove sei, Glauco? Mi vedi? Ho le gambe che sanguinano. Folli fummo entrando nel bosco ignudi come nel mare. I rovi, le schegge, le scaglie feriscono, e i ginepri aspri. Non sanguini anche tu? Oh profumo! Sale a un tratto come una vampa. Il vino dell'Estate! N'ho bevuto una piena coppa, e un'altra ne bevo, e un'altra anche più calda, e un'altra bollente che mi brucia il cuore e fino alla gola mi sazia, fino agli occhi. O Glauco, Glauco, il vino dell'Estate misto di oro di rèsina e di miele! GLAUCO: Io ti veggo, ti veggo, Ardi. Sei bello sul tuo cavallo bianco. Tu non puoi portar clamide, come i cavalieri d'Atene, ma ti giova essere ignudo. Su, spingi Agrio! Non v'è sentiere. I fusti sono fragili come aride canne. Odi? Folo li rompe col suo petto. Dunque or teme le scaglie e i rovi il marmo delle tue gambe? È splendido il tuo sangue, Ardi. Poiché ciascuna cosa in torno le più ricche virtudi e più segrete esprime per farti ebro, non ti dolga di sanguinare come il pino stilla, come il ginepro odora. Avanti, avanti per la boscaglia che rosseggia e cede! Vedesti mai più fulva chioma e spessa? I bei sogni vi restano come api prese nella criniera d'un leone. ARDI: Preso per i capegli sono. Ah, il ramo si rompe e gli aghi piovonmi sul collo, su gli omeri, già coprono la groppa d'Agrio. Vedi? A miriadi, a miriadi! Carichi tutti i rami biforcuti. In ogni congiuntura accumulati a fasci gli aghi morti. Morta sembra tutta la selva, inaridita e cieca. Rompesi come vetro. Il verde è al sommo, invisibile, e fa prigione i raggi nell'intrico; ma l'ombra sua mi cuoce la fronte e mi dissecca la narice. Entreremo nel fiume coi cavalli! Diguazzeremo in mezzo alla corrente! E ancor lontano il Serchio? Tutta l'ombra respira aridità. L'acqua è lontana. E sento che lo zòccolo a traverso gli aghi morti non trova se non sabbia torrida. I coni vacui son neri come carboni spenti, come tizzi consunti. O Glauco, dove mi conduci? GLAUCO: Chiudi gli occhi. Odi il vento? Navigare ti sembra, veleggiar per il deserto mare. Odi il vento tra le sàrtie? Odi il gemito degli alberi allo sforzo delle vele? Si naviga per acque infide verso l'isola di Circe. Negli orciuoli d'argilla non rimane goccia di fonte. Beveremo il sale. Apri gli occhi! Ecco l'atrio della maga tutto riscintillante di prodigi. Larve di stelle adornano la reggia della donna solare, vedi?, simili a foglie macerate dagli autunni che serban lor sottili nervature con la tenuità dei bissi intesti d'aria e di lume. Fili palpitanti le congiungono, l'iride le cangia, indicibile tremito le muove. Circe incantò le stelle eccelse, e l'ebbe, e le votò di lor sostanza ignìta; e qui raduna le lor dolci larve. ARDI: Opre di ragni, arte divina, tele stellari! O Glauco, io n'ho già lacerata una col viso, e un'altra ancóra. Guarda! Per ovunque tessute son le stelle. Siam presi in una rete innumerevole. Férmati! Non distruggere l'incanto. GLAUCO: La radura è vicina. Il sole pènetra fra i rami. Tutto tremola e scintilla. La résina sul tronco è come l'ambra. Di polito metallo è il mirto chiuso. La tamerice sembra quasi azzurra tra i rossi pini. E il tuo volto s'imperla. ARDI: Oh com'è bello Folo che dall'ombra trapassa, maculato di sudore, nella banda del sole! Anche tu sànguini. Non vedesti le vipere fuggire? Qual nome hanno quei lunghi fili d'erba che portano una spiga nera in cima? GLAUCO: Il nome che le labbra ti diletta. Abbandona le rèdini sul collo d'Agrio. Ascolta il cavallo nel silenzio sbuffare. Vola la sua bava e imbianca il mentastro. Perché, Ardi, sol questo empie il mio petto di felicità? ARDI: Forse già fummo i figli della Nuvola. Già l'erba calpestammo con gli zòccoli, cogliemmo il fiore con le dita umane. Un dì, volgendo indietro il torso ignudo, con la concava scorza detergemmo dal pelo della groppa calorosa il sudore che in rivoli colava. Lo spazio immenso era la nostra ebrezza. Senz'ansia il nostro fianco infaticato vinse in numero i palpiti del vento. Tanto di terra in un sol dì varcammo quanto varcava Pègaso di cielo. GLAUCO: Rapidità, Rapidità, gioiosa vittoria sopra il triste peso, aerea febbre, sete di vento e di splendore, moltiplicato spirito nell'òssea mole, Rapidità, la prima nata dall'arco teso che si chiama Vita! Vivere noi vogliamo, Ardi, correndo: passare tutti i fiumi, discoprirli dalle fonti alle foci, lungo i lidi marini l'orma imprimere nel segno sinuoso, nell'argentina traccia che di sé lascia il flutto più recente. ARDI: Dato ci fosse correre senz'ansia l'Universo! Ma troppo il nostro petto è angusto pel respiro della nostra anima. O Glauco, a chi t'ascolta, sei come l'estro implacabile che incìta i tori. E l'orizzonte è come anello vitreo che tu spezzi per disdegno. GLAUCO: Taci, Beviamo il vino dell'Estate, sol dediti all'amore del bel fiume. Verso tutte le selve della Terra sospiro; ma, se in una solitario viver dovessi, in questa, Ardi, vorrei vivere, in questa calda selva australe, in quest'aridità d'ombre estuose. ARDI: È come un rogo pronto a conflagrare. La potenza del fuoco in lei si chiude. Soavemente mormora nell'aura, ma la sua voce vera in lei si tace. Parlerà con le lingue dell'incendio quando la nube nata dal Tirreno le scaglierà la folgore notturna. GLAUCO: Il respiro non passa per le fauci ma per tutte le membra, fino al pollice del piede scalzo; e passano gli aromi per tutti i pori. E sento respirare il mio cavallo, e sento la ferina sua allegrezza, come se nel duplice corpo fervesse l'unico mio cuore. ARDI: Ecco l'erba, ecco il verde, ecco una canna. Ecco un sentiere erboso. Guarda, al fondo, guarda i monti Pisani corrucciati sotto le vaste nuvole di nembo. GLAUCO: Ardi, non odi gracidìo di corvi là verso il mare? Scendono alla foce del Serchio a branchi, e tesa v'è la rete, dissemi il cacciatore di Vecchiano. ARDI: Il Serchio è presso? Volgiti all'indizio. Ecco la sabbia tra i ginepri rari, vergine d'orme come nei deserti. Si nasconde la foce intra i canneti? La scopriremo forse all'improvviso? Ci parrà bella? No, non t'affrettare! Lascia il cavallo al passo. È dolce l'ansia, e viene a noi dal più remoto oblìo, vien dall'antica santità dell'acque. Liberi siamo nella selva, ignudi su i corsieri pieghevoli, in attesa che il dio ci sveli una bellezza eterna. Non t'affrettare, poi che il cuore è colmo. GLAUCO: Bocche delle fiumane venerande! Lungo le pietre d'Ostia è più divino il Tevere. Soave è nei miei modi l'Arno. Il natale Aterno, imporporato di vele, splende come sangue ostile. E l'Erìdano vidi, e l'Achelòo, e il gran Delta, e le foci senza nome ove attardarsi volle invano il sogno del pellegrino. Ma che questa, o Ardi, sia la più bella mi conceda il dio; perché non mai fu tanto armonioso il mio petto, né mai tanto fu degno di rispecchiare una bellezza eterna. ARDI: Oh, mistero! La verde chiostra accoglie i vóti, qual vestibolo di tempio silvano. I pini alzan colonne d'ombra intorno al sacro stagno liminare che ha per suo letto un prato di smeraldi. Nel silenzio l'imagine del cielo si profonda: non ride né sorride, ma dal profondo intentamente guarda. GLAUCO: Odi la melodìa del Mar Tirreno? Tra le voci dei più lontani mari, nell'estrema vecchiezza, nell'orrore del gelo, il sangue mio l'imiterà. E la cerula e fulva Estate sempre io m'avrò nel mio cuore. Odi sommesso carme che ci accompagna per l'esiguo istmo sembiante al giogo d'una lira. ARDI: Tutto è divina musica e strumento docile all'infinito soffio. Guarda per la sabbia le rotte canne, guarda le radici divelte, ancor frementi di labbra curve e di leggiere dita! I musici fuggevoli con elle modulavano il carme fluviale. GLAUCO: Scendi dal tuo cavallo, Ardi. Ecco il fiume, ecco il nato dei monti. Oh meraviglia! Ei porta in bocca l'adunata sabbia fatta come la foglia dell'alloro. T'offriamo questi giovani cavalli, o Serchio, anche t'offriamo i nostri corpi ov'è chiuso il calor meridiano. ARDI: Anelammo d'amore per trovarti! Sgorgar parea che tu dovessi, o fiume, dal nostro petto come un sùbito inno. GLAUCO: Dio tu sei, dio tu sei; noi siam mortali. Ma fenderemo la tua forza pura. La più gran gioia è sempre all'altra riva. Il cervo Non odi cupi bràmiti interrotti di là del Serchio? Il cervo d'unghia nera si sèpara dal branco delle femmine e si rinselva. Dormirà fra breve nel letto verde, entro la macchia folta, soffiando dalle crespe froge il fiato violento che di mentastro odora. Le vestigia ch'ei lascia hanno la forma, sai tu?, del cor purpureo balzante. Ei di tal forma stampa il terren grasso; e la stampata zolla, ch'ei solleva con ciascun piede, lascia poi cadere. Ben questa chiama «gran sigillo» il cauto cacciatore che lèggevi per entro i segni; e mai giudizio non gli falla, oh beato che capo di gran sangue persegue al tramontare delle stelle, e l'uccide in sul nascere del sole, e vede palpitare il vasto corpo azzannato dai cani e gli alti palchi della fronte agitar l'estrema lite! Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti noi tra le canne fluviali assisi. Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo fiume non solcherà duplice solco del tuo braccio e del tuo predace riso, fieri guizzando i muscoli nel gelo. Inermi siamo e sazii di bellezza, chini a spiare il cuor nostro ove rugge, più lontano che il bràmito del cervo, l'antico desiderio delle prede. Or lascia quello il branco e si rinselva. Forse è d'insigni lombi, e assai ramoso. Ei più non vessa col nascente corno le scorze. Già la sua corona è dura; e il suo collo s'infosca e mette barba, e fra breve sarà gonfio del molto bramire. Udremo a notte le sue lunghe muglia, udremo la voce sua di toro; sorgere il grido della sua lussuria udremo nei silenzii della Luna. L'ippocampo Vimine svelto, pieghevole Musa furtivamente fuggita del Coro lasciando l'alloro pel leandro crinale, mutevole Aretusa dal viso d'oro, offri in ristoro il tuo sal lucente al mio cavallo Folo dagli occhi d'elettro, dal ventre di veltro, ch'è solo l'eguale del sangue di Medusa ahi, ma senz'ale! Offrigli il sale, sonoro al dente, o Aretusa, nella palma dischiusa e nuda, senza spavento ché, per prendere il dono, ha labbra più leggiere delle sue gambe di vento. Appena ti lambe, come per bere! Del suo piacere ti bagna; e la tua palma appena sente, dietro le labbra, il fresco suo dente di puledro, che brucar l'erba calma può sì dolcemente e rodere il ferro difficile quando serro la rapidità focace pe' solitarii lidi io senza pace. Come per te, furace fauna dei pomarii, un bugno di miel redolente non vale simiana acerba, così per lui biada opima non vale un pugno di sale mordace. Troppo gli piace, Aretusa. Ingordo n'è come capra sima. Forse ha un ricordo marino il sangue di Folo. Egli è forse figliuolo degli Ippocampi dalla coda di squamme. Ora è fiamme e lampi, ma prima era forse argentino o cerulo o verdastro come il flutto, gagliardo come il flutto decumano. E nel vespero tardo, all'apparir dell'astro che cresce, al levar della brezza, tutto acquoso e salmastro venuto in su la proda, mansuefatto, battendo con la coda di pesce l'arena per la dolcezza, sogguardando in atto d'amore, gocciando bava, prono la schiena, mangiava piano l'aliga nella mano cava della Sirena. L'onda Nella cala tranquilla scintilla, intesto di scaglia come l'antica lorica del catafratto, il Mare. Sembra trascolorare. S'argenta? s'oscura? A un tratto come colpo dismaglia l'arme, la forza del vento l'intacca. Non dura. Nasce l'onda fiacca, sùbito s'ammorza. Il vento rinforza. Altra onda nasce, si perde, come agnello che pasce pel verde: un fiocco di spuma che balza! Ma il vento riviene, rincalza, ridonda. Altra onda s'alza, nel suo nascimento più lene che ventre virginale! Palpita, sale, si gonfia, s'incurva, s'alluma, propende. Il dorso ampio splende come cristallo; la cima leggiera s'arruffa come criniera nivea di cavallo. Il vento la scavezza. L'onda si spezza, precipita nel cavo del solco sonora; spumeggia, biancheggia, s'infiora, odora, travolge la cuora, trae l'alga e l'ulva; s'allunga, rotola, galoppa; intoppa in altra cui 'l vento diè tempra diversa; l'avversa, l'assalta, la sormonta, vi si mesce, s'accresce. Di spruzzi, di sprazzi, di fiocchi, d'iridi ferve nella risacca; par che di crisopazzi scintilli e di berilli viridi a sacca. O sua favella! Sciacqua, sciaborda, scroscia, schiocca, schianta, romba, ride, canta, accorda, discorda, tutte accoglie e fonde le dissonanze acute nelle sue volute profonde, libera e bella, numerosa e folle, possente e molle, creatura viva che gode del suo mistero fugace. E per la riva l'ode la sua sorella scalza dal passo leggero e dalle gambe lisce, Aretusa rapace che rapisce le frutta ond'ha colmo suo grembo. Subito le balza il cor, le raggia il viso d'oro. Lascia ella il lembo, s'inclina al richiamo canoro; e la selvaggia rapina, l'acerbo suo tesoro oblìa nella melode. E anch'ella si gode come l'onda, l'asciutta fura, quasi che tutta la freschezza marina a nembo entro le giunga! Musa, cantai la lode della mia Strofe Lunga. La corona di Glauco MÉLITTA: Fulge, dai maculosi leopardi vigilata, una rupe bianca e sola onde il miele silentemente cola quasi fontana pingue che s'attardi. Quivi in segreto sono i miei lavacri dove il mio corpo ignudo s'insapora e di rosarii e di pomarii odora e si colora come i marmi sacri. Io son flava, dal pollice del piede alla cervice. Inganno l'ape artefice. Porto negli occhi mie le arene lidie. Per entro i variati ori la lieve anima mia sta come un fiore semplice. Melitta è il nome della mia flavizie. L'ACERBA: Non io del grasso fiale mi nutrico. Lascio la cera e il miele nel lor bugno. Ma spicco la susina afra dal prugno semiano, e mi piace l'orichico. E il latte agresto piacemi del fico primaticcio che nérica nel giugno. Ti do due labbra fresche per un pugno di verdi fave, e il picciol cuore amico! Vieni, monta pe' rami. Eccoti il braccio. Odoro come il cedro bergamotto se tu mi strizzi un poco la cintura. Quanto soffii! Tropp'alto? Non ti piaccio? Ah, ah, mi sembri quel volpone ghiotto che disse all'uva: Tu non sei matura. NICO: I tuoi piè bianchi sono i miei trastulli nella gracile sabbia ove t'accosci, bianchi e piccoli come gli aliossi levigati dal gioco dei fanciulli. - Ahi, ahi, misera Nico, i miei piè brulli! Su la sabbia di foco i piè mi cossi. Tu ridi, costassù, tu ridi a scrosci! Ma, s'io ti giungo, vedi come frulli. - Ingrata, ingrata, con che arte il foco ti rilieva le vene in pelle in pelle e il pollice t'imporpora e il tallone! - Bada; Non aliossi pel tuo gioco ma ho in serbo per te, schiavo ribelle, una sferza di cuoio paflagone. NICARETE: Glauco di Serchio, m'odi. Io, Nicarete le canne con le lenze e gli ami sgombri che non preser già mai barbi né scombri t'appendo alla tua candida parete. E t'appendo le nasse anco, e la rete fallace con suoi sugheri e suoi piombi che non pescò già mai mulli né rombi ma qualche fuco e l'alghe consuete. Amaro e avaro è il sale. O Glauco, m'odi. Prendimi teco. Evvi una bocca, parmi, sinuosa nell'ombra de' miei bùccoli. Teco andare vorrei tra lenti biodi e coglier teco per incoronarmi l'ibisco che fiorisce a Massaciùccoli A NICARETE: Nicarete dal monte di Quiesa a Montramito i colli sono lenti come i tuoi biodi, all'aria obbedienti, fatti anch'elli d'un oro che non pesa. E quella lor soavità, sospesa tra i chiari cieli e l'acque trasparenti, tu non la vedi quasi ma la senti come una gioia che non si palesa. Sorge, splendore del silenzio, il disco lunare. O Nicarete, ecco, e s'adempie mentre nel lago la ninfea si chiude. Prima è rosato come il fior d'ibisco che t'inghirlanda le tue dolci tempie ma dopo assempra le tue spalle ignude. GORGO: Ospite sempre memore, io son Gorgo e l'odor delle Cicladi vien meco. Tutte l'uve e le spezie, ecco, ti reco in questo lino aereo d'Amorgo. Glauco, e ti reco il vin di Chio nell'otro, quel che bevesti un dì sul tuo fasèlo, quel che in argilla si facea di gelo pendula a soffio di ponente o d'ostro. E una corona d'ellera e di gàttice ti reco, per un'ode che mi piacque di te, che canta l'isola di Progne. Io voglio, nuda nell'odor del màstice, danzar per te sul limite dell'acque l'ode fiumale al suon delle sampogne. A GORGO: Gorgo, più nuda sei nel lin seguace. La tua veste ti segue e non ti chiude. Fra l'ombelico e il depilato pube il ventre appare quasi onda che nasce. Ombra non è su le tue membra caste: dall'ìnguine all'ascella albeggi immune. Polita come il ciòttolo del fiume sei, snella come l'ode che ti piacque. Danzami la tua molle danza ionia mentre che l'Apuana Alpe s'inostra e il Mar Tirreno palpita e corusca. L'Ellade sta fra Luni e Populonia! E il cor mi gode come se tu m'offra il vin tuo greco in una tazza etrusca. L'AULETRIDE: Io rinvenni la pelle dell'incauto Frigio nomato Marsia appesa a un pino, sul suol roggio il coltello del divino castigatore e, presso, il doppio flauto. Questo raccolsi trepidando, o Glauco. E, immemore del flebile destino, io son osa talor nel mio giardino chiuso carmi dedurre sotto il lauro. Rivolgomi sovente e guardo s'Egli non apparisca a un tratto, l'Immortale. Ma non mi trema il mio labbro fasciato. Vivon nell'orror sacro i miei capegli ma per l'angustia del mio petto sale il superbo di Marsia antico afflato. BACCHA: Ah, chi mi chiama? Ah, chi m'afferra? Un tirso io sono, un tirso crinito di fronda, squassato da una forza furibonda. Mi scapiglio, mi scalzo, mi discingo. Trascinami alla nube o nell'abisso! Sii tu dio, sii tu mostro, eccomi pronta. Centauro, son la tua cavalla bionda. Fammi pregna di te. Schiumo, nitrisco. Tritone, son la tua femmina azzurra: salsa com'alga è la mia lingua; entrambe le gambe squamma sonora mi serra. Chi mi chiama? La bùccina notturna? il nitrito del Tessalo? il tonante Pan? Son nuda. Ardo, gelo. Ah, chi m'afferra? Stabat nuda aestas Primamente intravidi il suo piè stretto scorrere su per gli aghi arsi dei pini ove estuava l'aere con grande tremito, quasi bianca vampa effusa. Le cicale si tacquero. Più rochi si fecero i ruscelli. Copiosa la résina gemette giù pe' fusti. Riconobbi il colùbro dal sentore. Nel bosco degli ulivi la raggiunsi. Scorse l'ombre cerulee dei rami su la schiena falcata, e i capei fulvi nell'argento pallàdio trasvolare senza suono. Più lungi, nella stoppia, l'allodola balzò dal solco raso, la chiamò, la chiamò per nome in cielo. Allora anch'io per nome la chiamai. Tra i leandri la vidi che si volse. Come in bronzea messe nel falasco entrò, che richiudeasi strepitoso. Più lungi, verso il lido, tra la paglia marina il piede le si torse in fallo. Distesa cadde tra le sabbie e l'acque. Il ponente schiumò ne' suoi capegli. Immensa apparve, immensa nudità. Ditirambo III O grande Estate, delizia grande tra l'alpe e il mare, tra così candidi marmi ed acque così soavi nuda le aeree membra che riga il tuo sangue d'oro odorate di aliga di résina e di alloro, laudata sii, o voluttà grande nel cielo nella terra e nel mare e nei fianchi del fauno, o Estate, e nel mio cantare, laudata sii tu che colmasti de' tuoi più ricchi doni il nostro giorno e prolunghi su gli oleandri la luce del tramonto a miracol mostrare! Ardevi col tuo piede le silenti erbe marine, struggevi col tuo respiro le piogge pellegrine, tra così candidi marmi ed acque così soavi alzata; e grande eri, e pur delle più tenui vite gioiva la tua gioia, e tutto vedeva la tua pupilla grande: le frondi delle selve e i fusti delle navi, e la ragia colare, maturarsi nelle pine le chiuse mandorlette e la scaglia che le sigilla pender nel fulvo, e l'orme degli uccelli nell'argilla dei fiumi, l'ombre dei voli su le sabbie saline vedea, le sabbie rigarsi come i palati cavi, al vento e all'onda farsi dolci come l'inguine e il pube amorosamente, imitar l'opre dell'api, disporsi a mo' dei favi in alveoli senza miele, e l'osso della seppia tra le brune carrube biancheggiar sul lido, tra le meduse morte brillar la lisca nitida, la valva tra il sughero ed il vimine variar la sua iri, pallida di desiri la nube languir di rupe in rupe lungh'essi gli aspri capi qual molle donna che si giaccia co' suoi schiavi, scorrere la gómena nella rossa cùbia, sorgere la negossa viva di palpitanti pinne, curvarsi al peso vivo la pertica, la possa dei muscoli, gonfiarsi nelle braccia vellute, una man rude tendere la scotta, al garrir della vela forte piegarsi il bordo, come la gota del nuotatore, la scìa mutar colore, tutto il Tirreno in fiore tremolar come alti paschi al fiato di ponente. O Estate, Estate ardente, quanto t'amammo noi per t'assomigliare, per gioir teco nel cielo nella terra e nel mare, per teco ardere di gioia su la faccia del mondo, selvaggia Estate dal respiro profondo, figlia di Pan diletta, amor del titan Sole, armoniosa, melodiosa, che accordi il curvo golfo sonoro come la citareda accorda la sua cetra, dolore di Demetra che di te si duole ne' solstizii sereni per Proserpina sua perduta primavera! O fulva fiera, o infiammata leonessa dell'Etra, grande Estate selvaggia, libidinosa, vertiginosa, tu che affochi le reni, che incrudisci la sete, che infurii gli estri, Musa, Gorgóne, tu che sciogli le zone, che succingi le vesti, che sfreni le danze, Grazia, Baccante, tu ch'esprimi gli aromi, tu che afforzi i veleni, tu che aguzzi le spine, Esperide, Erine, deità diversa, innumerevole gioco dei vènti dei flutti e delle sabbie, bella nelle tue rabbie silenziose, acre ne' tuoi torpori, o tutta bella ed acre in mille nomi, fatta per me dei sogni che dalla febbre del mondo trae Pan quando su le canne sacre delira (delira il sogno umano), divina nella schiuma del mare e dei cavalli, nel sudor dei piaceri, nel pianto aulente delle selve assetate, o Estate, Estate, io ti dirò divina in mille nomi, in mille laudi ti loderò se m'esaudi, se soffri che un mortal ti domi, che in carne io ti veda, ch'io mortal ti goda sul letto dell'immensa piaggia tra l'alpe e il mare, nuda le fervide membra che riga il suo sangue d'oro odorate di aliga di résina e di alloro! Versilia Non temere, o uomo dagli occhi glauchi! Erompo dalla corteccia fragile io ninfa boschereccia Versilia, perché tu mi tocchi. Tu mondi la persica dolce e della sua polpa ti godi. Passò per le scaglie e pe' nodi l'odore che il cuore ti molce. Mi giunse alle nari; e la mia lingua come tenera foglia, bagnata di sùbita voglia, contra i denti forti languìa. Sapevi tu tanto sagaci nari, o uomo, in legno sì grezzo? Inconsapevole eri, e del rezzo gioivi e de' frutti spiccaci e dell'ombre cui fànnoti gli aghi del pino, seguendo il piacere de' vènti, su gli occhi leggiere come ombre di voli su laghi. Io ti spiava dal mio fusto scaglioso; ma tu non sentivi, o uomo, battere i miei vivi cigli presso il tuo collo adusto. Talora la scaglia del pino è come una palpebra rude che subitamente si schiude, nell'ombra, a uno sguardo divino. Io sono divina; e tu forse mi piaci. Non piacquemi l'irto Satiro sul letto di mirto, e il panisco in van mi rincorse. Ma tu forse mi piaci. Aulisce d'acqua marina la tua pelle che il Sol feceti fosca. Snelle hai gambe come bronzo lisce. Offrimi il canestro di giunco ricolmo di persiche bionde! Poiché non mi giovano monde, riponi il tuo coltello adunco. Io so come si morda il pomo senza perdere stilla di suco. Poi co' miei labbri umidi induco il miele nel cuore dell'uomo. Riponi il ferro acre che attosca ogni sapore. Tu non pregi i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi, i peri, i fichi in terra tosca son di dolcezza carchi, e i meli, gli albricocchi, i nespoli ancora! E tu li spogli in su l'aurora velati dei notturni geli. Da tempo in cuor mio non è gaudio di tal copia. Ahimè, sono scarsi i doni. E tu vedi curvarsi i rami del susino claudio! Ma io non ho se non la terra pigna dal suggellato seme. E a romper la scaglia che il preme non giovami pur una pietra. O uomo occhicèrulo, m'odi! Lascia che alfine io mi satolli di queste tue persiche molli che hai nel cesto intesto di biodi. Ti priego! La pigna malvagia mi vale sol per iscagliarla contro la ghiandaia che ciarla rauca. Non s'inghiotte la ragia. Ma se le mastichi negli ozii, quantunque ha sapore amarogno, allor che il tuo cuore nel sogno si bea lungi ai vili negozii, certo ti piace, o uomo; ed io te ne darò della più ricca. Tu la persica che si spicca, e ne cola il suco giulìo, dammi, ch'io mi muoio di voglia e da tempo non ebbi a provarne. Non temere! Io sono di carne, se ben fresca come una foglia. Toccami. Non vello, non ugne ricurve han le tue mani come quelle ch'io so. Guarda: ho le chiome violette come le prugne. Guarda: ho i denti eguali, più bianchi che appena sbucciati pinocchi. Non temere, o uomo dagli occhi glauchi! Rido, se tu m'abbranchi. Abbrancami come il bicorne villoso. La frasca ci copra, i mirti sien letto, di sopra ci pendano l'albe viorne. Ma come, Occhiazzurro, sei cauto! Forse amico sei di Diana? Ora scende da Pietrapana il lesto Settembre col flauto, se cruenta nel corniolo rosseggi la cornia afra e lazza. Odo tra il gridìo della gazza il richiamo del cavriuolo. Sei tu cacciatore? Sei destro ad arco, esperto a cerbottana? Ora scende da Pietrapana Settembre. Tu dammi il canestro. Eh, veduto n'ho del pél baio verso il Serchio correre il bosco! Tu dammi il canestro. Conosco la pesta se ben non abbaio. Accomanda il nervo alla cocca. Ne avrai della preda, s'io t'amo! Imito qualunque richiamo con un filo d'erba alla bocca. La morte del cervo Quasi era vespro. Atteso avea soverchio alla posta del cervo, quatto quatto fra le canne; e vinceami l'uggia. A un tratto vidi l'uom che natava in mezzo al Serchio. Un uomo egli era, e pur sentii la pelle aggricciarmisi come a odor ferigno. Di capegli e di barba era rossigno come saggina, folte avea le ascelle; ma pél diverso da quel delle gote sotto il ventre parea che gli cominciasse, bestial pelo, e che le parti basse fossero enormi, cosce gambe piote, come di mostro, tanto era il volume dell'acqua che movea il natatore se ben tenesse ambe le braccia fuore con tutto il busto eretto in su le spume. Un uomo era. A una frotta d'anitroccoli sbigottita egli rise. Intesi il croscio. Repente si gittò su per lo scroscio della ripa, saltò su quattro zoccoli! Lo conobbi tremando a foglia a foglia. Ben era il generato dalla Nube acro e bimembre, uom fin quasi al pube, stallone il resto dalla grossa coglia. Il Centauro! Di manto sagginato era, ma nella groppa rabicano e nella coda, di due piè balzàno, l'equine schiene e le virili arcato. Ritondo il capo avea, tutto di ricci folto come la vite di racimoli; e l'inclinava a mordicare i cimoli dei ramicelli, i teneri viticci con la gran bocca usa alla vettovaglia sanguinolenta, a tritar gli ossi, a bere d'un fiato il vin fumoso nel cratère ampio, sopra le mense di Tessaglia. Levava il braccio umano, dal bicipite guizzante, a côrre il ramicel d'un pioppo. Repente trasaltò, di gran galoppo sparì per mezzo agli arbori precipite. Il cor m'urtava il petto, in ogni nervo io tremando. Ma, nella mia latèbra umida verde, l'anima erami ebra d'antiche forze. E udii bramire il cervo! L'udii bramir di furia e di dolore come s'ei fosse lacero da zanne leonine. Balzai di tra le canne, vincendo a un tratto il corporale orrore, agile divenuto come un veltro pe' gineprai, per gli sterpeti rossi, con silenzio veloce, quasi fossi in sogno, quasi avessi i piè di feltro. O Derbe, la potenza che desidero è nei metalli che il gran fuoco ha vinto. Eternato nel bronzo di Corinto ti darò quel che i lucidi occhi videro? Il Centauro afferrato avea pei palchi delle corna il gran cervo nella zuffa, come l'uom pe' capei di retro acciuffa il nemico e lo trae, finché lo calchi a terra per dirompergli la schiena e la cervice sotto il suo tallone, o come nella foia lo stallone la sua giumenta assal per farla piena. Erto alla presa della cornea chioma, con le due zampe attanagliava il dorso cervino, superandolo del torso, premendolo con tutta la sua soma. Furente il cervo si divincolava sotto, gli occhi riverso, il bruno collo gonfio d'ira e di mugghio, in ogni crollo crudo spargendo al suol fiocchi di bava. Era del più vetusto sangue regio, di quelli che ammansiva il suon del sufolo, vasto e robusto il corpo come bufolo, di vénti punte in ogni stanga egregio. Quanti rivali, oh lune di Settembre, cacciati avea da' freschi suoi ricoveri e infissi nella scorza delle roveri, pria d'abbattersi al Tassalo bimembre! Si scrollò, si squassò, si svincolò. E le muglia sonavan d'ogni intorno. In pugno al mostro un ramo del suo corno lasciando, corse un tratto; e si voltò. Si voltò per combattere, le vampe delle froge soffiando e le vendette. Il Tassalo gittò la scheggia; e stette guardingo, fermo su le quattro zampe. Un fil di sangue gli colava giù pel viril petto, giù per il pelame cavallino il sudore. Come rame gli brillava la groppa or meno or più al sole obliquo che ferìa lontano pe' tronchi, variato dalle frondi. S'era fatto silenzio nei profondi boschi. Il soffio s'udìa ferino e umano. Gli aghi dei pini ardere come bragia parean sul campo del combattimento. E l'aspro lezzo bestial nel vento si mesceva all'odore della ragia. Pontata a terra la sua forza avversa, il cervo, come fa nel cozzo il tauro, bassò l'arme. La coda del Centauro tre volte battè l'aria come fersa. Una rapidità fulva e ramosa si scagliò con un bràmito di morte. O Derbe, ancor ne freme per la sorte del petto umano l'anima ansiosa. Credetti udire il gemito dell'uomo su l'impennarsi del caval selvaggio. Ma il Tessalo con inuman coraggio il cervo avea pur quella volta dómo! Preso l'avea di fronte, alle radici delle corna, e gli avea riverso il muso. Entrambi inalberati, l'un confuso con l'altro in un viluppo, i due nemici, tra luci ed ombre, sotto il muto cielo saettato da sprazzi porporini, lottavano; e su i due corpi ferini, se le zampe le punte il fitto pelo il crino irsuto il prepotente sesso, io vedea con angoscia il capo alzarsi di mia specie, agitare i ricci sparsi quel vento d'ira sul mio capo istesso. E, gonfio il cor fraterno, d'un antico rimorso, tesi l'arco dell'agguato. Ma l'uom co' pugni avea divaricato e divelto le corna del nemico. Udii lo schianto stridulo dell'osso infranto, aperto sino alla mascella. Fumide giù dal cranio le cervella sgorgarono commiste al sangue rosso. L'erto corpo piombò nel gran riposo con urto sordo; sanguinò silente; senza palpito stette; del cocente flutto bagnò l'arsiccio suol pinoso. Rise il Centauro come a quella frotta lieve natante giù pel verde Serchio. Poi levò, grande nel silvano cerchio, il duplice trofeo della sua lotta. Fiutò il vento. Ma prima di partirsi colse tre rami carichi di pine; e due n'avvolse attorno alle cervine corna, e sì n'ebbe due notturni tirsi. Del terzo incurvo fece un serto sacro e se ne inghirlandò le tempie umane ove le vene, enfiate dall'immane sforzo, ancor cupe ardeangli di sangue acro. Precinto, armato dei due tirsi